Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Copertina del numero di Studi cattolici

Cento anni di "The Waste Land"

di Daniele Gigli

settembre 2022

A cent’anni dalla sua apparizione, che la si traduca La terra devastata – come fa Carmen Gallo nella sua attenta e curata edizione per Saggiatore – o che si preferisca, come il sottoscritto, la linea minoritaria che porta a Il paese guasto, ciò che è certo è che The Waste Land e le sue poche centinaia di versi sono ancora un luogo ineludibile della letteratura e del pensiero contemporanei: un luogo senza attraversare il quale si è letteralmente meno intelligenti, meno capaci cioè di intus-legere il mondo, questo mondo nel quale ci muoviamo ed esistiamo, come dicono i santi e i poeti.

Ben vengano quindi le iniziative in memoriam che gli anniversari in cifra tonda stimolano, per la gioia avida degli editori e per la brama famelica di noi lettori, che in mezzo a tanto liquame vediamo di tanto in tanto sgorgare una perla. E ben vengano allora Rossella Pretto e l’edizione da lei curata per InternoPoesia, che di simili perle rare ne porta addirittura due: l’ampio e interessante commento di carattere “registico” con cui la curatrice accompagna il testo; e la traduzione che suo nonno Elio Chinol pubblicò per il cinquantenario, nel 1972, sfidando la già allora istituzionalizzata versione di Roberto Sanesi e prevenendo quella che dieci anni più tardi avrebbe condotto Alessandro Serpieri (citando solo le due più note e tacendo di non poche altre meritevoli, su tutte quella di Angelo Tonelli del 1992 e quella di Angiolo Bandinelli del 1995).

La traduzione di Chinol uscì, come racconta Pretto, in una delle preziose edizioni d’arte di Loperfido, in settantacinque copie numerate con undici tavole di Ernesto Treccani; e anche a questa causa prettamente materiale – la circolazione quasi carbonara – si deve probabilmente la minor fortuna rispetto alle due succitate. Quali che ne siano la o le cause, tra queste non vi è certo la qualità, che è altissima: dettata da uno stile per certi versi meno fedele alla prosodia spezzata del testo originale, ma capace proprio perciò di liberare un canto avvolgente e mai stucchevole, una lingua morbida mai vittima della koinè “ermetico-traduttese” di cui tante traduzioni, ancora oggi, soffrono. L’attacco della terza parte, per esempio, Il sermone del fuoco: «La tenda del fiume è rotta: le ultime dita di foglia/ Si aggrappano e affondano nell’umida riva. Il vento/ Attraversa la terra scura, non udito. Le ninfe sono partite/ Dolce Tamigi scorri tranquillo finché non abbia finito il mio canto/ Il fiume non trasporta bottiglie vuote, carte di sandwich/ Fazzoletti di seta, scatole di cartone, mozziconi di sigarette/ O altre testimonianze delle notti estive. Le ninfe sono partite».

Lode perciò a Elio Chinol, che torni di lui il ricordo tra quanti amano Eliot; lode a InternoPoesia per aver dato il La a una simile operazione editoriale; lode a Rossella Pretto, della cui sapiente interpretazione – interamente fondata sull’analogia tra il ruolo del poeta e quello del regista/montatore cinematografico – sarebbe ingeneroso estrarre qualche stralcio: va letta tutta – d’un fiato, come la traduzione – e rimeditata, come la traduzione.