Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Cavalleri con Francesco Cossiga e Cesare Grampa (per articolo Leonardi)
Cavalleri con Francesco Cossiga e Cesare Grampa (per articolo Leonardi)
In Memoriam · Idee e storiaSc 755

Cesare Cavalleri e l'arte di scrivere

di Mauro Leonardi

gennaio 2024

Cesare Cavalleri e l’arte di scrivere

Cesare Cavalleri è stato per me un padre. Il primo ricordo nitido di lui è quello di una sua frase chirurgica scandita durante un incontro informale con giovani numerari. «L’Opus Dei – disse – non è venuta per insegnare il Rosario alla gente». Stupore, silenzio, riflessione.

Dando per ovvia la necessità della preghiera e della vita sacramentale in tutte le sue manifestazioni, Cesare aveva utilizzato un’espressione così caustica perché non voleva che dei giovani universitari ai primi passi nella loro vocazione dimenticassero un aspetto essenziale del carisma dell’Opera, e cioè che chi ha il talento dell’intelligenza deve sentire come un obbligo l’impegno a portare il proprio essere cristiano anche nel mondo della cultura: vivere del proprio carisma, infatti, significa cercare ciò che caratterizza la propria vocazione, non rimanere solo in ciò che è comune alla vita di ogni cristiano.

Quella frase, che posso collocare tra l’ottobre 1978 e il giugno 1980, affiorò con forza dentro di me quando, sebbene stessi per laurearmi in Economia e commercio, sentii premere come ineluttabile la vocazione allo scrivere. Sapevo confusamente che anche Cavalleri proveniva da studi universitari dello stesso tipo e questo mi incoraggiava. Abitavo a Genova e ricordo ancora l’infinita trepidazione della telefonata nella quale chiedevo al Direttore di Studi cattolici di incontrarmi.

Sapevo di essere uno tra i tanti, ma non mi sentivo uno dei tanti. L’asciuttezza abrasiva delle sue espressioni, medicata dall’affetto degli altri membri della redazione, fu, miracolosamente, subito da me intesa come la fragile difesa della rosa che si illude di tenere lontani i pericoli acuminando le proprie spine. Ho sempre avuto la certezza che il chiaro senso del limite introdotto da Cesare in ogni momento relazionale (era uguale si trattasse di una telefonata, di un pranzo o di un viaggio in macchina) nascesse dal tracimare di un pudore, innanzitutto verso sé stesso, che coltivava mentre allo stesso tempo ne era anche prigioniero.

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