«Måneskin & Greta»

Editoriale di Cesare Cavalleri
02/11/2021
«Måneskin & Greta»

Il successo dei Måneskin (in danese sta per «chiaro di luna») è un sintomo vistoso della temperie «culturale» (virgolette d’obbligo) in cui viviamo. I quattro ventenni, Damiano David (voce), Victoria De Angelis (basso, vera leader del gruppo), Thomas Raggi (chitarra) ed Ethan Torchio (batteria) hanno vinto il Festival di Sanremo con Zitti e buoni, l’Eurofestival con lo stesso brano, e hanno trionfato in apertura del concerto dei Rolling Stones il 5 novembre scorso, ricevendo i complimenti entusiasti di Mick Jagger, settantottenne mummificato. La band, nata dai talent shows televisivi e consolidatasi sui social, viene applaudita per aver rilanciato il rock: ma dov’è la novità? I Måneskin eseguono la musica non dei loro genitori, ma addirittura dei loro nonni e bisnonni, perché l’anagrafe non mente. E allora? Si impongono soprattutto per il look, per l’ambiguità sessuale del front man Damiano, truccatissimo e spogliatissimo. Intervistato da Massimiliano Castellani su Avvenire, Giacomo Campanile, professore di religione del Liceo Linguistico Montale, frequentato fino al terzo anno da Damiano, assicura che i Måneskin «sono essenzialmente quattro normalissimi ragazzi di borgata».

Ma l’allievo David è sempre stato così ribelle? «Io ho conosciuto un ragazzo con una grande passione per la musica», risponde il professore, «e anche profondamente alla ricerca di una sua spiritualità. Non è un caso che sulla spalla si sia tatuato l’immagine di Gesù Cristo. La bassista Vic sul palco di Sanremo nella finale portava il rosario al collo e non credo fosse una forma di ostentazione». «L’ideologia gender che ha caratterizzato l’ultimo Sanremo», continua il professore, «credo non sia colpa dei Måneskin ma una strumentalizzazione del consumismo. Gli artisti dell’ultima generazione sono vittime, più o meno consapevoli, di un mondo adulto che vuole distruggere l’identità dei giovani». Questo è il punto: per avere successo, quattro «normalissimi» ragazzi di borgata devono abbigliarsi da transgender. Sono questi i modelli ai quali i ragazzi «normalissimi» dovrebbero ispirarsi? Apriamo gli occhi.

Un altro sintomo della nostra «temperie» è il fenomeno Greta Thunberg. La ragazzetta svedese si atteggia a Giovanna d’Arco dell’ecologia, e vuole combattere il riscaldamento globale organizzando cortei. Diciamolo chiaramente: è una grande stupidaggine. È stupido attribuire soltanto alla Co2 prodotta dall’uomo la responsabilità dei cambiamenti climatici che obbediscono a leggi cosmiche che si misurano in secoli o addirittura per ere geologiche. Certo, anche l’uomo deve fare la sua parte, ma come si fa se la Cina, l’India e la Russia non vogliono rinunciare all’uso del carbone e lo impiegano per costruire nuove centrali termiche? Dichiariamo guerra alla Cina, all’India, alla Russia? Sono problemi enormi che non si risolvono con i cortei, e verso i quali i singoli governi e le organizzazioni internazionali possono fare ben poco, e non subito. L’azione di sensibilizzazione dei cortei si scontra con l’oggettiva enormità dei problemi e, almeno da noi, si dovrebbe imparare la lezione del fallimento del movimentismo dei 5Stelle, tante volte inutilmente «scesi in piazza». Lezione che dovrebbe servire anche ai sindacati, i quali non hanno altra proposta che indire scioperi che lasciano intatte le responsabilità delle parti in causa. L’unico risultato dei cortei è la paralisi dei mezzi pubblici che impediscono ai cittadini che vogliono lavorare di recarsi sul posto di lavoro. Senza contare l’ira dei negozianti, dei baristi e ristoratori che devono abbassare le saracinesche quando passano i cortei. Eppure, Greta interloquisce con i governanti di ogni Paese, minando la fiducia dei cittadini verso i politici che li rappresentano e che perdono tempo ad ascoltare il bla-bla della ragazzetta. C.C.

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