L’Italia giovane & epica di Mancini. La cavalcata della Nazionale fino alla vittoria degli Europei

di Chiara Finulli
01/09/2021
L’Italia giovane & epica di Mancini. La cavalcata della Nazionale fino alla vittoria degli Europei

«È finita qui, non andremo al mondiale. Ci va la Svezia. È finita, è davvero finita gentili ascoltatori. Ricostruiremo su queste macerie. E cercheremo di ricostruire qualcosa di veramente importante». Sono le parole del radiocronista Francesco Repice al termine di Italia – Svezia 0 a 0 del 13 novembre 2017, pareggio che sancisce la mancata qualificazione della Nazionale italiana ai successivi mondiali di Russia del 2018. Non accadeva dal 1958 (mondiali in Svezia), che gli Azzurri non si qualificassero per la fase finale del torneo. E mai parole furono più profetiche. Dopo solo tre anni da quella tremenda – sportivamente parlando – e gelida notte di novembre, l’Italia coglie il più dolce dei riscatti andando a trionfare in modo netto nei campionati europei tenutisi dal 11 giugno all’11 luglio scorso con l’inedita denominazione Europeo 2020 (dovevano svolgersi la scorsa estate) e ancora più inedito e astruso formato itinerante, che speriamo di non vedere più (e non solo a causa dei problemi legati al COVID: stadi strapieni, come a Budapest, e altri semivuoti come l’Olimpico, squadre che giocano i gironi a Roma e a Baku, ben 3 mila km in linea retta e svariati fusorari e altre, come l’Inghilterra che giocano 6 partire su 7 a Wembley, finale inclusa). Gli Azzurri hanno regolato in finale proprio l’Inghilterra, strafavorita soprattutto a causa del calendario tutto casalingo e della spinta (in particolare in finale) di 60mila tifosi britannici. L’Italia ha dato prova di essere una squadra solida in difesa (3 gol subìti) e compatta nel suo collettivo. Non a caso, più volte, il concetto espresso dai giocatori, così come dal mister Roberto Mancini è stato quello del «siamo ventisei titolari». Infatti, se la spina dorsale della squadra è rimasta più o meno la stessa, con Donnarummma-Bonucci- Chiellini-Jorginho e Insigne, gli interpreti che si sono avvicendati hanno tutti portato il contributo in maniera eccellente. Da Manuel Locatelli a Matteo Pessina, da Francesco Acerbi a Emerson Palmieri, chiamato improvvisamente a sostituire in semifinale e finale Leonardo Spinazzola, vero e proprio mattatore della fascia sinistra per tutto il torneo, prima di subire la rottura del tendine d’Achille nella sfida con il Belgio.

Soprattutto, l’Italia ha fatto vedere un tipo di gioco inedito per la nostra nazionale, noi che siamo affezionati al catenaccio nazionalpopolare. No, nelle sette partite che abbiamo disputato, i calciatori azzurri hanno proposto gioco, con un pressing alto e sempre alla ricerca del recupero palla immediato. L’unica partita in cui questo non è accaduto, è stata la semifinale contro la Spagna di Luis Enrique, che sulla scia del tradizionale tikitaka (seppure in tono minore rispetto ai fasti del 2008-2012, ma la squadra che stanno costruendo gli iberici potrà essere pericolosissima sul lungo periodo con i vari Dani Olmo e Pedri), ha tenuto sempre in mano il gioco, dando molti grattacapi agli Azzurri. L’altra partita davvero complessa da risolvere è stato l’ottavo di finale contro la sorprendente Austria, che è stata capace di metterci in difficoltà con il pressing asfissiante per 120 minuti. Roberto Mancini l’aveva comunque profetizzato: la prima partita a eliminazione diretta, dopo tre anni, sarebbe stata durissima, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei giocatori italiani ha pochissima esperienza internazionale. I cosiddetti senatori si contano sulle dita della mano: l’eterno Giorgio Chiellini, Leonardo Bonucci e i due draghi del centrocampo Jorginho e Marco Verratti. La soluzione è alla fine arrivata da Federico Chiesa, esterno della Juventus che quando è entrato al minuto 84, ha letteralmente spaccato la partita, guadagnandosi il posto da titolare nelle restanti partite a eliminazione diretta a discapito di un pur ottimo Domenico Berardi.

