L’ombra della coscienza

1.5.15 – Affetti collaterali, nuovo lavoro della Compagnia del Sole diretto da Marinella Anaclerio su testo di Roberto Scarpetti, approda al Teatro Piccinni di Bari come un atto di scavo nella memoria del Novecento. Non offre appigli emotivi né finzioni pacificanti: è un teatro che preferisce interrogare piuttosto che narrare, e che prende la biografia di Fritz Haber (1868-1934) come punto di partenza per un’indagine sul rapporto tra scienza, potere e responsabilità.

Haber, tedesco di origini ebraiche, è uno dei personaggi più controversi del secolo scorso. Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca, processo che ha reso possibile nutrire miliardi di persone, è al tempo stesso l’artefice della guerra chimica moderna e il promotore dei gas letali usati a Ypres nel 1915. La sua figura vive in una contraddizione radicale: l’uomo che ha dato fertilizzanti al mondo ha anche aperto la strada a uno sterminio industriale. Su questo paradosso si costruisce lo spettacolo, affidando a Luigi Moretti il compito di incarnare uno scienziato che non è eroe né carnefice, ma qualcosa di più disturbante: un uomo convinto che la scienza possa e debba piegarsi alla necessità storica.

La lucidità tragica dello scienziato e il contrasto con Clara

Il merito dell’interpretazione di Moretti è quello di eludere ogni demonizzazione. Il suo Haber è lucido, appassionato, persino affascinante nella propria coerenza. Parla come chi è certo di agire per un bene superiore: la patria, il progresso, l’inevitabilità della guerra. Nei suoi monologhi si avverte la potenza e il limite della ragione moderna: un ragionamento impeccabile che lascia fuori ciò che non rientra in un’equazione. Moretti non incarna la crudeltà del personaggio, ma la sua incapacità di percepire la distanza che separa l’idea dal suo concretizzarsi nella carne umana. È questa cecità – non la malvagità – a renderlo tragico quando afferma che le armi chimiche sono uno strumento per accorciare la guerra; che gli scienziati appartengono all’umanità in tempi di pace, alla propria patria in tempi di guerra.

A contrastarlo c’è la figura di Clara Immerwahr (1870-1915), la moglie, interpretata con straordinaria finezza da Stella Addario. Prima donna laureata in chimica all’Università di Breslavia, Clara rappresenta la possibilità di una scienza diversa, non subordinata alla logica del potere. Addario costruisce un personaggio determinato e trasparente nella sua fermezza. Il suo modo di opporsi a Fritz non nasce dal sentimentalismo, ma da un’intelligenza che coglie l’implicito nelle scelte del marito: se la scienza è un’arma, prima o poi qualcuno la userà per distruggere.
Il loro confronto è il cuore dello spettacolo. Non è solo il dramma di un matrimonio che si incrina: è la scena originaria di due modi opposti di intendere il sapere. Haber vede il mondo attraverso il prisma dell’efficienza; Clara attraverso quello della cura. Lui crede che una scoperta non possa essere fermata; lei che il dovere dello scienziato sia proprio quello di porsi un limite. Anaclerio dirige questo conflitto con un rigore: pochi gesti, pause che pesano, una distanza fisica che cresce man mano che si allarga quella morale.

Terzo vertice di questo triangolo è Hermann (1902-1946), il figlio, interpretato da Flavio Albanese con sensibilità inquieta. Hermann è un sismografo emotivo: registra le vibrazioni familiari, porta addosso la tensione tra i genitori, anticipa la frattura che diventerà la sua intera esistenza. Il suo essere in scena, spesso silenzioso, è la rappresentazione concreta di ciò che le scelte dei padri infliggono ai figli. Spesso lo sguardo di Albanese verso la platea suggerisce un’altra domanda: quali “affetti collaterali” genera la nostra epoca, quali eredità morali lasciamo a chi verrà dopo?

