L’Inatteso che si ripropone ogni anno

di Carlo De Marchi
03/12/2021
L’Inatteso che si ripropone ogni anno

Chi più, chi meno, ogni anno tutti corriamo il rischio di accorgerci che c’è stato il Natale solo quando dobbiamo disfare l’albero in salotto e le decorazioni e le luci scompaiono dalle vie del centro. Le tante corse e il traffico prenatalizio, la maratona gastronomico-relazionale dei giorni di festa, la complessità logistica che caratterizza il periodo prima, durante e dopo le feste; tutto questo ci lascia spesso la sensazione di esserci persi qualcosa per strada. E quando, passato il periodo natalizio, ci domandiamo se siamo riusciti a dedicare tempo al Festeggiato (perché il Natale in fondo è una festa di compleanno alla quale siamo invitati a partecipare), probabilmente non riusciamo a rispondere sinceramente di sì. D’altra parte, forse, un po’ ci ribelliamo all’idea di dover per forza provocare nei nostri cuori alcuni bei pensieri, colmi di buoni sentimenti che ci sembrano infantili, perché ci pare che sia una finzione, una specie di maschera sorridente e inautentica che ci viene imposta dal periodo liturgico delle feste comandate.

In viaggio per Betlemme

Ma il Natale non è un momento per fare dei bei pensierini. Il Natale è una scoperta, una sorpresa che non dipende dalle nostre riflessioni personali o da stati d’animo più o meno consapevolmente ricercati. Mentre noi siamo assorbiti nel nostro andirivieni quotidiano e impegnati a fare quello che facciamo sempre, succede qualcosa di inatteso, come a quei pastori che furono i primi testimoni del primo Natale, secondo il racconto del Vangelo di Luca: «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregg e. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore» (Lc 2, 9). Come i pastori, dobbiamo riconoscere che questo genere di sorprese come prima reazione, provoca anche a noi un po’ di paura. Siamo incerti su tanti aspetti della nostra vita, magari anche su alcune relazioni fondamentali in famiglia, oppure su qualche modalità di lavoro che riteniamo ormai inevitabile ma che in realtà non ci ha mai convinto del tutto… però ci fa paura fare davvero luce su quello che ci succede. Quindi prima di tutto ci toccherà superare la tentazione di preferire la comodità dello status quo al rischio di affrontare con coraggio la realtà della nostra vita. A volte, dietro a tante corse dovute a tanti impegni di lavoro e di famiglia, c’è una gran paura di riflettere: la contraddittoria comodità di chi corre, di chi fa una cosa dietro l’altra senza soste pur di non fermarsi a pensare perché le fa. «Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità», dice una massima folgorante di Ralph Waldo Emerson. Oggi invece vogliamo avere il coraggio di fermarci a riflettere, a meditare, per avvicinarci alla luce del Natale e per scoprire se il Signore vuole farci intravedere qualcosa di nuovo. Prima di tutto sentiamo un invito: «Non temete». Tutto il Vangelo, anzi l’intera Sacra Scrittura è percorsa da questa costante rassicurazione che Dio rivolge a ogni sua creatura: conosco le tue paure, ti parlo proprio per indicarti la via per superarle. Questa via non è solo un percorso spirituale, che avviene nell’intimo della mia coscienza; è una via che passa attraverso un luogo ben preciso: «Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2, 10-12).