Dopo l’ostacolo austriaco, è sembrato che l’Italia si fosse scrollata di dosso la tensione. Ha dominato letteralmente l’eterno incompiuto Belgio a Monaco di Baviera e dopo la semifinale con la Spagna piegata ai rigori da un super Gianluigi Donnarumma, ha avuto ragione della favorita Inghilterra e dei suoi tifosi. Nonostante l’iniziale svantaggio firmato al minuto 2 da Luke Shaw – la sottoscritta ha visto i fantasmi del 4 a 0 della finale contro la Spagna del 2012 – con il passare dei minuti gli Azzurri hanno risalito il campo con il possesso palla, complice anche una Inghilterra davvero rinunciataria sul piano del gioco. Le statistiche, che lasciano il tempo che trovano, ma qualche indizio lo danno comunque, parlano chiaro: possesso palla 60%, 20 tiri a 6: l’Inghilterra ha semplicemente rinunciato a giocare. I rigori, che erroneamente vengono definiti lotteria, ma che nella realtà sono una lotta di nervi, hanno visto prevalere l’Italia grazie al suo fuoriclasse tra i pali Donnarumma (divertente è la sua reazione alla parata decisiva su Bukayo Saka. È rimasto impassibile. Reazione da duro? No, ha poi confessato di non aver capito di aver vinto). Decisivi gli errori di Marcus Rashford (ventitré anni), Jadon Sancho (vent’anni) e Saka (diciannove!), i primi due fatti entrare solo per tirare i rigori. Il resto è storia, la premiazione, i festeggiamenti, i video e le foto celebrative sui Social, la coppa (che torna in Italia dopo 53 anni), i giocatori ricevuti da Mattarella al Quirinale, la parata sull’autobus scoperto tra le polemiche (e con un felice Matteo Berrettini, primo italiano a raggiungere la finale di Wimbledon, imbucato d’onore sul pullman).

Parlavamo di ricostruzione? Quando e da dove è partita la rinascita della Nazionale? C’è una data precisa: il 14 maggio 2018, quando Roberto Mancini viene nominato Commissario tecnico della Nazionale. Mancini è reduce da due magre esperienze: il ritorno all’Inter del 2014-2016 e l’anno allo Zenit San Pietroburgo. Lo scetticismo è d’obbligo, come sempre in questi casi. Ma le grandi vittorie calcistiche hanno sempre favole da raccontare e senz’altro in questo caso c’è il risanamento del rapporto del Mancio con la Nazionale, che tante delusioni gli ha procurato da calciatore. Pochissimi gol (4), convocazioni con il contagocce, mai vero protagonista. Eppure, negli anni Novanta era la stella del calcio italiano insieme a Gianluca Vialli, i protagonisti della meravigliosa cavalcata della Sampdoria tricolore del 1991. Già, il rapporto di Roberto con Gianluca. Li chiamavano Gemelli del gol, ma dopo questa incredibile successo agli Europei 2020, è chiaro che non fosse solo una definizione legata al campo, su come si trovassero a meraviglia. Sono stretti da un legame che è evidentemente di fratellanza. All’interno dello staff di Mancini in Nazionale, Gianluca Vialli non è l’unico ex giocatore di quella strabiliante squadra che fu la Samp di Vujadin Boskov. Ci sono Fausto Salsano e Attilio Lombardo «Popeye». A dimostrazione del fatto che quella squadra non era solo un gruppo di giocatori, ma un gruppo di amici (come è evidente che è stata la nazionale campione d’Europa 2020). Di questa squadra di amici, racconta un bel libro appena uscito per Mondadori: La bella stagione (pp. 252, euro 19). «C’è qualcosa di speciale nella vittoria dello scudetto della Sampdoria del 1991, qualcosa che non si è spento e che continua ad ardere di fiamma viva: l’amicizia». Per un sampdoriano DOC, così come per un semplice abitante di Genova, questo libro non racconta solo le imprese sportive di una squadra, ma racconta la Genova di quegli anni e che ha significato per la città essere sul tetto d’Italia – da non dimenticare che il Genoa quell’anno ottenne un sorprendente quarto posto. In questo racconto, scritto dai calciatori stessi, è ripercorsa l’incredibile cavalcata della squadra doriana a partire dalla partita decisiva: Inter – Sampdoria 0-2 del 5 maggio 1991, partita che consegnò di fatto lo scudetto alla Samp, con Gianluca Pagliuca in versione superman e lo storico gol in contropiede di Vialli. Nel mezzo, tanti aneddoti, retroscena e i fantastici ragazzi «doriani» in tutta la loro freschezza (senza dimenticare le sagaci battute di Boskov, rigorosamente riportate nel suo italiano-serbo). Mi piace quindi chiudere con una immagine: al termine della finale con l’Inghilterra le telecamere si soffermano su Mancini e Vialli che sono abbracciati e piangono. Ventinove anni prima, il 20 maggio, su quello stesso prato, avevano pianto lacrime amare quando la Samp perse in finale di Coppa dei Campioni col Barcellona (punizione di Ronald Koeman). Si chiude un cerchio.

 

Chiara Finulli

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