Circola un bel documento intitolato Per un’Europa che guardi al mondo. Appello ai cristiani e alle persone di buona volontà (Eurilink University Press, Roma 2026, pp. 122, € 9,99): così lo hanno chiamato i suoi estensori, i quali lo hanno presentato a partire dallo scorso anno nel corso di una serie di incontri di approfondimento. L’ultimo è stato il 2 marzo scorso nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio, quel Campidoglio dove il 25 marzo del 1957 erano stati firmati i Trattati di Roma che dettero via al cammino verso l’Unione Europea con la creazione della Cee, la Comunità economica europea, e dell’Euratom, la Comunità europea per l’energia atomica. Prima ancora c’erano state nel 1955 la Conferenza di Messina e nel 1951 l’istituzione della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Un albero genealogico che risale ancora indietro, al Manifesto di Ventotene del 1941, alle proposte di don Luigi Sturzo negli anni Trenta…

Nel tempo si è sviluppato un immaginario intorno a questo percorso storico di idealità e di grandi sogni, dopo il dramma delle due guerre mondiali del Novecento entrambe originate dai nazionalismi del Vecchio Continente. Sono seguiti lunghi decenni di pace e di prosperità, che hanno fatto dell’Europa l’area stabilizzata di pace più vasta del mondo, non dobbiamo stancarci di ripeterlo: un modello vincente di sviluppo sociale ed economico in un quadro di coesistenza di popoli e nazioni che nel 2012 ha meritato all’Unione il premio Nobel per la pace. «L’Europa unita non nasce contro le patrie – diceva De Gasperi – ma contro i nazionalismi che l’hanno distrutta. L’Europa unita è il più grande baluardo della pace».
L’ideale dell’Europa unita promotrice di pace
Si rifà a questo patrimonio di aspirazioni e di esperienze il documento presentato in Campidoglio nel marzo scorso, affinché l’obiettivo di una Europa unita e federale riprenda nuova capacità attrattiva proprio nell’attuale, difficile congiuntura internazionale. I soggetti promotori dell’iniziativa sono la Fondazione Giulio Pastore, il Centro di documentazione europea dell’università Lumsa e l’associazione culturale Progetto Europa domani nelle persone fisiche di Patrizio Bianchi, Sergio Fabbrini, Luigi Paganetto, Vincenzo Paglia, Vincenzo Scotti. Sono loro i sottoscrittori del documento, un centinaio di pagine divise in tre parti: un nuovo cristianesimo europeo; l’Europa e la sfida di un mondo che cambia; undici considerazioni per l’Unione federale. Il documento è corredato da commenti di Giuliano Amato, Andrea Manzella, Pier Virgilio Dastoli, Pier Carlo Padoan, Pasquale Lucio Scandizzo, Giulio Prosperetti.
«Mai più», decretarono i padri fondatori l’indomani della Seconda guerra. E oggi? Oggi, si legge nel documento:
l’Europa nata dal rifiuto della guerra, non può accettare che la guerra torni a essere una soluzione. L’Europa deve guardare al mondo non per esportare superiorità, ma per condividere responsabilità e costruire stabilità. Se l’Europa vuole contare nel mondo che cambia, deve tornare a unirsi in modo più deciso. L’Europa cresce e diventa attrattiva quando è unita e agisce congiuntamente; si condanna alla marginalità economica e alla irrilevanza politica quando si frammenta in sovranismi che non hanno più scala adeguata per governare guerra, clima, energia, migrazioni, innovazione tecnologica, disordine economico globale.
Di qui l’appello per
una unione umanistica, sostenibile e federale. Federale non come formula astratta ma come scelta di efficacia democratica: superare la paralisi prodotta dal veto e dalla unanimità, dotarsi di istituzioni cacaci di decidere a nome dell’Europa, preservando le autonomie ma rendendo possibile un’azione comune nelle materie decisive. Senza questa capacità di decisione, l’Europa resta prigioniera degli egoismi e dei ricatti interni, e perde credibilità esterna.
La realtà dell’Unione Europea attuale
Accanto al piano ideale di ciò che dovrebbe – e potrebbe – essere, c’è la situazione reale dell’Unione Europea dei nostri giorni. Nel precedente articolo eravamo rimasti all’inizio del nuovo anno. Mentre dall’altra parte del mondo Trump faceva rapire il presidente del Venezuela Maduro, in Europa il 5 gennaio scorso aveva fatto ben sperare un incontro dei “volenterosi” a Parigi, che si era concluso con due fatti concreti: la firma di un accordo con Zelensky e gli Usa sulle garanzie di sicurezza dell’Ucraina una volta terminata la guerra; un documento congiunto di solidarietà verso la Groenlandia rispetto alle mire americane sull’area artica.
