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Arnaldo Forlani, il "paziente mediatore"
In Memoriam · Idee e storiaSc 751

Arnaldo Forlani, il "paziente mediatore"

di Nicola Guiso

settembre 2023

Arnaldo Forlani è morto nella sua casa romana lo scorso 6 luglio. Nato a Pesaro nel 1925, dalla metà degli anni Cinquanta ai primi anni Novanta è stato uno dei più autorevoli esponenti della classe politica del nostro Paese. Segretario provinciale della Dc di Pesaro a ventitré anni (il più giovane in Italia), vicino alla corrente di Dossetti e poi esponente di primo piano in quella guidata da Fanfani, nel 1955 entrò a far parte della Direzione centrale della Dc con l’incarico di dirigente dell’Ufficio Spes (Studi, propaganda e stampa). Nel 1958 fu eletto alla Camera con oltre quarantunomila preferenze nel collegio delle Marche. Eletto – con Moro segretario – vice segretario del partito dopo il congresso nazionale del 1962, tornò alla Camera nelle elezioni del 1963 con più largo consenso che nel 1958; e riconfermato vice segretario del partito nel 1964, con Rumor segretario. Nel 1968 Forlani assunse l’incarico di ministro delle Partecipazioni statali nel primo governo di centro-sinistra presieduto da Rumor.

Nel novembre del 1969 venne eletto dal Consiglio nazionale Dc segretario del partito. Ricoprì la carica sino al giugno 1973, quando, pur potendo contare in Congresso nazionale sulla maggioranza dei delegati, favorì l’intesa Moro-Fanfani per riportare al governo il Psi e non si ricandidò alla segreteria, che venne assunta da Fanfani. Negli anni drammatici del terrorismo, della crisi economica e sociale e della “Solidarietà nazionale”, tra il 1974 e il 1979, Forlani ricoprì la carica di ministro della Difesa nel IV e V governo Moro; e di ministro degli Esteri nel III, IV e V governo Andreotti. Presidente del Consiglio dall’ottobre del 1980 al maggio del 1981, Forlani tornò al governo quale vice presidente dei due esecutivi presieduti da Craxi tra l’agosto del 1983 e l’aprile 1987. Rieletto segretario della Dc – a distanza di vent’anni e con l’85% dei voti congressuali nel febbraio del 1989 – Forlani fu candidato alla Presidenza della Repubblica dalla maggioranza di centro-sinistra nel maggio del 1992. Mancò l’elezione, dopo alcuni scrutini, per diciannove voti di “franchi tiratori” (cioè di elettori della sua maggioranza). Ma decise di ritirarsi e di favorire la “soluzione istituzionale” che portò alla elezione a capo dello Stato di Oscar Luigi Scalfaro.

Fede e ragione

Fede e ragione hanno ispirato la vita privata e quella di autorevole dirigente politico di Arnaldo Forlani. Vita privata resa veramente tale per sua ferma determinazione. Unita però da cordialità con i collaboratori e con chi stabiliva rapporti di vera amicizia. Vita politica e istituzionale nella quale i comportamenti di Forlani hanno sempre coinciso con le sue analisi, con i suoi giudizi e con le sue proposte. Ciò che ne ha fatto un modello esemplare della classe dirigente di partito e delle istituzioni che il voto popolare ha legittimato dal giugno del 1946 – nell’ Italia devastata materialmente e moralmente dalla guerra – sino alla fine degli anni Ottanta, quando il nostro Paese, collocandosi al quinto posto nel mondo tra quelli industrializzati, aveva superato la Gran Bretagna per reddito globale e pro capite. La fede Forlani non l’ha mai esibita né in discorsi né in scritti relativi a questioni politiche e istituzionali, così come la lettura assidua dei testi sacri e dei grandi classici italiani e occidentali. Una sola volta, nei primi anni Settanta, da segretario dell’Unione europea dei Democratici cristiani, nel proporre l’adozione dell’aggettivo “popolare” per tutti i partiti europei di comune ispirazione, disse che lo faceva in previsione del tramonto delle ideologie, e per rispetto della Chiesa, perché quello “cristiano” «suscitava attese alle quali era presuntuoso pensare di poter corrispondere compiutamente nei nuovi tempi con la politica».

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