I retroscena di "Canale Mussolini" - Il romanzo di una vita

Colloquio con Antonio Pennacchi (2011)
04/08/2021
I retroscena di

Lo scorso 3 agosto è morto lo scrittore Antonio Pennacchi (Latina 1950 - Latina 2021) autore dello splendido romanzo Canale Mussolini. Riproponiamo ai nostri lettori l'intervista che Pennacchi concesse nel 2011 ad Alessandro Rivali per «Fogli».

Sulla scorta di un vasto campionario di memorie famigliari, Antonio Pennacchi con Canale Mussolini (Mondadori, Milano 2010, pp. 460, euro 18) ha tessuto le vicende della famiglia Peruzzi, del suo forzato trasferimento nell’Agro Pontino e della successiva, epica bonifica delle omonime Paludi. Il suo affresco, disegnato con linguaggio sempre sorprendente che lascia intuire una vera gioia nel narrare, riporta in vita una pagina dimenticata del Ventennio fascista. Pennacchi ama dichiararsi un romanziere dell’800, un cantore di storie autentiche, lontano dagli autori del secolo scorso che, a suo parere, hanno distrutto il romanzo con racconti di anime frammentate, con vicende cerebrali e autoreferenziali. Abbiamo incontrato il vivacissimo vincitore del Premio Strega 2010 in occasione della consegna del Premio Acqui storia per la sezione «romanzo storico».


Qual è il rapporto tra biografia e scrittura nel suo romanzo?
Premetto che ho una moglie, due figlie e una nipotina e queste sono adesso le cose più importanti… Ma come autore, tutta la mia vita è entrata in Canale Mussolini. Non c’è una cosa sola inventata, tutti i fatti riportati sono accaduti, ovviamente miscelati nella modalità letteraria. Sono eventi veri per cui è passata la mia famiglia o le famiglie che vivevano nelle vicinanze della mia. Da quando ero bambino sapevo di dover scrivere questo libro: il mio compito era raccontare questa storia, poi ho impiegato 53 anni per iniziare a scriverla davvero. Nel romanzo i figli di mia madre sono 17, ma nella realtà non erano molti meno, erano 14. Nel ramo della famiglia di mia madre, i Tosatti, ci sono sempre stati alcuni ricordi fissi: l’incendio del nostro pagliaio e quando il conte Zorzi ci cacciò via levandoci le bestie. Sono passati 70 o 80 anni e io sono ancora incazzato per quegli episodi… In tutto questo tempo mi sono «sottratto al calice», perché se è vero che mi diverto molto a leggere e a studiare, non mi diverto per niente a scrivere. Per me la scrittura è un travaglio. Mi divertivo di più a lavorare in fabbrica… Il fatto è che quando scrivi «devi toglierti una storia dalla pancia». Canale Mussolini è una storia dolorosa. Come dicevo, per tanti anni ho preferito fare dell’altro, piantare casini, mettermi nella lotta politica, nel sindacato… Ho cambiato un gran numero di lavori. Da giovane volevo rifondare il mondo, volevo la rivoluzione e poi meno male che non l’abbiamo fatta. Da giovane avevo le certezze… Se avessi scritto questo libro a quel tempo non sarebbe venuto così bene. La vecchiaia mi ha dato quel minimo di saggezza per comprendere che nessuno possiede le ricette per rifondare il mondo.

