Eugenio Corti, un pensiero & un linguaggio di cose
di Angelo Scola
ottobre 2021
«Quella del Cavallo Rosso è una lingua – e prima un pensiero – di cose, mai però scontate, che spalancano il lettore al senso pieno della realtà», con questa prospettiva critica il card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, ha aperto i lavori della quarta edizione del «Premio internazionale Eugenio Corti». Pubblichiamo di seguito la sua Prolusione incentrata sul grande romanzo di Eugenio Corti (foto) appena giunto alla 35ª edizione.
La biografia letteraria di Eugenio Corti propone uno sguardo singolare sulla realtà. Il punto di partenza di ogni suo scritto sono sempre le cose. Anche quando si tratta di narrare sentimenti, emozioni e pensieri dei protagonisti, l’autore lo fa attraverso uno sguardo privilegiato alle cose, nel tentativo di proporre tutti gli aspetti della densità del reale.
L’ordito sul quale è tessuta la trama del Cavallo Rosso, per citare il suo romanzo più famoso, è una cronaca dettagliata, quasi la trascrizione letteraria di un diario.
In un’intervista Corti parlò così dell’umanità descritta dal suo romanzo: «I Briantei sono un popolo di artisti e paolotti, quella che narro è la mia realtà culturalmente emarginata e con una religiosità cristiana popolare»1. Infatti nel Cavallo Rosso, come nella biografia di Eugenio Corti, emergono solidi capisaldi dell’esperienza umana genuinamente illuminati dalla fede: affetti (famiglia) e lavoro. I personaggi, nelle loro diverse sfaccettature, incarnano il «tipo umano» di quelle terre che vive appunto un’intensità di affetti e una solidità di valori ma li esprime con sobrietà e pudore. Un esempio per tutti. In una delle letture da me fatte per conoscere meglio il mondo di Corti, mi sono imbattuto in una frase che era sulla bocca di sua madre Irma: «Sem chi per vütass». E vi ho riconosciuto una affermazione che era sempre anche sulla bocca di mia madre. Tra la gente della Brianza e quella del nostro lago la contiguità non è unicamente geografica.
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