Nel pomeriggio del 19 gennaio 1921, al Congresso di Livorno, dove si consuma la rottura tra socialisti e di fatto nasce il Partito comunista italiano, Filippo Turati, leader dei riformisti, parla e lancia una “profezia”:

Fra qualche anno il mito russo sarà evaporato […]. Sotto le lezioni dell’esperienza le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi abbandonate […]. Il nucleo solido che rimane di tutte queste cose caduche – precisa Turati – è l’azione: l’azione, la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obiettive e subbiettive della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura, tutto ciò è il socialismo che diviene. E non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino; la via lunga è anche la più breve perché è la sola. […] Ond’è che, quando anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzato i Soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati a ripercorrere la nostra via, la via dei social-traditori di una volta.

Le parole usate da Turati sono, talvolta, quelle di un uomo, un avvocato e un grande politico, che appartiene a fine Ottocento. Ma anche se qualche termine non può essere in linea con gli “inglesismi” e i nuovi termini conformistici, come “narrazione”, questo passaggio del discorso di Turati vale un programma politico, diventa una visione storica dell’arte del possibile e si traduce in conclusione con una profezia.

Nel suo lungo intervento il leader riformista fa un cenno a una durata del “mito russo”, che potrebbe essere di 40 anni e che lui non potrà vedere. Turati morirà nel 1932 a Parigi, solo, in una stanzetta di un piccolo albergo, e lì lo troverà Andreina Costa, la figlia di Anna Kuliscioff, la compagna di vita e di impegno politico di Turati.

Quindi il grande leader riformista non potrà vedere e neppure partecipare alle discussioni e alle conseguenze nella sinistra, in Italia e in tutto il mondo, dell’orrenda invasione in Ungheria nel 1956 da parte dei carri armati dei rivoluzionari sovietici e comunisti.

1956: la fine del sogno sovietico

La mattina del 4 novembre 1956, l’Armata Rossa lancia un attacco a Budapest, l’Operazione Turbine, con 200.000 soldati e 2.500 carri armati per abbattere il regime del riformista Imre Nagy, che aveva annunciato l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. Ufficialmente, avverbio da sottolineare o mettere tra virgolette, l’attacco sovietico avrebbe provocato 2.500 morti e la fuga di 200.000 ungheresi all’estero. In questi dati ufficiali russi c’è una strana, tragica e grottesca simmetria: un morto per ogni carro armato sovietico e un ungherese fuggito per ogni soldato russo invasore.

In realtà, questi erano i dati della Pravda, il giornale dei sovietici che in russo si traduce con “verità”. Ma chi arrivava a Budapest ancora negli anni Settanta, quando governava il “servitore” dei sovietici János Kádár, poteva vedere le case del centro ancora sfregiate dai proiettili, come fossero un simbolo di vittoria, e parlando con le persone la cifra dei morti ammazzati superava i trentamila.

Il 1956 ungherese provocò un terremoto politico persino nella testarda e conformista nuova sinistra italiana, dove i comunisti erano diventati maggioritari. Dal partito uscirono molti intellettuali di primo piano con il “Manifesto dei 101” (tra questi Italo Calvino, Natalino Sapegno, Renzo De Felice, Luciano Cafagna) e il partito fu abbandonato da 400.000 iscritti. Quelli che restarono all’interno del Pci dovettero fare i conti con critiche e opposizioni alla linea del “compagno Alfredo”, tanto per citare uno degli pseudonimi che usava all’occorrenza Palmiro Togliatti.

Il 25 febbraio del 1956, in occasione del XX Congresso del Pcus, che si svolse a Mosca, il nuovo capo comunista Nikita Sergeevič Chruščëv, condannò il regime del segretario precedente, Iosif Stalin, denunciando in particolare le grandi “purghe” degli anni Trenta, accusandolo di culto della personalità invece di ottenere il supporto per gli ideali del comunismo. Quello che poi passò alla storia come “rapporto segreto” era un elenco terrificante dei crimini dello stalinismo che sconvolse tanti comunisti e militanti di tutto il mondo, al punto che ci furono pure suicidi tra i dirigenti di alcuni partiti.