Vuol dirci ancora qualcosa del suo modo di scrivere?
Per me la scrittura è un demone: vivo come il compito che mi è stato affidato. Ho fatto la prima elementare in campagna, nel podere di mio zio Gelindo, che nel libro si chiama Iseo, lo zio preferito, quello che sapeva parlare con le bestie. Mi ha insegnato a scrivere mia cugina. È lì, tra gli eucalipti e la stalla, che ho imparato a scrivere. Fin da bambino sapevo che avrei raccontato la storia del podere e delle bestie. Mi sentivo in colpa per aver ritardato così tanto la scrittura di questo romanzo. Mi dicevo: «Se muoio, va a finire che mi tocca rinascere per scrivere quello che non ho scritto nella vita precedente…». Non sono uno scrittore del Novecento che cerca il mondo dentro sé stesso, sono un narratore dell’Ottocento o forse del post Novecento. Il Novecento non mi interessa, ha distrutto il romanzo, ha parlato solo di anime frammentate, fa eccezione Beppe Fenoglio che è il più grande. Le sue storie sono autentiche. Non era così Calvino che era un gran chiacchierone, ma non aveva nulla da dire, le sue storie erano invece cerebrali.


Nel suo libro c’è comprensione per gli sconfitti della storia…
Ci vuole pietas per tutti. Tolstoj in Guerra e pace ha piena pietas per lo Zar e per tutti i russi, ma non ne ha nessuna per Napoleone o per i francesi; io invece credo che ci voglia pietas pure per gli assassini. Il mostro non è altro da noi, agisce secondo quello stesso male che è in noi. Il nostro cosmo vive nel segno della violenza. Dentro di noi c’è tutto il bene e tutto il male del mondo. Nella mia storia c’è anche il torbido: per esempio i miei zii sono stati fascisti, hanno bruciato le Camere del lavoro e sono andati in Africa dove hanno compiuto eccidi, alla stessa maniera dei nazisti in Italia dopo l’8 settembre del 1943.


Com’è cambiata la sua vita con il successo di quest’anno?

Non sono cambiato e nel cuore resto un operaio, continuo a frequentare il barbiere di sempre e a litigare con i miei compagni. Beh, però qualcosa è cambiato... il giorno dopo per le strade di Latina tutti dicevano: «Avemo vinto lo Strega». È stata considerata una vittoria di tutti, come se avessimo vinto lo scudetto. La domenica mattina mia sorella è andata a Messa e mi ha raccontato che all’uscita è stata circondata dalle altre donne che le dicevano: «Grassie grassie, ringrassialo per noaltri che g’ha raccontato la nostra storia». Mi ha fatto molto piacere. Ma la cosa di cui sono più contento è di essere riuscito a portare a termine questo romanzo. Era poco importante vincere un premio o l’altro, dovevo invece pagare il debito con i miei morti. All’inizio in Mondadori non volevano pubblicare il libro con questo titolo. Mi dicevano: «Ma chi vuoi che se lo compri un libro con questo titolo…». E io: «Ma il canale l’ha fatto Mussolini, mica l’ha fatto Veltroni»; beh, a dire il vero l’abbiamo scavato noi (io no perché sono nato nel 1950), i miei zii, mio padre e mio nonno. Per noi il Canale era la Terra promessa, che diventò un teatro di guerra dopo lo sbarco di Anzio: per quattro mesi gli americani restarono da una parte dell’argine e i tedeschi e i repubblichini dall’altra. Prima della guerra scendemmo nel Lazio per fame. Fu un esodo di 3mila famiglie dal Friuli, dal Veneto e dal Ferrarese, in una terra dove si parlava un’altra lingua. Ci chiamavano polentoni o cispadani e noi rispondevamo definendoli marocchini. C’era ostilità, ci vedevano come dei ladri del lavoro e delle loro terre. Dopo lo sbarco americano, sui monti Lepini ci furono episodi di resistenza contro i nazifascisti, mentre i coloni nella piana ebbero un’altra reazione, si schierarono con i tedeschi. Nel libro racconto che zia Santapace, durante il bombardamento di Littoria da parte degli inglesi, si avvicinò alla batteria contraerea per aiutare i tedeschi passando loro le munizioni: nella realtà quella era mia mamma con mio fratello in braccio… Mia zia Bissola, alla fine della guerra, diceva: «Anche noi abbiamo fatto la resistenza, contro gli americani, ma sempre resistenza era…». Non era problema di fascismo o antifascismo, era un problema preideologico, bisognava difendere la propria terra. Con questo non voglio dire che tutto si equivalga: esiste il bene e il male. Chi combatté la guerra contro i nazifascisti combatté per la libertà, e chi combatteva dall’altra parte, sarà pure stato onesto con sé stesso, ma combatteva per un’idea sbagliata. E noi quindi nella Piana avremmo dovuto avere torto... ma mia madre rimase con chi ci diede la terra.


