Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 un’enorme frana scivolò (a 110 km/h) dal pendio del Monte Toc nel bacino artificiale appena colmato e sbarrato dalla diga del Vajont. Si trattava di circa 260 milioni di m³ di roccia, vale a dire un volume più che doppio rispetto all’acqua contenuta nell’invaso (circa 115 milioni di m³ d’acqua). L’onda di piena superò di ben 250 metri il coronamento della diga; in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto, pur avendo subito forze 20 volte superiori a quelle per cui era stato progettato) e si riversò nella Valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi. Delle cause e conseguenze del disastro si è ampiamente parlato. La bibliografia tecnica è abbondantissima, e anche le opere divulgative, dal celebre monologo di Marco Paolini (1993) al film di Renzo Martinelli (2001), ai libri di Mauro Corona. Nell’intervistare uno dei primi soccorritori ho pensato fosse interessante concentrarmi sul «lato umano» di tale tragedia. Aveva 28 anni, Romano Bisignano, in quell’autunno 1963. Alla conclusione dell’Accademia Militare di Modena era stato assegnato al 7° Reggimento Alpini a Belluno. Capitano da oltre due anni, comandava la 77a compagnia del battaglione «Belluno». Oggi abita a Verona, congedato da quasi trent’anni come Generale di Divisione. Nella sua lunga carriera ha ricoperto molti incarichi nelle Truppe Alpine (Comandante del battaglione «Pieve di Cadore» e Vicecomandante della Brigata Cadora, oltre che Ufficiale di S. M. presso il Comando della Brigata Orobica), ha acquisito notevole esperienza internazionale, allo Stato Maggiore della Difesa a Roma, alla Setaf di Vicenza, quindi come Capo Ufficio Logistico del Comando Nato di Ftase e, infine, come addetto militare dell’ambasciata italiana ad Amman: tre anni (1989-1992) nel corso dei quali si scatenò la Prima guerra del Golfo. Ma quell’esperienza di gioventù ha segnato la sua vita.
- Come le giunsero le prime notizie del disastro? Della diga del Vajont parlavano tutti. C’erano state molte polemiche già in fase di progettazione e di costruzione. I geologi avevano espresso molti dubbi, ma la Sade (Società Adriatica di Elettricità) aveva proseguito. Durante le prime prove di riempimento dell’invaso si erano verificati degli smottamenti. Avvenne comunque, come programmato, il riempimento dell’invaso. Timori, ma anche fierezza: la diga – la più alta d’Europa – era un vanto per la provincia. Personalmente leggevo, come tutti, i giornali, ma ero assorbito dal mio lavoro di comando di una compagnia di alpini e dagli impegni di famiglia (ero un giovane sposo e padre di una figlia). La sera del 9 ottobre ero rientrato tardi a casa, alla fine di una esercitazione notturna. Ricordo che ero ancora in mimetica, con la pistola al cinturone: ero in piedi e tenevo mia figlia in braccio; nel mentre guardavo in tv la partita di coppa Real Madrid – Glasgow Rangers. Alle 22.39 saltò improvvisamente la luce elettrica. Poco dopo giunse una telefonata, in cui mi si comunicava che il Comandante di battaglione voleva urgentemente tutti gli ufficiali a rapporto: era successo qualcosa di grave a Longarone. Mi recai in caserma a piedi: distava da casa mia circa un chilometro.
L’intervento degli Alpini
- Lì seppe notizie più precise? In realtà non si sapeva nulla di preciso. Era forse crollata la diga? Era il periodo degli attentati dei terroristi altoatesini del Bas (ndr – Befreiungsausschuss Südtirol). Ci venne il timore che avessero fatto saltare la diga… Il Comandante comunque ordinò a tutto il battaglione di prepararsi rapidamente a partire. Radunai i miei uomini: era una compagnia di «anziani»; alcuni, anzi, si erano appena congedati. Per contro erano già arrivate le prime nuove reclute. Ci equipaggiammo con gli strumenti di soccorso a nostra disposizione: pale, picconi, barelle, corde, lampade a petrolio, zaini con materiale sanitario… Poco dopo l’intero battaglione partiva sui camion. Passato Ponte nelle Alpi, nell’abitato di Polpet ci fermammo e restammo a disposizione del Prefetto e del Comandante del 7°, in attesa dei risultati di una prima ricognizione condotta personalmente dal valoroso col. Gallarotti, Comandante del 6° Reggimento Artiglieria da Montagna.
-
Come arrivaste sul posto e quali furono le prime impressioni?
Intorno alle tre di notte, visti i risultati della ricognizione, ricevemmo finalmente l’ordine di proseguire. La strada però era interrotta e ci avviammo a piedi. Il procedere diveniva man mano più difficoltoso a causa dei detriti e delle carogne di animali che ostruivano la carreggiata. A Fortogna (a circa 5 chilometri prima di Longarone) la strada divenne impraticabile. Decidemmo di proseguire lungo i sovrastanti binari ferroviari della linea Ponte nelle Alpi – Calalzo. Solo così, superata una galleria e il ponte sul torrente Maè, riuscimmo a giungere alle porte del paese. Ci affidarono la frazione di Pirago, la prima che si incontra e la più occidentale di Longarone: sarebbe stato il nostro ambiente operativo anche nelle settimane successive. Erano all’incirca le 5 del mattino. A parte il nostro battaglione non c’era ancora quasi nessuno. Un deserto. Iniziammo a muoverci sul quel terreno, ma era buio fondo e le nostre lampade a petrolio non chiarivano certo la situazione. Faceva specie sentire sotto gli scarponi molta sabbia e terra bagnata. L’aria era sferzata da un vento gelido e a intermittenza cadevano scrosci di pioggia.
Studi cattolici per intero: 11 numeri l’anno, l’archivio online e il 20% su tutti i libri Ares. Abbonamento da 80 € l’anno, 29 € sotto i 26 anni.
Questo articolo prosegue nel fascicolo. Con l’abbonamento si legge per intero, insieme a tutti gli altri di Studi cattolici.





