Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi comunisti europei – venuto meno quel che Enrico Berlinguer definiva il «contrappeso all’imperialismo americano»1 – ha preso forma lo scenario della “globalizzazione” secondo un modello di economia capitalista considerato ormai vincente a livello mondiale.

La convinzione di aver raggiunto un traguardo definitivo fu salutata come «la fine della Storia»2 e a partire dagli anni Novanta il coro che sosteneva la “fine delle ideologie” ha quindi partorito una sorta di nuova ideologia dell’“eterno presente”.

L’interesse per la storia è stato ridimensionato e il moltiplicarsi sulla scena politica di movimenti che promettono la rinascita nazionale nel segno dell’“anno zero” rispecchia un immaginario collettivo cresciuto senza radici e identità storiche.

Ed è, appunto, Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea (Rubbettino, Soveria Mannelli 2025, pp. 110, € 14) il titolo dell’illuminante saggio dello storico Giovanni Belardelli che mette a fuoco una serie di criticità che caratterizzano e inquinano il nostro panorama culturale.

Siamo oggi di fronte a «una diffusa quasi totale ignoranza della storia» che riguarda – come documenta Belardelli – non solo i giovani, ma che «si estende ormai anche a una fetta consistente del ceto dirigente e in particolare della classe politica».

Emerge soprattutto la responsabilità dell’insegnamento a partire dalla riduzione di orario dedicato alla storia a cui si è aggiunta la riforma che dal 1996 ha destinato l’intero ultimo anno delle superiori al solo Novecento con «un’enfasi eccessiva rivolta a tutto ciò che è recente o recentissimo svalutando le epoche precedenti e negando ogni continuità con il passato».

Questo «schiacciamento della storia sull’attualità» si è poi aggravato quando si è andata sostituendo la cronologia con i «blocchi tematici» finalizzati a «una torsione in chiave etica della storia».

Separata dai fatti disposti secondo una sequenza temporale la storia è sempre più usata come «materia edificante» al fine di «formare il buon cittadino democratico».

È così decollato in Italia il mito del “patriottismo costituzionale” che Renzo De Felice contestava in quanto riproponeva la «possibilità illuministica di un esperanto costituzionale» ovvero un patriottismo basato non su una identità storica nazionale, ma su una «Carta dei Valori» con identità generica.

Questa formula che era stata ideata da Jurgen Habermas nel 1990 nel quadro della riunificazione tedesca in Italia ha avuto una sanzione istituzionale nelle manifestazioni celebrative del 150° dell’unità d’Italia sotto la presidenza di Giorgio Napolitano.

Il “patriottismo costituzionale” è stato da noi adottato con successo in quanto mette insieme la tesi secondo cui la vera libertà in Italia nasce con la Resistenza (ripudiando l’Italia liberale)3 e l’esigenza inclusiva di una comunità multietnica.

Belardelli nota come per molta intellettualità il riferimento nazionale è rifiutato: «Le identità nazionali» – sentenzia Carlo Rovelli – «sono create da strutture di potere»4. Anche Tomaso Montanari assicura: «L’identità italiana non esiste»5.

A ciò aveva invece energicamente reagito nel suo settennato il predecessore di Napolitano, Carlo Azelio Ciampi, che rilanciò l’identità nazionale insistendo sugli «episodi fondamentali» come il Rinascimento e il Risorgimento.

La riscoperta della Patria6 è appunto il titolo del saggio in cui uno dei suoi principali “consiglieri” al Quirinale, Paolo Peluffo, ricostrui
sce l’impegno di Ciampi per rilanciare «l’orgoglio nazionale degli italiani» ovvero un patriottismo non basato su valori senza storia, ma legato ai fatti, ai territori e alle personalità del nostro passato.

Nel segno del multiculturalismo – sottolinea Belardelli – si rifiuta la dimensione nazionale e si mette sotto accusa il “dominio occidentale”.