La sorpresa dell'ordinario 

Cosa troviamo se abbiamo il coraggio di avvicinarci a questo luogo dotato di precise coordinate geografiche, alla grotta che funge da stalla dove si trova il Bambino? La prima grande sorpresa è che il segno che i pastori trovano è tutt’altro che sconvolgente: «Maria e Giuseppe, e il bambino adagiato nella mangiatoia». La luce di Betlemme illumina la realtà normale di ognuno di noi, in primo luogo quella famigliare, senza renderla diversa da com’è sempre stata. Il poeta W. H. Auden immagina che i Magi, arrivando davanti a Gesù Bambino dopo un viaggio che è parso loro interminabile, si accorgono di non trovarsi lontani dalla partenza: «Non abbiamo mai lasciato il posto in cui siamo nati», si dicono l’un l’altro: «Abbiamo camminato mille miglia, eppure soltanto / abbiamo logorato l’erba tra casa nostra e il lavoro […]. Musica e luce improvvisa / hanno interrotto la nostra routine stanotte, / e spazzato via la polvere dell’abitudine dai nostri cuori». Il viaggio è tutt’altro che terminato: «O here and now our endless journey starts, qui e ora il nostro viaggio senza fine ha inizio»1. Il traguardo di Betlemme si rivela in realtà un punto di partenza. «Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”» (Lc 2,15). Il primo passo necessario è quindi quello di «andare fino a Betlemme» e andarci «senza indugio», cioè superando quella difficoltà abituale che tutti sentiamo, una specie di agitazione di fondo che ci porta a rimandare qualsiasi impegno di riflessione, di contemplazione, di preghiera. Siamo così abituati a rimandare che troviamo sempre una data dopo la quale finalmente troverò il tempo. Dopo un esame, dopo una scadenza, dopo un concorso, dopo l’operazione di un parente… E se forse può risultare ragionevole rimandare l’inizio della dieta a dopo le feste natalizie, è del tutto contraddittorio aspettare che arrivi la metà di gennaio per decidersi a trovare il tempo per contemplare il Natale. Per inciso, si può notare che Maria e Giuseppe faticano molto a trovare spazio, perché tutte le locande e gli ostelli sono pieni di persone indaffarate a organizzare e partecipare all’evento del censimento; il che sembra una fotografia di tante famiglie che tra il pomeriggio del 24 e la mattina del 26 dicembre organizzano decine di operazioni logistiche, faticando moltissimo per trovare anche solo un quarto d’ora da dedicare a contemplare silenziosamente un presepe. Esiste anche un altro rischio dovuto a un certo razionalismo che caratterizza ognuno di noi: il rischio di pensare che la storia raccontata dal presepe sia affascinante ma incredibile, qualcosa di «troppo bello per essere vero», dice Chesterton, che però puntualizza: «se non fosse che è vero». Infatti, continua il geniale autore inglese, la religione cristiana: «È rivelazione. In altre parole è una visione, una visione ricevuta con fede: ma è una visione della realtà. La fede consiste nell’essere convinti della sua realtà». Quando osserviamo la scena del Natale, ci si pone davanti agli occhi, come prima e fondamentale realtà, il fatto che Dio è entrato nel tempo. Il Creatore eterno dell’Universo non ha voluto restare lontano e irraggiungibile e, per rendere la sua presenza tangibile e abbordabile per noi tutti, si è incarnato. Questo fatto è avvenuto nel nostro tempo e nella nostra storia, non solo nella fantasia o nella meditazione di alcune anime mistiche. Questa constatazione trasforma tutto il tempo, non soltanto il periodo delle festività natalizie: non è un caso che la misurazione del tempo della storia dei popoli e delle nazioni abbia da quel momento come centro proprio l’evento storico della nascita di Gesù. Anche il tempo di ognuno di noi, fatto per lo più di tante ore normali e simili l’una all’altra, acquista un centro e quindi un senso. «I giorni sembrano tutti uguali tra loro, perfino monotoni… Ebbene, questo schema di vita, in apparenza così consueto, ha un valore divino; è qualcosa che riguarda Dio stesso, perché Dio vuole incarnarsi nelle nostre occupazioni e animare dal di dentro anche le nostre occupazioni più umili». La seconda realtà che balza agli occhi di chi si ferma a guardare, e riflette su quello che vede, è che a Betlemme non andiamo per donare qualcosa ma per ricevere. Per cogliere questo fatto sorprendente ci serviamo di alcune luminose parole di Papa Francesco, tratte da una meditazione della notte di Natale: «Mentre contempliamo il bambino Gesù appena nato e deposto in una mangiatoia, siamo invitati a riflettere: come accogliamo la tenerezza di Dio?».

