Parafrasando Shakespeare potremmo cominciare domandandoci: resistere o non resistere?
Si può, cioè, esistere, e dunque essere, senza resistere? Se essere un uomo significa dire con Terenzio humani nihil a me alienum puto, cioè considerare come non estraneo da sé tutto ciò che è umano, allora la condizione indispensabile per esistere come uomo è averne coscienza, consapevolezza.
Ecco la letteratura, l’arte più in generale, è la coscienza degli uomini. È ciò che rende gli esseri umani differenti da qualsiasi altra forma di vita perché nessuna forma vivente all’infuori degli esseri umani crea e ne è consapevole. Nessuna forma vivente all’infuori degli esseri umani riesce a riflettere, è cioè in grado di flettersi su di sé in un movimento introspettivo, dal quale nascono l’autocoscienza e la capacità di osservare la propria vita interiore.
L’essere umano, e nessun altro, può stare da solo di fronte alla propria interiorità. E quando lo fa, varca il confine di quella che per Duns Scoto era l’ultima solitudo: se infatti come persone indossiamo sempre una maschera sociale, siamo nascosti dai tanti ruoli che rivestiamo e che ci rivestono, «nella nostra ultima solitudine, ci troviamo come individui, non più divisibili. Troviamo la parte più interiore che non è condivisibile con gli altri, se non in certi momenti intensi dell’amore»¹.
Proprio la solitudine è quindi la condizione per poter tornare in sé stessi e dialogare con sé: ed è solo da questo dialogo che nasce il pensiero. Ha ragione Hannah Arendt, perciò, quando ci ricorda che «i regimi totalitari privavano gli individui della possibilità della solitudine senza la quale non si dà pensiero e neppure soggetto, se non un soggetto facilmente governabile».
E solo un soggetto pensante è un soggetto che sa resistere. Che trova la forza per migliorarsi, che cerca una dimensione etica in una società che riconosce come valore solo il consumo e l’interesse personale. Solo un soggetto pensante e la sua coscienza possono accettare il confronto con le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), definite cardinali non tanto e non solo per la loro forza quanto per la loro funzione orientativa, il loro ruolo, quello di essere «una bussola per la coscienza alle prese con il caos della libert໲.
E dunque non sarà senza significato che nella cappella degli Scrovegni Giotto abbia dipinto le virtù, tutte in piedi, tranne una, seduta e con la corona: quella virtù è la giustizia. Perché l’estrema resistenza per ogni essere umano è avere la forza di essere giusto.
La scelta tra conformità e libertà
Montale, però, ci ammonisce che «si può vivere/ non esistendo,/ emersi da una quinta, da un fondale,/ da un fuori che non c’è se mai nessuno/ l’ha veduto./ So che si può esistere/ non vivendo, con radici strappate da ogni vento/ se anche non muove foglia/ e non un soffio increspa/ l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone»³.
Ecco il dilemma che si presenta a ogni uomo: essere o non essere, vivere o esistere. Se sia più giusto lasciarsi divorare da Chronos, il tempo misurabile, quantificabile. O dare al tempo un significato, renderlo il tempo opportuno, farne quello che i greci chiamavano Kairòs, trasformando il tempo nel senso della nostra esistenza. E il tempo è kairòs quando abbiamo l’abilità di fare la cosa giusta al momento opportuno.
Esistere o vivere? Esistere come scoperta di derivare da qualcosa, ex- sistere e dare senso e qualità al vivere naturale, scoprire che si può essere migliori, badate bene non “i migliori”, ma migliori, capaci cioè di prendersi cura di sé, degli altri e dell’ambiente che ci circonda. Dando a sé, agli altri e all’ambiente che ci circonda il tempo opportuno. Oppure vivere, e cioè in-sistere, stare in mezzo a, essere immersi e sommersi dalle necessità biologiche e dalla conformità. Sperimentare, in altre parole, la differenza radicale tra lasciarsi vivere (appunto in-sistere) seguendo catene necessarie e affezionandosi a quelle catene (fanno tutti così…) ed esistere (ex-sistere) assumendo su di sé il rischio della libertà e opponendosi al trascorrere del tempo, al succedersi delle istantanee di una storia sempre uguale e anonima: esiste chi viene fuori dal vivere ordinario, dalla vita come prigionia, come cattività. E la forza necessaria per diventare sé stessi ed esistere autenticamente umani nasce dall’intuizione dell’urgenza, della necessità (in un’epoca di offuscamento delle coscienze) di poter cambiare, di perfezionare la nostra interiorità e non di superare gli altri in una tensione agonistica aggressiva.
