Destino di un grande poeta. È stato il destino a far sì che, nel 1987, a Iosif Brodskij fosse assegnato il Nobel per la letteratura, diventando così, a soli 47 anni, il più giovane nella storia del Premio ad averlo vinto? «Amato dagli dei», morirà nove anni dopo. Una biografia esemplare, la sua.
Nasce a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1940. Esordisce a 18 anni, riscuotendo l’ammirazione di Anna Achmàtova che, nel 1963, gli dedica una raccolta. Accusato di «fannullaggine» e «parassitismo», viene arrestato nel novembre del 1963 e processato il 18 febbraio ’64. Un processo kafkiano: basta leggere alcuni passi del dialogo col giudice, stenografato da Frida Vigdorova, per rendersene conto:
Giudice: Qual è la sua professione? Brodskij: Poeta, poeta e traduttore. Giudice: Chi ha inserito il suo nome fra i poeti? Brodskij: Nessuno. E chi ha inserito il mio nome tra quello degli uomini? Giudice: Avete studiato per questo? Brodskij: Per cosa? Giudice: Per diventare un poeta! Non avete frequentato una scuola dove preparano… dove insegnano… Brodskij: Non credo che questo si possa ottenere con un’istruzione. Giudice: E come? Brodskij: Io penso che… venga da Dio. Giudice: Аvete richieste? Brodskij: Vorrei sapere perché mi hanno arrestato. Giudice: Questa è una domanda non una richiesta. Brodskij: Allora non ho richieste.
L’esito? Scontato: una condanna a cinque anni. «Il processo a Brodskij», scrive Stefania Pavan ne Gli anni Sessanta a Leningrado (Firenze, University Press), «è, al contempo, il punto di partenza a Leningrado del processo di eliminazione delle personalità libere. La poesia è chiaramente un caso politico, prima e oltre che artistico, il che fornisce un’ulteriore motivazione al letteraturacentrismo della giovane generazione».
Una guerra tra scrittori
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