Leonardo Allodi, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna, sede di Forlì, quest’anno ha inaugurato un nuovo corso, presso lo stesso Ateneo, di Sociologia comparata delle civiltà. In concomitanza, ha curato la pubblicazione del volume miscellaneo Sociologia comparata delle civiltà (Rubbettino, Soveria Mannelli 2024, pp. 512, € 20), da cui prende avvio questo studio per evidenziare come l’approccio comparativista alle civiltà del passato e del presente, compiuto da filosofi, storici e sociologi in diversi periodi, sia fecondo per interpretare le questioni fondamentali che alla nostra cultura occidentale si pongono attualmente e per cercare di individuare alcune risposte.
Il “tramonto” dell’Occidente, tema sul quale per la prima, nel 1918, si è interrogato Oswald Spengler, è ritornato a essere un tema di conversazione frequente, non soltanto negli incontri amichevoli, ma ormai anche nei dibattiti scientifici. Il tema tradisce una preoccupazione generale: il mondo occidentale è davvero avviato verso un declino, una decadenza, una morte più per suicidio che per assassinio? Il ritorno drammatico di feroci conflitti bellici, che lambiscono e coinvolgono lo stesso mondo occidentale, a che cosa prelude? L’“inverno demografico” che assilla i Paesi occidentali e in modo particolare il nostro (l’ultimo Rapporto Censis ci dice che nel 2050 la popolazione attiva in Italia si ridurrà di ben otto milioni di cittadini), non ci spinge a interrogarci sui fondamenti della nostra civiltà, per non rassegnarci a quella cancel culture che secondo Federico Rampini si sta impadronendo delle nostre élite intellettuali e accademiche, in una sorta di cupio dissolvi? Ritorna il tempo del moritur et ridet, la formula con la quale il poeta cristiano Salviano di Marsiglia, nel V secolo d.C., salutava il tardo romano impero, che moriva senza averne ormai più coscienza, anzi “ridendo”?
L’antropologa Margaret Mead ha osservato che «la civiltà è ciò l’uomo non potrà mai più dimenticare», e per il grande storico A.J. Toynbee le civiltà sono e rimangono «la più grande e rara conquista della società umana».
Per questo non è esatto dire che le civiltà muoiono, come pensava P. Valéry. La storia ci mostra che «ogni civiltà è la crisalide di quella successiva». In questo senso si è potuto affermare che l’Europa non è altro che la sintesi di tre civiltà: Gerusalemme, Atene e Roma. Al di là della molteplicità delle civiltà descritte da diversi tentativi di comporne una completa morfologia storica (da quelli di Spengler e di Toynbee fino a quello di P.A. Sorokin e al più recente e discusso di S. Huntington), si dà anche un’idea di civiltà al singolare che sovrasta questa molteplicità, e che anzi dovrebbe costituire, nell’orizzonte di un nuovo umanesimo (come quello suggerito da F. Braudel) una sorta di “stella polare” per l’uomo e le culture di ogni tempo. In ogni eredità e tradizione è presente soprattutto un elemento, quello della religione, la quale costituisce da sempre non solo un’esigenza ineliminabile della natura umana, ma anche un elemento fondante di ogni, per quanto differente, civiltà.
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