Nell’immediato, le conseguenze del voto europeo di giugno sono state soprattutto quelle interne ai principali Paesi dell’Unione. Si è votato per l’Europa, ma il test elettorale conteneva anche tante valenze politiche nazionali, per il collegamento sempre maggiore fra queste due dimensioni. «Saranno elezioni euro-nazionali – aveva scritto sul “Corriere della Sera” nelle settimane precedenti al voto il costituzionalista Andrea Manzella – intrecciate fra loro così come l’ordinamento europeo lo è con quello di ogni Stato membro. Le elezioni determinano la composizione del Parlamento, ma anche il peso di ogni capo di governo nel Consiglio europeo». Consiglio che, insieme con la Commissione e il Parlamento è uno dei tre organi decisionali dell’Unione.
Macron sull’orlo del baratro
Le conseguenze interne ai singoli Paesi sono state in più casi dirompenti, a iniziare dalla Francia. L’umiliazione inflitta dal Rassemblement National di Marine Le Pen al partito di Emmanuel Macron – il doppio dei voti – ha portato, con una decisione fin troppo precipitosa di Macron, allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni anticipate di fine giugno, con una sorta di pole position annunciata del nuovo astro di destra della politica francese Jordan Bardella, ventotto anni, ultraconservatore di origini italiane.
Anche il tradizionale argine di un fronte nazionale anti-destra, sul quale Macron pensava di contare, ha finito per perdere la sua compattezza. Con una decisione unilaterale e improvvisata, nei giorni seguenti alle elezioni il capo del Partito repubblicano, Eric Ciotti, ha annunciato di volersi alleare con la Le Pen. Ne è seguito un parapiglia, con l’espulsione di Ciotti dal partito, fondato ai tempi del generale Charles De Gaulle, storico avversario di ogni formazione politica collegabile a una origine di tipo autoritario.
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