«Se il Piemme non deposita una prova...»

L'editoriale di Cesare Cavalleri - Studi Cattolici giugno 2021
02/06/2021
«Se il Piemme non deposita una prova...»

Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, è stato assolto dal Tribunale di Milano nel processo per corruzione internazionale con al centro l’acquisizione dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl245 in Nigeria. I giudici hanno assolto anche il suo predecessore nonché attuale presidente del Milan, Paolo Scaroni. «Tutti i 15 imputati, società comprese (ENI e SHELL), sono stati assolti. Lo ha deciso la settima sezione del Tribunale di Milano presieduta dal giudice Marco Tremolada che ha scagionato anche gli allora manager operativi nel Paese africano, i presunti intermediari, SHELL con i suoi quattro ex dirigenti e l’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete. «“Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a ENI il suo ruolo di grande azienda”: è il commento dell’avvocato Paola Severino, difensore dell’ad della compagnia petrolifera» (ANSA, 17 marzo 2021). Nelle motivazioni della sentenza, rese note il 9 giugno scorso, fra l’altro si legge: «Risulta incomprensibile la scelta del Pubblico ministero di non depositare tra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’attività inquirente, reca straordinari elementi a favore degli imputati». Vincenzo Armanna è il «grande accusatore» nel processo ENI-Nigeria che si è trascinato per tre anni. Chi è il Pubblico ministero che non ha depositato tra gli atti del processo il documento favorevole agli imiputati? È il Procuratore aggiunto Fabio De Pasquale che nel 1993 conduceva l’indagine a carico dell’allora amministratore ENI Gabriele Cagliari che drammaticamente si suicidò in carcere; è ancora De Pasquale il Procuratore che «a partire dal 2001 portò all’unica condanna subìta da Silvio Berlusconi nel corso dei circa 70 processi che ha subìto, quella per l’affare Diritti-Mediaset, stranota per la sentenza della Cassazione – quella che uno dei giudici sostenne fosse stata la decisione di un “plotone di esecuzione” – e che ancora è sotto la lente di ingrandimento del Tribunale di Brescia e della Corte di giustizia europea» (Piero Sansonetti, direttore del Rifomista, 10 giugno 2021). Fabio De Pasquale e il Piemme Sergio Spadaro sono attualmente indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo ENI/SHELL-Nigeria (ANSA, 10 giugno 2021). Vedremo come andranno a finire le indagini della Procura di Brescia. Intanto, bisogna riflettere sulla responsabilità civile dei magistrati che è un punto non secondario per la conclamata e finora disattesa riforma del sistema giudiziario italiano. Nel 1987 il referendum sulla responsabilità civile dei giudici raggiunse la percentuale dell’80,2 per cento favorevole alla responsabilizzazione. Il voto popolare venne interpretato dalla legge 117/1988, la cosiddetta Legge Vassalli dal nome del giurista ispiratore, che mirava a contemperare la responsabilità civile dei magistrati con l’esigenza della doverosa indipendenza della magistratura. In pratica, la responsabilità dei giudici venne resa più virtuale che reale, tanto che la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunciata in più occasioni sulla mancata rispondenza della legge Vassalli alle norme del diritto comunitario. Le modifiche introdotte dalla legge Orlando 18/2015 per ottemperare alle indicazioni della Corte europea non sembra abbiano prodotto risultati apprezzabili: dal 2010 al 2021 si contano 129 pronunzie tra i tribunali e la Cassazione, ma solo 8 condanne (la Repubblica, 14 maggio scorso); a questa stregua, è difficile che i cittadini si sentano tutelati da eventuali errori dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. Problemi complessi, certamente, ma non risolvibili con la tecnica del rinvio. L’indipendenza del potere giudiziario, dotato di un proprio organo di autogoverno, deve essere sempre difesa, ma se il Consiglio superiore della Magistratura non esercita un adeguato potere disciplinare, resteremo impantanati nei vari casi Palamara, secondo l’analisi di Nicola Guiso nel n. 721 di questa rivista.

Cesare Cavalleri 

paginazione