Può la fede vivere ed essere esplorata tramite la poesia? Nel 1972 veniva fondato il Premio Camposampiero di poesia religiosa. Il Premio cerca di scoprire le composizioni poetiche in cui è vivo il senso del divino, la ricerca di Dio, il dialogo con Lui, che sono radicati in ogni essere umano. Da allora il concorso nazionale si svolge a cadenza biennale, premiando spesso autori di spicco della letteratura contemporanea come i poeti Giovanni Raboni, Davide Rondoni e Ol’ga Sedakova e avendo giurati d’eccezione come lo scrittore Rodolfo Doni; lo scrittore, storico ed ex direttore del quotidiano della Santa Sede Valerio Volpini; il poeta e docente universitario Fernando Bandini; il poeta e critico letterario Silvio Ramat e il poeta e teologo David Maria Turoldo.
Vince la «Passio» di Pertosa
Con la Giuria presieduta da Antonia Arslan e composta dai giurati Elda Martellozzo Forin, storica e archivista; Giovanni Gazzaneo giornalista e critico d’arte ideatore di Luoghi dell’Infinito – mensile culturale dell’Avvenire – Siobhan Nash Marshall, critica letteraria e docente universitaria di Filosofia Cristiana a New York e Alessandro Rivali, editor e poeta, anche quest’anno, il Premio, ha scoperto preziose raccolte. Per prima cosa è giusto concentrarci sulla raccolta vincitrice: Passio. Con gli occhi degli altri (Cartacanta, Forlì 2019, pp. 80, euro 10) di Alessandro Pertosa.
«Si unisce, estrema, questa Passio di Pertosa, con il suo timbro e la sua fame, a uno strano corteo di poeti che negli ultimi anni a quel teatro che rompe ogni scena si è avvicinato. Come se nel proliferare di parole e di occasioni di scambio, la poesia e la parola che a lei aspira dovesse, per un richiamo violento e irresistibile, salire là, dove ogni parola si fa grido, e Dio che grida a Dio è l’uomo tra gli uomini». Così Davide Rondoni, con la sua prefazione, ci introduce alla raccolta e noi ci addentriamo in essa come in una cattedrale, in silenzio, con le mani giunte e in punta di piedi, per ascoltare il canto, per non distruggerlo o disfarlo con alcun rumore. La poesia qui si fa un canto corale, un gioco di sguardi e di prospettive differenti, di fronte al dolore straziante di Cristo. Lo notiamo nello scrutare indistinto della folla: «Dal Getsemani al Calvario un diluvio di sguardi…/ è troppo tardi ormai, per chi l’ama,/ sottrarlo ai nemici, ciechi e sordi». E ancora nell’osservare di un discepolo: «Solo le stelle sanno dove il suo sguardo sfuma,/ dentro l’ultimo orizzonte che si perde,/ in un pugno ipnotico di brividi, di bruma…».
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