Un inizio d’anno di coesione sul terreno cruciale della politica estera, al quale sono seguiti altri avvenimenti in questa direzione. Lunedì 2 febbraio, all’Università di Lovanio, Mario Draghi poneva di nuovo il tema dell’Unione federale: «Una Europa incapace di difendere i propri interessi, non sarà in grado di difendere a lungo i propri valori». È il rilancio della visione esposta nel suo documento sulla competitività esterna dell’Unione. Il suo intervento è stato alla vigilia dell’incontro informale dei capi di Stato e di Governo dell’Unione dell’11 e 12 febbraio al castello di Alden Biesen, in Belgio, convocato proprio per una verifica della fattibilità del documento Draghi e di quello di Enrico Letta sulla competitività interna nell’Unione. Documenti la cui stesura è opera di due ex Presidenti del consiglio italiani, paradossale motivo d’orgoglio del nostro Paese, mentre l’attuale maggioranza di governo è condizionata, sul tema europeo, da pulsioni interne più nazionaliste che non europeiste.
Al castello di Alden Biesen, Draghi e Letta sono stati protagonisti. Le discussioni sono state sui punti da loro indicati: semplificazione della burocrazia di Bruxelles, nuova competitività, eurobond per grandi interventi mirati (Draghi vorrebbe investimenti per 800 miliardi l’anno), creazione di un effettivo mercato unico (Letta propone il “28° regime”1 per consentire a tutte le imprese Ue di crescere fuori dei propri confini nazionali con regole comuni), rinnovato sostegno all’Ucraina e molto altro. La presidente della commissione Ursula von der Leyen ha preso buona nota, riservandosi una proposta complessiva da fare alla successiva riunione formale del Consiglio europeo del 18 e 19 marzo, indicando una road map verso il mercato unico da raggiungere entro il 2027.
La guerra Iran-Usa-Israele
Rispetto a questo progress, il 28 febbraio c’è stato il nuovo irrompere di Donald Trump sulla scena mondiale con l’intervento militare israelo-americano in Iran: l’uccisione della guida spirituale Ali Khamenei, i bombardamenti, la destabilizzazione di quel Paese con gli immediati contraccolpi in tutto il Medio Oriente, già segnato dalla tragedia e dagli eccidi di Gaza. Una sorta di “caso Venezuela” riproposto su una scala ben maggiore, nei confronti di un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, con una storia e tradizioni millenarie. «Abbiamo vinto la guerra con l’Iran in un’ora», ha dichiarato Trump. In effetti i contraccolpi, la chiusura dello stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio salito alle stelle, lo stato d’allarme che dal Medio Oriente si è allargato al resto del mondo sono del tutto diversi da quelli di una “guerra lampo”. Oltre al nuovo colpo inferto all’intero sistema delle relazioni internazionali e ai suoi organi di garanzia a cominciare dalle Nazioni Unite, di nuovo travolte dalle iniziative unilaterali e indiscriminate del Presidente degli Stati Uniti.
Contraccolpi che hanno investito in pieno la politica italiana e la posizione del governo alla vigilia del vertice europeo di metà marzo. Se ne è avuta la rappresentazione in Parlamento l’11 marzo scorso al dibattito su questi avvenimenti, con la presidente del consiglio Giorgia Meloni che ha proposto un patto di unità d’azione all’opposizione, che si è presentata però in ordine sparso, mentre arrivava in quelle stesse ore la notizia di un missile su una base militare italiana in Medio Oriente. In questo scenario di tensioni era annunciata per il 14 marzo al Quirinale una riunione del Consiglio supremo di difesa. La riunione ha ribadito un chiaro no dell’Italia alla guerra, la preoccupazione per il «moltiplicarsi delle iniziative unilaterali», e la collaborazione ai fini della sicurezza comune con gli altri Paesi europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo pochi giorni prima, il 10 marzo, una laurea ad honorem all’Università di Firenze, aveva lanciato questo monito: «Non lasciamo che si realizzi la regressione verso la tirannide». È l’ulteriore punto da aggiungere all’ordine del giorno dell’agenda europea, e al ruolo di salvaguardia democratica che nel contesto europeo e internazionale è chiamato a svolgere il nostro Paese.