Il testo integrale in russo, comunque, fu pubblicato interamente solo nel 1989, con la glasnost’ di Michail Gorbačëv.

La realtà che emergeva era spaventosa. Stalin aveva imprigionato un milione mezzo di persone per attività antisovietica solo durante il biennio 1937-1938, di cui oltre 680.500 furono condannate a morte. Questo fu il “picco” della violenta storia repressiva del comunismo. E il “grande capo” Stalin, che Togliatti aveva sempre difeso e per cui aveva operato, si era permesso anche, il 17 settembre del 1939, in accordo con i nazisti, di invadere la Polonia e scambiare sul fiume Bug i suoi prigionieri ebrei con prigionieri che avevano i nazisti. Senza dimenticarsi di annientare la classe dirigente polacca, tra il 1939 e il 1941, con l’esecuzione a Katyn: un autentico massacro, ordinato personalmente da Stalin e dal Politburo, di circa 22.000 ufficiali, soldati, poliziotti e intellettuali polacchi.

Tornando al ’56, il ventesimo Congresso fu all’inizio parzialmente assorbito in Italia, ma poco dopo arrivò nel 1959 il XXI Congresso e poi dal 17 al 31 ottobre del 1961 si svolse il XXII Congresso, dove Chruščëv aggravò la posizione di Stalin e le sue colpe storiche. Il processo a Stalin divenne durissimo e si concretizzò nell’aperto attacco al gruppo antipartito composto da Molotov, Malenkov, Kaganovič, Vorošilov, Bulganin e in un gesto fortemente simbolico, cambiando il nome della città di Stalingrado in Volgograd e la rimozione del corpo di Stalin dal mausoleo di Lenin.

Chruščëv prese posizione anche contro l’Albania di Enver Hoxha e vide il cinese Zhou Enlai, in dissenso, abbandonare il congresso prima della fine dei lavori.

1961: il Pci in crisi

La prima profezia di Turati si realizzò: da Livorno 1921 a Mosca 1961 erano passati giusto 40 anni. È un ripensamento parziale, ma è l’inizio della fine e investe il Partito comunista italiano che riunisce, il 10 e l’11 novembre del 1961, il Comitato centrale e la Commissione centrale di controllo.

Togliatti fa letteralmente i “salti mortali” nella sua relazione introduttiva, parlando di conquiste comuniste in tutti i campi: casa, lavoro, scuola, persino nel consumo di proteine, rispetto al popolo italiano e agli altri Paesi del mondo. Ma poi arrivano gli interventi. Come quelli di Paolo Robotti:

Ci si chiede: sapevate voi delle violazioni della legalità socialista nell’Unione Sovietica? Sì, alcuni di noi sapevamo, sapevamo tutto quello che stava avvenendo anche perché in ciò che accadeva parecchi di noi, e io fra quelli, fummo coinvolti in un periodo che è stato certamente duro e tragico per noi.

Giorgio Amendola comincia a illustrare il suo cammino riformista:

Considero validissime le esigenze di apprendimento critico, di sistemazione ideologica e soprattutto l’esigenza di dare alla critica dello stalinismo una vigorosa impostazione storica. È tutta la storia che va dal periodo della morte di Lenin alla morte di Stalin, trent’anni, che va infine scritta: fin dalla morte di Lenin, fin dall’inizio della lotta contro gli oppositori, contro Trockij, contro Bucharin, perché lì si posero le premesse di quella tragedia che poi si è svolta, per ricercare appunto criticamente l’origine lontana di quella che è poi stata la degenerazione staliniana.