Dio si intenerisce davanti al disordine del mondo 

C’è tenerezza nel fatto che Dio, Signore dell’Universo, sia un bambino appena nato; c’è tenerezza nella coppia giovanissima e sprovveduta formata da Maria (poco più che adolescente) e Giuseppe (che, a discapito di una falsa tradizione che risale ai Vangeli apocrifi, era senz’altro giovane anche lui). Enrique Monasterio immagina che tra i pastori ci sia una donna, una massaia di mezza età, che nasconde la sua commozione dietro modi un po’ ruvidi e quasi arrabbiati, e apostrofa la giovane Madre dicendole che si vede lontano un miglio che è alle prime armi: «Ma chi ti avrà insegnato a mettere le fasce a un bambino! Dai, lasciamelo, si vede subito che sei inesperta…». E cambia lei il pannolino al Signore del Cielo e della Terra, aggredendo con tenerezza la Vergine Maria. A noi a volte costa accogliere tutta questa tenerezza, perché vorremmo un Dio efficiente, che risolva i problemi in modo pragmatico, rapido e misurabile. Altro che una stalla sporca, vorrei una casa con un mutuo ragionevole, sistemata bene, ben collegata, pulita e poi vorrei una raccolta differenziata puntuale e rigorosa... Vorremmo che il Signore mettesse in ordine il mondo. E invece Dio si intenerisce davanti al disordine, davanti alla sofferenza e anche di fronte al peccato, cioè agli sbagli che ognuno di noi fa in modo consapevole. Quando faccio il male, il Signore non mi guarda come chi vuole darmi una multa, ma con tenerezza. Non è sempre facile accogliere questa tenerezza. «Mi lascio raggiungere da lui, mi lascio abbracciare, oppure gli impedisco di avvicinarsi?». Spesso tendiamo a pensare che la coerenza cristiana dipenda dalla decisione ben determinata di cambiare vita. Invece la mia fede, la mia relazione con Dio dipende dal lasciar fare a Lui, rispettando i suoi tempi, dall’accettare che Dio non cambia il mondo, non lo rimette in ordine con un colpo di bacchetta magica, ma è lì povero, un bambino che dipende dai suoi genitori, e anche la sua famiglia sembra appesa a un filo come spesso ci sentiamo e siamo anche noi. Proprio quando provo l’inquietudine del sentirmi in bilico è il momento di lasciarmi prendere, di lasciarmi voler bene dal Signore. «La cosa più importante non è cercarlo, bensì lasciare che sia lui a cercarmi, a trovarmi e ad accarezzarmi con amorevolezza. Questa è la domanda che il bambino ci pone con la sua sola presenza: permetto a Dio di volermi bene?». Ecco un proposito valido per prepararsi e vivere il Natale e ogni altro giorno dell’anno: lasciarmi trovare da Dio, permettendogli di volermi bene. Questo vuole dire anche che, quando ci scontriamo con un contrattempo, un ingorgo, qualcosa che non funziona come avevamo preventivato, invece di vedere solo un ostacolo che mi genera tensione e logorio, posso dire: «Signore, mi hai trovato, eccomi!». E mi accorgo che questo «eccomi» è la risposta della Madonna all’annuncio dell’Angelo, è ciò che ha reso possibile il cambiamento del mondo. I pastori dicono «eccomi» e si lasciano trovare, Giuseppe si lascia consigliare in sogno dicendo «eccomi», la Madonna dice «eccomi, avvenga di me secondo la tua parola», cioè: «fai Tu, mi fido della bontà di quello che mi proponi, anche se non lo capisco bene, non lo controllo».