Prevale cioè «un clima culturale di colpevolizzazione dell’intera storia occidentale». Già Joseph Ratzinger, ancora cardinale, nel 2004 avvertiva: «C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo»7.

In questo contesto si è giunti a far diventare criterio storico il peggior nemico della storia e cioè il guardare il passato secondo “gli occhiali” del presente, trasformando la ricostruzione storica in una inquisizione. Le pagine che Belardelli dedica al fenomeno della cancel culture sono inquietanti.

Siamo di fronte – sottolinea – a «un’archeologia del risentimento» con tanto di «guerra delle statue» segnata negli Stati Uniti dalla contestazione e rimozione di monumenti dedicati a Cristoforo Colombo, all’estensore della Dichiarazione d’indipendenza americana Thomas Jefferson, e ai presidenti Abraham Lincoln, il progressista Woodrow Wilson che guidò gli americani nella Prima guerra mondiale e Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace 1906. Per tutti l’accusa è di essere stati razzisti e schiavisti.

Spicca in questa «rappresentazione in chiave criminale del passato», Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti8 scritto dal politologo e antropologo Mahmood Mamdani, che mette sullo stesso piano l’intera secolare storia americana con gli anni della Germania nazista e del Sudafrica dell’Apartheid «poiché tutti e tre rappresenterebbero un modello di Stato fondato sul governo di una maggioranza religiosa o etnica ai danni di una minoranza».

«Si rifiuta» commenta Belardelli «di collocare uomini e donne nel loro tempo, ma li si convoca, qui e oggi, di fronte a noi per condannarli. Il passato e il presente diventano contemporanei».

In questo contesto è cresciuto l’antioccidentalismo occidentale che ha aperto la strada al nuovo antisemitismo sedicente antifascista: «Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas e la durissima ed eccessiva reazione militare israeliana» scrive Belardelli «vi è stata una nuova ondata di antisemitismo che ha fatto tutt’uno con la sconsacrazione dell’Olocausto» e cioè: «la rappresentazione degli ebrei come i nuovi nazisti e dei palestinesi come i nuovi ebrei».

«Le democrazie occidentali» conclude Belardelli «sono ormai in guerra con il passato, appaiono immerse in un presente che in realtà, senza radici né profondità storica, rischia di non essere altro che un’illusione, un miraggio».

 

 

1 Definizione usata da Berlinguer nel Comitato Centrale che pur segnò, dopo il colpo di Stato polacco del dicembre 1981, la massima distanza del Pci dall’Urss: “Le conclusioni di Berlinguer”, L’Unità, 15 gennaio 1982.

2 Titolo del saggio del 1992 scritto dal politologo statunitense Francis Fukuyama che sosteneva la tesi di un mondo ormai avviato verso la condivisione dello stesso modello economico e politico.

3 «Il 25 aprile 1945 è il giorno della nascita della democrazia. Dico nascita e non rinascita perché la democrazia come pienezza di diritti e di doveri, non c’era mai stata nella storia italiana»: così il post-comunista Luciano Violante, presidente della Camera, scriveva nell’editoriale de La Stampa il 24 aprile 2001. Il giudizio negativo sull’Italia liberale risale al fascismo contro cui Benedetto Croce scrisse nel 1927 Storia d’Italia dal 1871 al 1915. Quando la tesi secondo cui «prima del fascismo l’Italia non aveva avuto governi democratici» venne sostenuta da sinistra nel 1945 nell’aula della Costituente, Benedetto Croce replicò il 27 settembre: «Questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei Paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa della democrazia» (B. Croce, Discorsi parlamentari, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 179).

4 C. Rovelli, “L’unica nazione è l’umanità”, Corriere della Sera, 31 luglio 2018.

5 T. Montanari, “L’identità inventata degli italiani”, Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2018.

6 P. Peluffo, La riscoperta della Patria, Rizzoli, Milano 2008.

7 M. Pera, Joseph Ratzinger, Senza radici, Mondadori, Milano 2004, pp. 70-71.

8 M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano 2023.