Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Cavalleri, Pertosa, Lucarini & Mecenate

Cavalleri, Pertosa, Lucarini & Mecenate

di Arianna Galli

ottobre 2021

Può la fede vivere ed essere esplorata tramite la poesia? Nel 1972 veniva fondato il Premio Camposampiero di poesia religiosa. Il Premio cerca di scoprire le composizioni poetiche in cui è vivo il senso del divino, la ricerca di Dio, il dialogo con Lui, che sono radicati in ogni essere umano. Da allora il concorso nazionale si svolge a cadenza biennale, premiando spesso autori di spicco della letteratura contemporanea come i poeti Giovanni Raboni, Davide Rondoni e Ol’ga Sedakova e avendo giurati d’eccezione come lo scrittore Rodolfo Doni; lo scrittore, storico ed ex direttore del quotidiano della Santa Sede Valerio Volpini; il poeta e docente universitario Fernando Bandini; il poeta e critico letterario Silvio Ramat e il poeta e teologo David Maria Turoldo.

Vince la «Passio» di Pertosa

Con la Giuria presieduta da Antonia Arslan e composta dai giurati Elda Martellozzo Forin, storica e archivista; Giovanni Gazzaneo giornalista e critico d’arte ideatore di Luoghi dell’Infinito – mensile culturale dell’Avvenire – Siobhan Nash Marshall, critica letteraria e docente universitaria di Filosofia Cristiana a New York e Alessandro Rivali, editor e poeta, anche quest’anno, il Premio, ha scoperto preziose raccolte. Per prima cosa è giusto concentrarci sulla raccolta vincitrice: Passio. Con gli occhi degli altri (Cartacanta, Forlì 2019, pp. 80, euro 10) di Alessandro Pertosa.

«Si unisce, estrema, questa Passio di Pertosa, con il suo timbro e la sua fame, a uno strano corteo di poeti che negli ultimi anni a quel teatro che rompe ogni scena si è avvicinato. Come se nel proliferare di parole e di occasioni di scambio, la poesia e la parola che a lei aspira dovesse, per un richiamo violento e irresistibile, salire là, dove ogni parola si fa grido, e Dio che grida a Dio è l’uomo tra gli uomini». Così Davide Rondoni, con la sua prefazione, ci introduce alla raccolta e noi ci addentriamo in essa come in una cattedrale, in silenzio, con le mani giunte e in punta di piedi, per ascoltare il canto, per non distruggerlo o disfarlo con alcun rumore. La poesia qui si fa un canto corale, un gioco di sguardi e di prospettive differenti, di fronte al dolore straziante di Cristo. Lo notiamo nello scrutare indistinto della folla: «Dal Getsemani al Calvario un diluvio di sguardi…/ è troppo tardi ormai, per chi l’ama,/ sottrarlo ai nemici, ciechi e sordi». E ancora nell’osservare di un discepolo: «Solo le stelle sanno dove il suo sguardo sfuma,/ dentro l’ultimo orizzonte che si perde,/ in un pugno ipnotico di brividi, di bruma…».

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