Europei 2020(21) & Olimpiadi di Tokyo

Editoriale di Cesare Cavalleri
01/09/2021
Europei 2020(21) & Olimpiadi di Tokyo

Non archiviamo troppo in fretta le emozioni delle Olimpiadi di Tokyo con le 10 medaglie d’oro, le 20 d’argento e le 10 di bronzo, italiane. Non solo per le straordinarie prestazioni atletiche, ma per le storie di vita che abbiamo appreso dietro ciascuna di esse. La foto di Gianmarco Tamberi che, pochi minuti dopo aver vinto l’oro nel salto in alto, corre ad abbracciare l’amico Marcell Jacobs trionfatore nella gara iconica dei 100 metri, ha fatto il giro del mondo ed è il simbolo di questa Olimpiade. L’amicizia, già. E la determinazione con cui molti atleti hanno superato i postumi di incidenti, di malattie, di momenti difficili ha dato speranza a tutto un popolo impegnato a ripartire dopo (speriamo) la pandemia, e che già il Campionato europeo di calcio, vinto dagli azzurri di Roberto Mancini, aveva risvegliato. L’Italia unificata dallo sport vincente? Non dovrebbero essere altri i «valori» identitari? Si accettano auspici e suggerimenti, ma intanto non dimentichiamo ciò che le Olimpiadi hanno fatto scoprire.

Non dimentichiamo Massimo Stano, delle Fiamme Oro di Padova, medaglia d’oro nella 20 km di marcia, musulmano per amore della moglie Fatima Lotfi, marciatrice anche lei, che ha dichiarato: «In gara, la mia forza in più è stata la mia bimba Sophie», nata nel febbraio scorso. Non dimentichiamo Gregorio Paltrinieri, che ha sconfitto le sequele della mononucleosi vincendo l’argento negli 800 metri di nuoto stile libero, e il bronzo nei 10 chilometri di nuoto da fondo. Non dimentichiamo Vanessa Ferrari, ginnasta a corpo libero, che a trent’anni, e dopo che la rottura del tendine d’Achille l’aveva tenuta lontana dalle gare, ha vinto un argento che vale oro. Non dimentichiamo Eseosa Desalu, detto Fausto, nigeriano di Casalmaggiore, oro nella staffetta 4x100 con Lorenzo Patta, Marcell Jacobs e Filippo Tortu, che ha dedicato la vittoria alla madre che non è potuta intervenire in diretta televisiva perché era al lavoro come badante: «Quando vedi un genitore da solo che fa tutti questi sacrifici e tu che cerchi in tutti i modi di sdebitarti con il tuo genitore, è una roba veramente impagabile. Adesso finalmente posso sdebitarmi perché se lo merita, quando sei piccolo alcune cose non le capisci. Poi quando cominci a diventare grande ed entri nel mondo del lavoro, capisci i sacrifici che ha fatto e tutti i no che ti diceva. Non perché magari non ti voleva bene o per altro. Lo diceva perché c’erano altre priorità e ora le ho capite finalmente. Posso solo dirle grazie, perché mi ha insegnato comunque il valore del sacrificio, del lavoro duro e finalmente ho raggiunto un risultato importante grazie a questi valori». La madre, signora Veronica, al colmo della felicità, ha detto: «Quando torna gli faccio una torta». Non dimentichiamo le lacrime di Filippo Tortu, campione ritrovato nella stessa 4x100, incredulo e raggiante.

Non dimentichiamo Federica Pellegrini, la più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi, che riesce a qualificarsi, a 33 anni, nella sua quinta Olimpiade, e viene eletta membro del CIO. Non dimentichiamo «Ciccio» Busà, siciliano di Avola, che ha vinto l’oro nel karate, disciplina inventata dai giapponesi, né il salentino Vito Dell’Aquila che a Mesagne, dove è nato, si è diplomato al liceo scientifico e ha imparato il taekwondo (-58 kg), arte marziale coreana, medaglia d’oro a Tokyo.

Qualche parola in più va spesa per Marcell Jacobs, oro nei 100 metri piani e nella staffetta 4x100. È nato il 26 settembre 1994 a El Paso. Suo padre era il marine Lamont Jacobs, di stanza a Vicenza, dove ha conosciuto la futura madre di Marcell, Viviana Masini. Lamont, pochi giorni dopo la nascita del figlio, fu distaccato in Corea, e Viviana tornò in Italia, a Desenzano del Garda, allevando il figlio da sola. Incoraggiato alla carriera atletica, Marcell incominciò con il salto in lungo, ma poi divenne 4 volte campione italiano assoluto nei 100 metri piani (2018, 2019, 2020, 2021). In vista di Tokyo, la mental coach Nicoletta Romanazzi lo aiutò a capire che, per la sua serenità interiore, doveva riprendere contatto con suo padre: «Lavoravo sulle mie paure e sui miei fantasmi», ha confessato Marcell. «Odiavo mio padre per essere scomparso, ma poi ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima, se una gara non andava bene, davo la colpa agli altri, alla fortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno». Finalmente è in contatto con suo padre, lo andrà a trovare. Marcell ha compiuto il passaggio che ogni uomo, presto a tardi, deve fare per diventare adulto: perdonare i propri genitori. E questa non è l’ultima lezione, valida per tutti, che viene dalle Olimpiadi di Tokyo.

C.C.

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