Detti non scritti, ma scritti perché detti di Giacomo Biffi
settembre 2025
Giacomo Biffi, Detti non scritti, ma scritti perché detti, ESD, Bologna 2025, pp. 144, € 14
La figura del cardinal Giacomo Biffi (Milano 1928-Bologna 2015) resterà a lungo come il prototipo italiano e lumbard – ottimamente accasato però nel ragù bolognese – del prete saggio e spigliato di una volta: tanto acuto, affabile e sottile, quanto temibile, ironico e sarcastico.
Il domenicano Giorgio M. Carbone, che per lunghi anni ha avuto dimestichezza con il presule, ha avuto la magnifica idea di raccogliere «detti e facezie» del cardinale, narrati in 100 episodi e aneddoti che in parte erano già noti, ma che sarebbero facilmente andati perduti, senza questo libriccino agile, formativo e divertente. Padre Carbone la definisce una «raccolta semiseria» di «frasi non scritte (agrapha)» di Giacomo Biffi, ma a noi sembra invece serissima nel senso che il cuore e la mente del grande teologo si palesano perfettamente qui, non meno che nei suoi densi volumi di memorie, studi ed esegesi biblica.
L’antenato più illustre di questi detti biffiani è il celebre passo degli Atti in cui san Paolo cita Gesù che avrebbe detto: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere», mentre questa sentenza è assente in quelle 4 biografie del Signore che sono i Vangeli.
Per Biffi la gioia di vivere è prioritaria per un autentico cristiano, anzi il porporato parla apertamente di «arte dell’umorismo», assicurando che «l’umorista per antonomasia è Dio». Anche perché, secondo lui, «l’umorismo misericordioso, l’allegria compiaciuta accompagnata dalla pietà» sarebbero tutte caratteristiche precipue del Padre e ispiratore di tutti gli umoristi della storia. Proprio alla luce di questa visione, tanto salesiana quanto ironica e auto-ironica, il porporato godeva di una «libertà intellettuale, talvolta dissacrante e spregiudicata» che gli permetteva di superare «i luoghi comuni e gli slogan» alla moda.
La raccolta procede in modo cronologico in 3 tappe simboleggiate da un luogo di vita del porporato: Venegono, ovvero gli anni giovanili del seminario (dal dopoguerra all’ordinazione del 1950); Milano, la sua città d’origine, in cui fu a lungo parroco e docente di teologia (1950-1984); e infine Bologna, il periodo della maggior notorietà, come teologo consumato, intellettuale caustico, vescovo e cardinale (dal 1984 alla morte).
Tante le battute di Biffi che resteranno, ma quelle teologiche e politiche, pronunciate da cardinale e uomo maturo, sono le più succulente, anche perché procurano una giovevole orticaria ad alcuni, collocabili su opposte sensibilità ecclesiali.
«Chi pecca maggiormente contro il secondo comandamento [Non nominare il nome di Dio invano]» afferma perentorio, «sono i vescovi, i preti e i teologi che spesso, quando parlano o scrivono, dicono delle vere e proprie bestemmie». Il riferimento agli sbandamenti teologici e liturgici del post Concilio è un punto fermo nell’umoristica cardinalizia. Del resto, per Biffi, «è facilissimo descrivere la storia della Chiesa di questo secolo»: «Nella seconda metà del XX secolo si è distrutto tutto quello che di buono era stato costruito nella prima metà».
Gli «avanzatissimi» padri dehoniani che «hanno il voto di una mezz’ora di adorazione riparatrice al Sacro Cuore» non erano nelle sue corde. Secondo il prelato sarebbe meglio se «smettessero di offendere il Sacro Cuore con le loro idee teologiche e pastorali!». Arrivava a dire, seppur con l’esagerazione tipica dell’umorista scientifico, che «quasi tutti i vescovi sono asini». Ma aggiungeva che la cosa non dovesse scandalizzare i fedeli, che anzi sarebbero chiamati a «lodare Dio perché un asino è diventato vescovo».
Unendo teologia e politica, Biffi sosteneva che «in base alla dottrina del peccato originale», si può «fondatamente ritenere che le maggioranze non abbiano ragione, bensì le minoranze» e la conferma dell’assunto la trovava nel gran numero di italiani favorevoli ad aborto e divorzio.
Le critiche alla decadenza ecclesiale che ha fatto seguito al Concilio, sono comunque sempre bilanciate dal tipico «papismo» dei cattolici tutti d’un pezzo o intransigenti. Per esempio Biffi cita con stima la risposta – teologica, ma apparentemente ironica – della Facoltà di Venegono, dove aveva studiato, all’ipotesi del dogma dell’Assunta, proclamato poi nel 1950 da Pio XII. La Facoltà scrisse alla Santa Sede che, secondo loro, «il dogma non è definibile» e che però «se la Chiesa lo definisce, significa che era definibile».
Il suo autentico anticonformismo entrava a gamba tesa anche nell’attualità politica, fino al punto di dichiarare che «i movimenti di destra» che dal sistema e dai media vengono «definiti fascisti» in verità «in Italia non sono un problema». Perché «i veri fascisti son tutti antifascisti».
Un aneddoto efficace e piccante non compare nella raccolta, eppure lo si trova ascoltando una delle sue tante conferenze che, per la nostra gioia, gli sopravvivono sul web. A mo’ di auto-giustificazione, Biffi esordiva dicendo più o meno così agli astanti: «Alcuni potrebbero accusarmi di essere pre-conciliare. Ed è vero. Ma lo era pure Cristo, almeno siamo in due!».





