"Donne, vita, libertà!". Il grido di protesta delle donne & dei giovani nelle piazze iraniane
gennaio 2023
Le proteste in corso in Iran non accennano a placarsi. Dal 16 settembre centinaia di giovani in tutte le principali città e province persiane sono scesi in piazza a protestare contro l’attuale governo di Ibrahim Raisi e contro il Leader Supremo, l’ayatollah Ali Khamenei.
Da dove nasce questa protesta? È solo una rivolta delle nuove generazioni contro un ormai antiquato regime? Oppure, come sostengono i suoi detrattori, il dissenso è pilotato dall’esterno? Chi guida la rivolta? Chi sostiene la repressione e chi, invece, cerca di cavalcare le istanze dei manifestanti per ottenere consenso? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
L’ondata di protesta è partita il 16 settembre scorso da Saqqez, città curda nella quale viveva la ventiduenne Mahsa Amini, arrestata e poi morta in circostanze mai davvero chiarite dopo essere stata presa in custodia dalla Polizia Religiosa di Teheran per aver indossato l’hijab in maniera non conforme alla attuale legge iraniana.
Immediatamente la scintilla della morte di Mahsa Amini si è propagata in tutte le più importanti città del Paese fino a divenire un vero e proprio incendio. Nelle più popolose città di Teheran, Shiraz, Isfahan e Mashad la popolazione giovanile (donne in testa) è scesa in strada intonando un nuovo slogan fino a oggi mai risuonato tra i viali alberati delle città persiane: Zan, Zendegi, Azadi! (Donne, Vita, Libertà!).
Niente di strano fino a qui: da una decina d’anni a questa parte le manifestazioni e le proteste della cosiddetta “terza generazione” si susseguono con cadenza annuale; le motivazioni sono quasi sempre legate al mancato rispetto dei diritti umani da parte del regime. Questa volta, però, qualcosa è cambiato. Ciò che ha iniziato a preoccupare notevolmente gli apparati governativi è stato l’accendersi della protesta anche in quelle zone periferiche del Paese che da tempo immemore rivendicano una maggiore autonomia: Kurdistan, Sistan e Beluchistan. È stato soprattutto in queste provincie, così distanti l’una dall’altra eppure così ugualmente irrequiete, che le forze di sicurezza iraniane hanno maggiormente fatto ricorso al pugno di ferro. I morti si contano a centinaia tra i curdi di Sanandaj e i beluci di Zahedan. Va detto che in questi mesi di protesta anche diversi membri degli apparati di sicurezza, in particolare tra i miliziani Basij (paramilitari agli ordini diretti di Khamenei), sono rimasti uccisi. Non deve stupire però che dei quarantacinque poliziotti assassinati, la maggior parte sia stata uccisa proprio in queste province. Si tratta, infatti, di regioni in cui i partiti politici locali gestiscono vere e proprie milizie paramilitari; sono inoltre territori di confine nei quali è praticato il contrabbando di armi e droghe.
Studi cattolici per intero: 11 numeri l’anno, l’archivio online e il 20% su tutti i libri Ares. Abbonamento da 80 € l’anno, 29 € sotto i 26 anni.
Questo articolo prosegue nel fascicolo. Con l’abbonamento si legge per intero, insieme a tutti gli altri di Studi cattolici.





