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Copertina del numero di Studi cattolici

Boccaccio e la cognatio spiritualis

di Antonio Fatigati

gennaio 2025

«Va’, sciocco, non dubitare, ché di qua non si tiene ragione alcuna delle comari!». Boccaccio e la cognatio spiritualis (Decameron VII 3 e VII 10)

Esiste un filo conduttore che unisce, in modo rilevante, due novelle del Decameron, la terza e la decima della settima giornata: la critica, anche feroce, che Boccaccio porta alla questione della cognatio spiritualis, la parentela spirituale che lega il battezzato o il cresimato e la sua famiglia a chi assume il ruolo di padrino o di madrina (“compare” o “comare” nella formulazione più antica).

Le radici della parentela spirituale

Prima di addentrarsi nell’analisi delle due novelle e nella posizione che assume Boccaccio relativamente alla cognatio spiritualis, è opportuno ricordare che la comparsa della parentela spirituale è rintracciabile nei vangeli e in particolare in Matteo, 12, 48-50 dove si racconta di come la famiglia di sangue di Gesù sia alla sua ricerca, nel tentativo di ricondurlo a casa: mentre egli parla alla folla qualcuno viene a riferirgli che la madre e i fratelli lo stanno cercando.

La risposta di Gesù è definitiva e risulta anche significativamente di cesura, rispetto a una cultura che assegnava ai legami parentali e al clan familiare un ruolo di primo piano: per il Cristo sua madre, suo fratello, sua sorella è chiunque faccia la volontà del Padre che è nei cieli. Per Gesù, ciò che crea la condizione di paternità, maternità e fratellanza è dunque la comune fede e non la famiglia di nascita.

Su questa linea si muoverà successivamente san Paolo, che, ristretto in un carcere romano e preoccupato di quanto sta avvenendo nelle comunità cristiane appena sorte, scrive a Timoteo e non esita a chiamarlo «vero figlio nella fede», generato dunque attraverso lo Spirito. Lo stesso titolo toccherà a Onesimo: «figlio mio che ho generato in catene»1.

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