Togliatti capisce che si trova in minoranza nel Comitato Centrale. Convoca segreteria e direzione, minaccia di creare un partito filosovietico. Riesce a reggere e in seguito il partito si riprenderà, ma la violenza dell’Urss, il suo sistema dittatoriale e il suo imperialismo sono smascherate.

1964: di nuovo tutti riformisti

Ma è sempre in quegli anni che comincia la falsa parabola del comunismo italiano. Amendola il 7 novembre del 1964 lancia su Rinascita la proposta di un partito unico della sinistra, insomma un nuovo partito riformista. Già nel 1956 Pietro Nenni, segretario del Psi e sostenitore dopo il 1945 del “frontismo”, restituisce il “Premio Stalin” che gli era stato assegnato dai sovietici nel 1952 e si prepara a fondare la corrente “autonomista”.

Non ci si può ancora dichiarare riformista, perché le 21 condizioni stabilite dal Comintern poggiavano soprattutto sulla rottura netta con i socialisti riformisti definiti social-traditori o social-fascisti. Termine che fu usato anche per il riformista Giacomo Matteotti, prima e dopo che i fascisti lo uccidessero nel 1924. Del resto, Lenin aveva già detto a un sindacalista italiano come trattare Turati: «Fatelo fuori».

L’ostracismo contro il riformismo durò a lungo, anche di fronte al socialismo liberale di Carlo Rosselli, alla socialdemocrazia di Saragat, al revisionismo nel Psi. Come un filo rosso tramandato nei tempi tutti i riformisti erano disprezzati: da comunisti, psiuppini, socialisti di sinistra. Se Turati veniva dimenticato, un comunista come Amendola subiva da Enrico Berlinguer, nel Comitato centrale del luglio 1979, un attacco violento che molti si dimenticano di ricordare.

Si deve a Bettino Craxi, alla sua segreteria Psi, alla sua Presidenza del Consiglio la riaffermazione del termine riformista.

Al quarantaduesimo congresso del Psi, svoltosi a Palermo dal 22 al 26 aprile 1981, inaugurò una fase cruciale del rinnovamento socialista. Non a caso il tema centrale di quel congresso era sintetizzato in questa frase: «Il rinnovamento socialista per il rinnovamento dell’Italia».

Chi partecipò a quel congresso ricorda che si passò dall’autonomismo al riformismo e la minoranza del partito si mise a rumoreggiare, intonando “Bandiera rossa”. Otto anni dopo, quando cadde il muro di Berlino con una ipocrisia degna di miglior causa, ma abbastanza caratteristica negli italiani, si scoprì che tutti erano diventati riformisti.

Da Achille Occhetto a Massimo D’Alema, da Walter Veltroni a Pierluigi Bersani, cresciuti per fare politica con i soldi di Leonid Brežnev. Tutti si trasformarono prima in post-comunisti e poi autentici riformisti. E nel loro ricordo, furono promossi al mondo del riformismo, anche Berlinguer, Longo, Togliatti e forse anche Pietro Secchia. Un autentico insulto storico. Tutti questi improvvisatori, che avevano accettato la svolta neoliberista di Milton Friedmann e la globalizzazione finanziaria, di riformismo non sapevano nulla. La linea di Turati era una strategia politica gradualista che mirava all’emancipazione dei lavoratori non tramite la rivoluzione violenta, ma attraverso riforme strutturali, legislazione sociale e la lotta parlamentare all’interno dello Stato liberale.

Il fine ultimo di Carlo Rosselli non era la totale conversione della società capitalistica in una di stampo socialista, bensì il conseguimento di un efficiente sistema economico misto, privato e pubblico, in cui il processo politico-economico della società fosse maggiormente democratizzato. Cercando di eliminare le surreali diseguaglianze che esistono oggi e controllando l’operato di una finanza che fa tutto quello che vuole. Troppo difficile per i golpisti di un tempo. Golpista, termine con cui Chruščëv definiva il compagno Palmiro Togliatti, il “principe” dell’anti riformismo.