Per commemorare il centenario della fondazione del Pci (21 gennaio 1921), nel novembre 2020 il governo Conte (Pd-M5S) ha stanziato 400mila euro. A selezionare queste iniziative – dai convegni alle pubblicazioni – non è stato però il dicastero della Cultura né quello dell’Università o dell’Istruzione, bensì il Ministero dello Sport all’epoca retto dal «grillino» Vincenzo Spadafora. A distanza di qualche mese si può tracciare un primo bilancio della avvenuta celebrazione della nascita del Pci.
Un bilancio
Paradossalmente registriamo proprio da parte dei postcomunisti una generale dissociazione dall’evento sostenendo che il «vero» Pci nascerà nel 1944 con il ritorno di Togliatti da Mosca. Sui precedenti ventitré anni si preferisce spegnere la luce. Emanuele Macaluso nel suo ultimo libro1 li liquida come «una lunga notte buia» e con molti «buchi neri» come li chiamava Paolo Spriano, lo storico «ufficiale» del Pci2.
Il «Partito nuovo» rifondato da Togliatti è quindi dipinto in rottura con quello del 1921 e come un partito riformista. Lo storico Luciano Canfora nel suo La metamorfosi (Laterza, Bari 2021, pp. 96, euro 12) tratteggia un Togliatti che condusse il Pci «sull’orlo della socialdemocrazia». Massimo D’Alema assicura che «Il Pci è sempre stato riformista3. Anche Piero Fassino nel suo Dalla rivoluzione alla democrazia (Donzelli, Roma 2021, s.i.p, euro 19) sostiene che «Il Pci fu una forza riformista». Paolo Franchi a sua volta con Il Pci e l’eredità di Turati (La Nave di Teseo, Milano 2021, pp. 192, euro 16) dipinge il comunismo italiano come «erede» del leader del riformismo socialista (di cui a Livorno i «fondatori», avendone chiesto invano l’espulsione, motivarono la scissione).
La notte buia
Scompare il fatto che il «nuovo» Pci del Dopoguerra fu un partito stalinista con un gruppo dirigente formatosi nella «notte buia» degli anni ’30. Come ammise Pajetta dopo la caduta del Muro di Berlino, nelle loro mani l’Italia del Dopoguerra sarebbe diventata simile a un Paese dell’Europa dell’Est: «Non so che cosa sarebbe accaduto anche a noi se, alla caduta di Badoglio, fossimo stati portati subito ad assumere tutto il potere. Anche noi venivamo dal carcere, dal confino, dall’esilio […]. Da molto tempo ormai non avevamo un contatto diretto con il Paese e la sua vita. Forse in questo eravamo anche noi simili al gruppo dirigente ungherese»4. Infatti, Alcide De Gasperi il 12 novembre 1944, esprime in una lettera a don Luigi Sturzo i suoi timori sui comunisti: «Fin d’ora la tattica di penetrazione è da loro seguita con tenacia e con frutto. Ho l’impressione che sperino di conquistare una dittatura di fatto attraverso le forme democratiche»5.
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