Con il suo lavoro ha riportato l’attenzione su una zona dimenticata della nostra storia.
Le bonifiche furono fatte in quasi tutto il Centro Sud. Ci furono 847 fondazioni di nuovi piccoli borghi o città, in Agro Pontino, in Campania, massicciamente in Puglia, in Calabria, in Basilicata, in Sicilia (500mila ettari), in Sardegna. Le colpa dell’intellighenzia italiana è di non aver raccontato queste storie. Il romanzo italiano è stato piccoloborghese, gente che si guarda l’ombelico per cercare sé stessi. Le storie per cui è passato il popolo sono rimaste inascoltate. Negli anni ’50 ci sono stati 2 milioni di siciliani che sono arrivati in Piemonte e in Lombardia: migliaia e migliaia di persone con le valigie di cartone. Una storia che non ha raccontato nessuno. Forse solo un po’ Testori, che io considero un grande, ne Il ponte della Ghisolfa o ne La Gilda del Mac Mahon. Nessuno ha raccontato quello che ha significato la costruzione dell’Autostrada del Sole, la modifica del paesaggio, tutti quei ponti… è sacrosanto e giusto allora che il Premio Strega del 2010 l’abbia vinto un operaio…


Che cosa racconta ai ragazzi che incontra nelle scuole?

Do loro questa raccomandazione: «Tu non sei padrone della tua vita, perché nessuno è padrone di suicidarsi. Della tua vita devi rispondere davanti a tutti quelli che ti hanno preceduto e a quelli che verranno dopo di te. Hai il dovere di restituire quello che hai ricevuto». Resto ancora convinto che gli interessi del singolo debbano essere subordinati a quelli della collettività. Prima l’alveare e poi l’individuo. Continuo a credere nelle umane sorti e progressive, nell’homo faber, e che gli uomini siano tutti uguali...


Qual è il suo ricordo degli anni in fabbrica?

Entrai in fabbrica quando avevo 13 anni e ho lavorato lì fino al 1999. Ho fatto quasi sempre i turni di notte e talvolta sogno che mi richiamano a lavorare. Non è un sogno brutto, è brutto quando mi dicono che devo ripassare per il periodo di prova... Invece il sogno di stare alla macchina con i miei compagni mi piace molto. Bisognerebbe mettere in galera gli intellettuali che hanno scritto della letteratura di fabbrica. Ne hanno scritto solo i capi del personale, come Volponi e Ottieri. Da depressi ci raccontavano la loro idea, come se la fabbrica fosse solo un luogo per alienati; se fosse un luogo simile non ci si potrebbe stare per quarant’anni… Non ci si andava solo per lo stipendio… il lavoro è la realizzazione dell’essere umano. Esiste ancora gente che lavora bene. Quando alla fine del turno di notte ti accorgevi che la produzione era venuta male, non andavi a casa contento… non ho mai creduto al sabotaggio operaio. Non ho fatto mai uno sconto di una sola ora di sciopero al padrone, ma noi consideravamo la fabbrica nostra e il prodotto doveva venire bene. Vicino a noi c’era lo stabilimento della Goodyear… sotto la macchina di uno che lavorava alla Goodyear non avresti mai trovato le gomme della Michelin e della Pirelli, perché dicevano: «Come facciamo le gomme noi… non le fa nessuno!». E lo stesso facevo io con i cavi, a casa mia ci sono soltanto quelli della mia fabbrica, la Fulgorcavi.