Esistere è dunque opporsi, cioè re-sistere, saper stare fermo davanti a ciò che va respinto e dare un valore etico al proprio esistere perché ciò che spinge a coltivare il proprio sé, senza concentrare tutto su di sé, a scoprire in concreto come fare il bene, cioè a esercitare le virtù, è appunto l’etica.
Il coraggio di resistere: da Star Trek a Thomas Mann
Di questa volontà di non conformarsi, di ricercare la propria interiorità, la propria dimensione individuale e unica, nell’universo di Star Trek è data una rappresentazione plastica e visiva nella lotta tra la Federazione e i Borg, entità cibernetiche, il cui scopo è l’assimilazione. Ogni loro attacco è annunciato da questa minaccia: «Noi siamo i Borg. Voi verrete assimilati. La resistenza è inutile». Che è nello stesso tempo un messaggio teso a creare paura, anzi terrore, a impedire ogni reazione all’attacco, ma è anche dichiarazione della propria insicurezza, della propria necessità di scendere a patti, della propria incompletezza. Gli alveari Borg, infatti, sono alla costante ricerca della perfezione e dunque hanno piena consapevolezza della propria imperfezione. Certo, è forte l’allusione ai pericoli che possono provenire dalla tecnologia, ma mi piace pensare che l’annientamento e l’assimilazione delle popolazioni e degli individui conquistati siano prima di tutto sottomissioni di natura etica. Annientamento di esistenze individuali in nome di una superiore collettività.
Ora, nell’universo di Star Trek molti popoli comunque tentano la resistenza e qualcuno riesce a respingerli. Perché lo fanno? Dove trovano la forza per resistere all’assimilazione, a qualsiasi forma di assimilazione? Nella sfida contro Mordor, nel culmine della battaglia, quando le armate degli uomini e dei loro alleati stanno quasi per soccombere la ragione ce la indica Sam Gamgee. Ricorderete certamente quella scena: si è appena conclusa una delle più dure battaglie contro le forze del male, che sembrano avere la meglio su Frodo e compagni. L’eroe del romanzo di Tolkien, in preda allo sconforto, sta per perdere la speranza di portare a termine la sua missione, quella di distruggere l’Anello del potere. «Non posso farlo, Sam», dice Frodo al suo amico e servitore. La risposta di Sam è una delle più belle di tutta la trilogia:
«Lo so. È tutto sbagliato. Noi non dovremmo nemmeno essere qui. Ma ci siamo. È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale. Perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare. Arriverà un nuovo giorno. E quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che significavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire il perché. Ma credo, padron Frodo, di capire, ora. Adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto. Andavano avanti, perché loro erano aggrappate a qualcosa».
«Noi a cosa siamo aggrappati, Sam?».
«C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo».
Ogni vita è una storia grande, di quelle che contano davvero e per poter vivere è necessario essere aggrappati a qualcosa, a Qualcuno. In questo mondo, nonostante tutto, c’è qualcosa di buono per cui vale la pena impegnarsi. Ai genitori, quando come preside li incontro, mi piace dire che questo qualcosa di buono prima di tutto sono la famiglia e la scuola.
Certo qualche volta si può soccombere. Re-sistere può costare la vita. Ma – quando questo accade – si cessa di vivere, non di esistere. Chi resiste, anche quando la resistenza non si conclude con un lieto fine, continua ad esistere nel ricordo, continua a essere fecondo nell’esistenza degli altri a cui ha insegnato a re-sistere. Diventa mito.