L'invito a lasciar fare a Dio 

Sta a me decidere se vivere i miei problemi famigliari e professionali cercando di sistemare il mondo, cercando l’efficienza a tutti i costi, oppure accogliendo la volontà di Dio, la sua presenza sorprendente perché semplice e inaspettata, che spesso ai miei occhi sembra anche un po’ «inefficace». «La salvezza non si controlla / vince chi molla», canta Nicolò Fabi. Posso decidere se fare tutto io oppure lasciar fare a Dio. Papa Francesco aggiunge poi un’altra domanda che allarga ancora di più la portata del discorso. «Abbiamo il coraggio di accogliere con tenerezza le situazioni difficili e i problemi di chi ci sta accanto?». Riconoscendo e accogliendo la tenerezza di Dio, scopro un invito a fare lo stesso con chi mi sta accanto, il famigliare vicino o lontano, la collega con cui condivido l’ufficio al lavoro, lo sconosciuto che ho di fronte in treno, perfino il passante che incontro per strada. Accolgo con tenerezza i problemi di chi mi trovo intorno, i suoi limiti, le sue fragilità, i suoi sbagli? «Oppure preferiamo le soluzioni impersonali, magari efficienti ma prive del calore del Vangelo? Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo! Pazienza di Dio, vicinanza di Dio, tenerezza di Dio». Dio non vuole soltanto offrirmi il suo tenero affetto in mezzo ai miei problemi, alle mie difficoltà; con la sua sorprendente fiducia nei miei confronti, mi dona la possibilità di essere messaggero del suo affetto con gli altri, con le persone che ho accanto a me. È la chiamata a essere «misericordiosi come il Padre», come Gesù chiede espressamente a tutti i battezzati (Lc 6, 36). È la nostra chiamata a donare agli altri, dopo averla accolta noi in prima persona, la stessa tenerezza di Dio. Non è facile e a volte può sembrarci quasi impossibile. È stato così per i discepoli, ai quali è costata molta fatica la lezione della misericordia che il Maestro non si stancava di insegnare loro. «Abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi» (Lc 9, 49), dicono con tono di protesta in un’occasione; e sono ancora meno comprensivi quando un villaggio di Samaritani non vuole accogliere Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9, 54). Nel Vangelo si vede quanto è costato al Maestro trasmettere ai discepoli la rivoluzione della misericordia e la possibilità, anzi il comandamento del perdono. «C’è gente cattiva – ci diciamo come giustificazione – dovreste vedere com’è l’ambiente da me in ufficio!»; «E voi non conoscete quel mio parente, non sapete cos’è successo nel nostro condominio». Il Signore in realtà conosce cosa succede in tutti gli uffici e in ogni condominio e ci dice in modo inequivocabile come siamo chiamati a comportarci con chi ci fa un torto, parenti compresi: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 43-45); sono buoni tutti ad amare le persone affettuose e simpatiche. Gesù ci chiede di più: amare i nemici, accogliere con comprensione chi fa il male, sforzarsi di vedere il bene che c’è in ogni persona. Ci chiede, lo ripetiamo, di essere misericordiosi come il Padre. Signore, aiutaci, noi vogliamo avvicinarci alla luce della tua culla e sorprenderci. Sappiamo che è un momento di grazia e c’è una sorpresa per noi adesso, perché a Natale il regalo è proprio la sorpresa che Dio prepara per ognuno dei suoi figli e delle sue figlie. Aiutaci, vogliamo risponderti vedendo la tua luce, come ha risposto la Madonna, come ha risposto san Giuseppe. Il Natale ci rivela che la tenerezza di cuore, cioè la misericordia, è un miracolo possibile per ogni cristiano. Nel contempo è un comandamento, un obbligo, una chiamata chiaramente indicata dal Vangelo. Ma è soprattutto un dono che possiamo ricevere ogni volta che contempliamo un presepe.

Carlo De Marchi
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