Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Carducci e la «pia gioia d’azzurro» del Garda

Carducci e la «pia gioia d’azzurro» del Garda

di Eleonora Cavallini

luglio/agosto 2025

Tra gli aspetti caratterizzanti della personalità di Giosuè Carducci, noti sono l’amore per la natura e il rapporto di empatica armonia con la bellezza del paesaggio italiano1. Nato nel 1835 a Valdicastello, frazione di Pietrasanta, dove il padre medico lavorava per la società mineraria francese Boissat, e trasferitosi, in seguito al fallimento della ditta, nella condotta di Bolgheri, il poeta mantenne con il paese natale un rapporto profondo, testimoniato da alcuni “ritorni” emblematici, come quello del 1890 in compagnia di Annie Vivanti.

A parte le visite ispirate da devozione familiare, la vita di Carducci è costellata – per motivi professionali, di villeggiatura o anche romantici – da viaggi emotivamente coinvolgenti, sia per il fascino della natura, con monti, acque e cieli sempre nuovi e sempre irripetibili, sia per la presenza di siti e monumenti di interesse storico e artistico, dalla solitaria Pieve semiabbandonata ai maestosi ruderi dell’antica Roma.

Profondamente legato alle dolci colline della sua Toscana, Carducci impara con gli anni ad amare i rilievi svettanti e rocciosi delle Alpi, tra le quali soggiornerà sempre più spesso in età avanzata, soprattutto in Carnia e in Cadore. Ma il tramite che dalla Toscana e dalla turrita Bologna lo conduce verso le Alpi è il lago di Garda, in primo luogo Sirmione e poi Desenzano. È affascinato dall’incanto delle sue vedute, ma anche dalle ricche testimonianze di storia romana e medioevale, nonché dall’eco della presenza catulliana. Già nel 1879 il poeta compone l’ode barbara Sirmione, dedicata alla splendida penisola ispiratrice di Catullo, che egli aveva visitato in compagnia dell’amata Lina, la mantovana Carolina Cristofori Piva. Insieme a lei aveva visitato alcune tra le più suggestive località italiane, traendone profonda ispirazione poetica, ma la relazione tra i due fu turbinosa. A Carolina, ammiratrice e instancabile lettrice delle opere di Carducci, il poeta fu presentato da un’amica nel 1871: da quel momento iniziò un fitto carteggio, di cui rimangono le 578 lettere di Carducci, ma solo nel 1872 i due iniziarono a frequentarsi di persona, dando vita a un passionale rapporto che culminò nel 1873 con la nascita di Gino, ritenuto da alcuni studiosi figlio illegittimo del poeta. La relazione finì tra il 1878 e il 1879, mentre il componimento venne terminato nel 1881, quando il poeta, concluso il rapporto con Lina, era ormai entrato in confidenza con Dafne Gargiolli, su cui ritorneremo. Dafne è Lalage, cui egli si rivolge nell’Ode, ma pare difficile credere che la figura della nuova musa prescinda da quella di Lina/Lidia, peraltro morta proprio nel 1881 a Bologna tra le affettuose cure del Carducci. Più convincente l’idea che dietro la serena immagine di Lalage si celi lo struggente conflitto amoroso tra Giosuè e Lina, adombrato dalla tumultuosa relazione tra Catullo e Lesbia:

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