Come accade al protagonista del romanzo di Matheson che, ultimo uomo sulla Terra, ormai anormale in un mondo dominato dai vampiri, può solo uccidersi, ma facendolo «un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra la fortezza inattaccabile dell’infinito. Io sono leggenda». Suicidio che a me ricorda quello ben più celebre di Catone l’Uticense, il guardiano del Purgatorio dantesco a cui Virgilio presentando il pellegrino dice che è uno che «libertà va cercando ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta». Pagano, non battezzato, Catone è scelto da Dante come esempio di giusto che sacrifica la propria vita pur di non perdere la libertà, tanto simile a Cristo da poter infrangere le leggi divine e incamminarsi salvo, ultimo tra i purganti, verso la libertà eterna ed assoluta del Paradiso.
Perché, anche quando tutti gli altri ci giudicano stupidi o ubriachi, si può continuare a credere nella verità incontrata, e re-sistere all’assimilazione della propria capacità di pensare al diffuso debole pensiero di massa. Con l’ironia del paradosso ce lo ha ben spiegato Chesterton: «L’Islanda non esiste perché non l’hanno vista che degli stupidi marinai e i marinai sono stupidi perché dicono di aver visto l’Islanda».
È questa un’ora che viene per tutti poiché ciascuno esistendo affronta prima o poi la sua montagna incantata:
L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall’idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti il proprio benessere morale. Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l’impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l’epoca stessa, nonostante l’operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo. Per aver voglia di svolgere un’attività notevole che sorpassi la misura di ciò che è soltanto imposto, senza che l’epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda “a qual fine?”, occorre o una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica o una ben robusta vitalità.
Leggere come atto di resistenza quotidiana
Ecco questa è la letteratura che si fa coscienza degli uomini, che – come scrisse Ezra Pound – è parola elevata all’ennesimo grado di significato. Fare letteratura, fare poesia, o poiein, è opporsi sempre, è perenne re-sistere al conformarsi, al potere, a tutto ciò che ci allontana dall’umano. E se fare letteratura è fare parola, allora occorre necessariamente che ci sia un “altro” a cui dire la parola poetica, quella parola che illumina d’immenso il lettore, che lo avvicina al varco, all’anello che non tiene, che accende della luce della poesia le piccole cose di tutti giorni, anche quelle di pessimo gusto, che la sera risveglia lo spirto guerrier e lo conduce alle soglie del nulla eterno o dinanzi alla visione di quell’amor che move il sole e l’altre stelle. Perché in ultima analisi la letteratura è una relazione d’amore, dà senso al nostro vivere, lo rende “esistere” e lo fa resistere a tutto ciò che è disumano.
Questo è il vero motivo che dovrebbe spingerci a leggere e a crearci, come lo ha definito Harold Bloom, un canone, cioè un catalogo di ciò che può farci incontrare con altri uomini e donne e farci scoprire la vera natura del nostro essere donne e uomini: Omero cantore dei valori guerrieri e del desiderio di conoscenza dell’antichità; Shakespeare il più grande nel raccontare le passioni terrene in ogni loro forma, gelosia, odio, brama di potere, e naturalmente amore; e Dante l’unico che nella Vita Nuova e nella Commedia ha saputo descrivere l’amore nella sua forma sublime. E, per la modernità, Goethe, che nel Faust canta la capacità dell’uomo di resistere alla tentazione della felicità ridotta a piacere, all’attimo da cogliere; e Thomas Mann (che ho letto poco fa) cantore del compito dell’uomo moderno di resistere al pensiero debole e alla dominante oppressione del pensiero di massa.
Perché se è vero, ed è vero, che la letteratura è la forma alta e perenne di resistenza, allora leggere è la forma ordinaria di resistenza che possiamo praticare tutti quotidianamente. Ce lo ha spiegato bene Ray Bradbury nel 1953 immaginando un mondo dove leggere era proibito, dove i pompieri non spegnevano ma appiccavano incendi, bruciando le grandi opere letterarie. È il mondo descritto in Farenheit 451. In quel mondo Montag, il protagonista, lui stesso pompiere, si unisce alla resistenza diventando uno degli uomini-libro, cioè imparando a memoria una delle grandi opere della letteratura per tramandarla. Letteratura, lettura e memoria: forme perenni di resistenza.
¹ Vito Mancuso, riportato in L. De Ioanna, “Parma, la lezione di Vito Mancuso: ‘Coscienza morale in pericolo. La sfida è essere migliori e non i migliori’”, la Repubblica, 13 dicembre 2019.
² Ibidem.
³E. Montale, Il primo gennaio.