Toshikazu Kawaguchi, Finché il caffè è caldo, Garzanti, Milano 2020, € 16, pp. 192
Ho capito perché Finché il caffè è caldo è stato in cima alle classifiche per mesi. A Tokyo c’è una piccola immaginaria caffetteria d’altri tempi, con le luci soffuse e la giusta temperatura in ogni stagione. Qui, sedendosi a uno dei tre tavolini presenti, si può vivere un’esperienza indimenticabile: viaggiare nel tempo, passato o presente. Ci sono cinque regole da tenere in considerazione, così espressamente riportate in quarta di copertina: c’è un unico tavolo che lo permette; siediti e aspetta che il caffè ti venga servito; tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita; mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi; non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi. Come può un racconto fantastico vendere oltre un milione di copie ed essere tradotto in trentadue lingue?
Se dalla prima edizione italiana pubblicata nel marzo 2020 alla fine dello stesso anno è arrivata alla quindicesima ristampa ci dev’essere un motivo.
Le quattro storie raccontate da Toshikazu Kawaguchi riguardano tutti, toccano alcuni nostri punti deboli.
Chi non ha mai pensato: “Quanto vorrei tornare indietro per dire a [X] quanto gli voglio bene”, “Come vorrei tornare indietro per non urlargli in faccia tutta la mia rabbia”, “Mi piacerebbe conoscere in anticipo dove sarò tra dieci anni”?
Quando, leggendo, ho scoperto le regole per poter viaggiare nel tempo e la piccola postilla che il futuro non cambia neanche tentando di cambiare il passato – e menomale, considerato che maneggiare il tempo porta inevitabili conseguenze – mi sono domandata a che servisse tornare indietro.
Poi ho capito: viaggiare nel tempo consente di non aver rimpianti, di capire meglio sentimenti e situazioni che normalmente non comunichiamo, di avere la possibilità di parlare lucidamente per un’ultima volta con una persona affetta da alzheimer, per esempio, come accade a Kōtake e Fusagi. O ancora avere la straordinaria opportunità di poter andare avanti nel tempo per assistere alla crescita di una figlia quando la malattia si mette in mezzo e lo impedisce, come scopriamo grazie al racconto di Key e Miki.
Quelle di Kawaguchi, sceneggiatore e regista classe ’71, vincitore con Finché il caffè è caldo del Suginami Drama Festival – spettacolo annuale giapponese di premi per l’eccellenza nella produzione di fiction televisive – sono storie che scuotono le emozioni dei lettori: avere una seconda possibilità è qualcosa di raro e per questo travolgente. Inoltre, ci sono almeno altri tre aspetti positivi da segnalare: ha una forte impronta di speranza, cosa significativa perché fu pubblicato proprio allo scoppio della pandemia Covid; lascia l’idea al lettore di rimettersi in gioco nel tentativo di riallacciare i legami spezzati; può caricare di senso quelle occasioni che altrimenti andrebbero perdute.
A volte i bestseller si scoprono più profondi di quello che ci si potrebbe immaginare.