Luigi Moretti, Stella Addario e Flavio Albanese interpretano i tre vertici del triangolo familiare. Foto di Michela Cerini

Luigi Moretti, Stella Addario e Flavio Albanese interpretano i tre vertici del triangolo familiare. Foto di Michela Cerini

Il linguaggio scenico e la questione etica contemporanea

La scenografia di Francesco Arrivo contribuisce a trasformare la vicenda in un dispositivo mentale più che in una ricostruzione storica. Un tendaggio che deforma e moltiplica le sagome attraverso giochi d’ombra permette ad Haber di diventare figura ingigantita, quasi mitologica, come se il suo pensiero avesse esteso oscurità più lunghe del suo corpo. L’accumulo di libri a destra della scena ha il valore di un monito: la cultura può essere soffocata dalla tecnica quando la tecnica si presume autosufficiente.
Gli oggetti metallici che cadono a terra come un bombardamento evocano allo stesso tempo il laboratorio e la trincea, l’industria e la morte che arriva fino alle camere a gas. Un semplice fumo di sigaretta richiama le nuvole tossiche dei campi di battaglia. È un teatro che lavora per segni, più che per enunciazioni.

La regia insiste su una temporalità frantumata: passato e presente si intersecano, i ricordi si sovrappongono al presente scenico, gli attori scendono spesso tra il pubblico. Questa scelta rende evidente che il caso Haber non è una storia chiusa in un libro, ma una questione ancora viva. La platea diventa parte della scena, come se fosse convocata a rispondere: qual è, oggi, il nostro rapporto con la scienza? Quanto siamo consapevoli del potenziale devastante degli strumenti che creiamo?
La vicenda di Haber non appare più come un eccesso isolato del passato, ma come il paradigma di un rischio sempre presente: la tentazione di credere che ciò che è scientificamente possibile sia automaticamente giustificabile sul piano etico.

L’eredità di una coscienza che interroga

Il testo di Scarpetti affonda nei dilemmi morali. Mette a nudo l’illusione moderna secondo cui la scienza sarebbe neutrale, innocente per definizione. Lo spettacolo ribadisce invece che non esistono scoperte senza conseguenze, e che l’etica non può essere aggiunta dopo, come un filtro tardivo: deve stare all’origine del gesto scientifico. Clara Immerwahr, con la sua opposizione sofferta, diventa la voce di questa esigenza. La sua storia viene evocata con sobrietà ma incide come una ferita. È l’emblema di ciò che accade quando la coscienza non trova più spazio accanto al genio.

Uno dei momenti più intensi arriva quando Hermann, in un monologo teso, descrive la sua vita come un campo attraversato da voci che non smettono mai di risuonare. È una confessione e insieme un giudizio: il sapere umano, quando si separa dalla compassione, produce onde che si propagano nel tempo e colpiscono anche chi non ne è responsabile. È un pensiero che si applica non solo alla chimica di inizio Novecento ma anche alle tecnologie odierne, dalle biotecnologie all’intelligenza artificiale.
Lo spettacolo, con equilibrio, non fa paralleli espliciti, ma li rende inevitabili. Invita a domandarsi se la nostra epoca abbia davvero imparato qualcosa da quella di Haber, o se continuiamo a ripetere il medesimo errore: sviluppare strumenti potentissimi senza chiederci fino in fondo quale idea di uomo li orienterà.

Il finale non è consolatorio né drammatico. È un silenzio denso, in cui il pubblico si trova a contemplare il peso del sapere umano e la fragilità della coscienza che dovrebbe guidarlo. 1.5.15Affetti collaterali non intende assolvere né condannare, ma ricordare che nessun progresso è innocuo quando dimentica di interrogarsi sul bene dell’uomo. La scienza, come ogni grande dono, può edificare o distruggere: è lo sguardo etico, sempre personale prima che collettivo, a decidere la direzione.

Lo spettacolo lascia un’eredità chiara: il caso Haber è un avvertimento. Il sapere non basta; serve la responsabilità. E ogni epoca – anche la nostra – è chiamata a scegliere se vuole diventare Clara o Haber di fronte al potere delle proprie scoperte.