Call of GOD. Il sogno che soppianta la realtà
novembre 2022
Cosa accadrebbe se si tentasse di girare una storia d’amore come se fosse un film thriller? Con un titolo suggestivo e premonitore, il maestro sudcoreano Kim Ki-Duk, già Leone D’Argento nel 2004 con 3-Iron e Leone D’Oro nel 2012 con Pietà, presenta al Festival di quest’anno la sua ultima opera: Call of God. Una ragazza senza nome (interpretata da Zhanel Sergazina) sogna di intraprendere una relazione con un altrettanto anonimo ragazzo (Abylai Maratov). L’amore si trasforma presto in ossessione e finisce per assorbire le energie vitali dei due protagonisti e di tutte le persone attorno a loro. Di tanto in tanto, la ragazza viene svegliata dal sogno da una serie di chiamate che rimarranno anonime fino alla fine del film, ma di chi si tratti, lo si può facilmente intuire dal titolo. La voce (interpretata da Seydulla Moldakhanov) le spiega che se continuerà a dormire, ogni avvenimento all’interno del sogno si ripeterà nella vita reale. L’obiettivo dei due protagonisti è quindi tentare di sopravvivere alla violenza della loro passione per evitare che la stessa si rifletta sulla realtà.
L’amore ossessivo è come un thriller
Call of God è un esperimento interessante per due motivi: il primo è il tentativo di creare un thriller partendo da una normale storia d’amore; il secondo è che nessun thriller esisterebbe senza una figura ostile, per cui il lavoro del regista si rivela ulteriormente difficile, dovendo egli lavorare con il concetto astratto, ma dalla forte fisicità, di una relazione tossica, facendo di essa l’antagonista della storia. Per aiutarsi in questo arduo compito, Kim Ki-Duk sfrutta molti elementi di regia tipici del cinema horror.
Studi cattolici per intero: 11 numeri l’anno, l’archivio online e il 20% su tutti i libri Ares. Abbonamento da 80 € l’anno, 29 € sotto i 26 anni.
Questo articolo prosegue nel fascicolo. Con l’abbonamento si legge per intero, insieme a tutti gli altri di Studi cattolici.





