Vi siete mai chiesti cosa vogliono fare «da grandi» gli sportivi? Si tratta di una domanda molto interessante. Spesso, infatti, chi compete ad alti livelli, in qualunque disciplina, viene completamente sommerso da quella stessa realtà. Sia chiaro, è più facile immaginarsi che un domani, speriamo il più lontano possibile, Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic e Messi diventino dei grandi allenatori o, per esempio, che Roger Federer si impegni a girare il mondo alla ricerca (perchè no?) dei nuovi Rafa Nadal. Non me ne vogliano i tifosi dello svizzero, lo si dice solo per il bene del tennis mondiale. Se da un lato tanti campioni, i più noti, possono anche permettersi un futuro vissuto di rendita, altri, al netto di un conto in banca comunque al sicuro, decidono di rimettersi in gioco. È l’antico ritornello dell’ambizione che supera di gran lunga il talento. Bisogna solamente capire quale parte del bicchiere guardare, se quella mezza piena o quella mezza vuota. Perché se da un lato l’ambizione può sciogliere il talento come neve al sole, dall’altro può anche valorizzarlo. Scelgo questo lato positivo dell’esperienza sportiva, di un talento che è stato valorizzato alla sua massima espressione proprio grazie all’ambizione. Questa riflessione comincia con la storia di Alessandro Spanò, che a 26 anni ha lasciato la Reggiana e la Serie B per entrare in una Business School internazionale a Londra. Una storia assurda. Spanò nell’agosto 2020 vince, da capitano, i play off della Serie C contro il Bari e riporta dopo 21 anni la squadra emiliana nel campionato cadetto. Il giorno dopo la finale, arriva per lui la laurea in Economia e la decisione di appendere gli scarpini al chiodo per proseguire gli studi. «Forse sei matto – scrive il ragazzo stesso in una lettera immaginaria a un piccolo Spanò – ma quel fuoco di curiosità che arde dentro di te è diventato indomabile, e ti vuole portare alla scoperta del mondo. Comincia un nuovo capitolo della tua vita, ma di questo non posso svelarti ancora molto. Vai a scoprirlo, come sempre con il cuore in mano, e lasciati guidare dal destino». Ha ragione: è un matto. O forse no. La sua ambizione ha superato di gran lunga il suo talento, è vero. Ma in egual modo è anche vero che il suo talento verrà messo in gioco in altri ambiti.
Dal campo alle aule
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