Fascismo e comunismo sono temi che ritornano nei suoi libri.
Sono temi che s’intrecciano spesso nel mio lavoro, ma come potrebbe essere altrimenti? Vengo da un posto che si chiama Latina e che ha cambiato nome perché prima si chiavava Littoria. Vengo da un luogo che prima non esisteva perché prima c’erano gli acquitrini. Per le strade di Latina ci sono ancora i tombini con scritto «Littoria» (costava troppo cambiare i tombini di ghisa…). Spesso mi dicono: «Sai scrivere solo di Latina!»: è vero, so scrivere solo di Latina. Però anche Steimbeck scriveva soltanto di Salinas e Monterey. È a furia di parlare di cose che non si conoscono che si è riempita la letteratura di orrori. Non voglio raccontare bugie. Un mese fa uno scrittore di sinistra, Carlo Antonini, è stato aggredito dai gruppi dei centri sociali dell’estrema sinistra perché ha dialogato con Casa Pound: per gli estremisti non si deve nemmeno parlare con Casa Pound. E lo stesso è successo alla deputata Paola Concia. Per loro non si deve parlare mai con i fascisti perché non sono esseri umani. Questo è folle, anzi io mi riprometto di andare a Casa Pound non appena mi inviteranno. Ho ricevuto delle critiche secondo le quali il mio libro è bello, ma pericoloso perché considero i fascisti come «persone». È stato scritto sul Manifesto e su Nazione Indiana. Tra fascismo e comunismo non c’era tanta differenza. Non voglio essere revisionista e vorrei essere giudicato come autore di un romanzo. Vorrei essere giudicato sul piano dell’estetica e non se sono corretto o meno. Milioni di persone si sono commosse nel vedere le vicende di Rossella O’Hara in Via col vento e nessuno si è posto il problema se lei appartenesse agli schiavisti o meno. È chiaro che nel 1943-1945 qualcuno, la Resistenza, ha combattuto per la libertà e gli altri no, ma è altrettanto chiaro che moltissimi di questi nei vent’anni precedenti erano stati fascisti. E questo tendiamo a dimenticarlo. Il consenso al tempo di Mussolini è un dato di fatto incontrovertibile. C’erano trentamila internati o mandati al confino, altri trentamila fuoriusciti all’estero, altri quarantamila nella rete clandestina in Italia, con tutti i loro parenti si può arrivare a un milione di antifascisti su 42 milioni di italiani che erano fascisti. Questi sono i dati. Come ci si dimentica anche che le basi dello Stato sociale sono state gettate dal fascismo, che nell’Agro Pontino ha tolto le terre ai ricchi per darle ai poveri… Nessun regime di destra ha mai fatto una cosa simile.

Qual è il suo rapporto con la fede? Ho fatto due anni di seminario, ma mi sentivo triste. Non mi sentivo a casa. Ero andato a Zagarolo, vicino a Siena, nel seminario della congregazione della missione di San Vincenzo de Paoli. Dovevo fare il missionario. Padre Alfredo Cavalli, uno dei superiori, è stata una delle persone più importanti della mia vita. Gli debbo la formazione, il latino, aver imparato il valore della lealtà, imparare a dire: «sì, sì» o «no, no». Poi ho pensato alla politica e ho lasciato la Chiesa. Però oggi non mi considero più un ateo irriducibile. La fede è un problema difficile da risolvere. Sospendo il giudizio. Sento vicina la concezione del Deus sive natura di Spinoza. Se alla fine della storia ci sarà una salvezza credo che sarà collettiva, non individuale. Io mi sento gettato in un cosmo dominato dal segno del male e chissà forse un giorno scriverò un libro di metafisica. Sento molto vicino l’insegnamento di don Primo Mazzolari: la sua non violenza assoluta. Non uccidere mai, in qualsiasi circostanza. Quando riusciremo a costruire davvero un mondo senza violenza, forse allora avremo costruito la città di Dio. Sarà il compimento della Torre di Babele, la fine del lunghissimo lentissimo processo di conoscenza.

A. R.

paginazione