La città radiosa di Le Corbusier

Lettera da Marsiglia
01/04/2021
La città radiosa di Le Corbusier

A molti sarà capitato di avere fra le mani una banconota da dieci Franchi svizzeri e di soffermarsi a osservare il volto di quello schivo e cupo uomo che in essa viene ritratto. Si tratta di Charles-Edouard Jeanneret Gris, nato a La Chaux-de-Fonds il 6 ottobre 1887 e morto 77 anni più tardi a Roquebrune-Cap-Martin per un arresto cardiaco causato (forse) da una nuotata eccessivamente faticosa. Ebbene, quest’uomo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Le Corbusier, è stato un architetto visionario, geniale, capace di immaginare una città radiosa in cui gli edifici non si limitano soltanto a ospitare le persone: ma diventano loro complici nella ricerca del benessere e della felicità. Luoghi pieni di luce e di colori, insomma: luoghi vivi, capaci di rispondere a tutte le esigenze dell’uomo. Fino al paradosso assoluto (e ancor più evidente nel dopoguerra) di rendere possibile il lusso nell’edilizia popolare. Un progetto stravagante, assurdamente costoso: eppure giusto, necessario. Un’antitesi, insomma, che diventa ipotesi nella mente di un genio, poi tesi: e infine realtà nelle tante unità abitative che Le Corbusier ha costruito in giro per il mondo.

Prendiamo, per esempio, l’unità abitativa alla periferia di Marsiglia. Una specie di immensa nave da crociera in cemento armato: 348 appartamenti, oltre mille abitanti che vivono come in un villaggio turistico: in una città autosufficiente che contiene negozi, cinematografi, un medico, un albergo, un tetto-giardino, scuole, spazi espositivi: ma anche un tennis club, un circolo dei lettori, e telefoni che comunicano gratuitamente fra appartamento e appartamento. Edilizia popolare come opportunità? Baraccopoli paradisiaca? Orrida nave in cemento armato pronta a salpare? Progetto folle e visionario? Tutto realizzato secondo i matematici dettami del celebre «modulor» affinché tutto, nell’edificio, fosse funzionale alle necessità dell’uomo e alla sua armonia famigliare. Ecco dunque, apparire strade, piazze interne, palestre e appartamenti insonorizzati in cui ogni più piccolo dettaglio è frutto di un lungo e approfondito studio (perfino i pomelli delle porte, le ghiacciaie, le nicchie).

Un sogno ordinato & molto enigmatico

Le Corbusier, affascinato: perfino ossessionato dall’ordine. Lo stesso che regnava nelle partiture musicali della madre pianista. Anche se quello di Le Corbusier – almeno a prima vista – finì per apparire come un ordine brutalista e dissonante. Che faceva storcere il naso alle persone comuni. Un ordine che richiamava alla mente gli edifici sovietici collettivi e che, sotto sotto, ricordava le parole «gerarchia» e «disciplina». Invece, la Cité Radieuse è una città ideale, ordinata, autosufficiente, in pieno contrasto con il caos della città. Tanto che Le Corbusier avrebbe volentieri fatto tabula rasa delle città vecchie e – risparmiandone soltanto i più significativi monumenti – le avrebbe ricostruite in accordo con le sue convinzioni. Certo è che l’unità abitativa di Marsiglia resta una delle più enigmatiche e delle più innovative costruzioni del dopoguerra.

A vederla così, oggi, un po’ mostruosa nella sua mole colorata, con i balconi rovinati dal tempo e una lunga fila di carrelli per la spesa allineati davanti al suo ingresso, sembra di trovarsi davanti a un edificio stanco. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze: nell’atrio-piazza della costruzione si annunciano film, riunioni, mostre, eventi, gli annunci di una bacheca propongono piccole vendite, ripetizioni. L’ascensore (rosso fuori e verde dentro) in penombra e con gli specchi, l’inquietante «quasi buio» dei corridoi e – in pieno contrasto – i colori accesi delle tante porte d’ingresso – ognuna dotata di una piccola luce. Le maniglie in legno, il numero di ciascun appartamento in bella vista, le cassette delle lettere a ogni piano (i cognomi altisonanti: Visconti, Pascal, Cardinale, Giacometti...). In una delle strade interne all’unità abitativa si trovano perfino una bottega dalla vetrina nostalgica, lo studio del medico omeopata Isabelle Monfort (che riceve solo su appuntamento), una pasticceria, un albergo, un ristorante e un caffè con terrazza panoramica.

Tra benessere & povertà

Questo caffè, foderato di legno e di genialità, è un posto vivo, pulsante, aperto a tutti ed è senza dubbio uno dei luoghi più magnetici ed emozionanti di tutta Marsiglia. Qui – fra teiere eccentriche e sgabelli rossi e blu, fra quotidiani locali stropicciati e costose cartoline in vendita al banco della reception – ci si sente parte di un edificio vivente. Testimoni di un mito, di un’idea d’architettura sentimentale e più umana. Un giovane ragazzo giapponese entra e domanda il prezzo di una camera singola. Costa settanta euro: senza la vista sul mare.

Ma non importa: basta pendere nuovamente l’ascensore e salire all’ottavo piano per perdersi nella terrazza giardino che offre una vista a 360 gradi su Marsiglia e, dunque, anche sul mare. C’è chi legge libri, chi semplicemente si gode il sole. C’è anche chi ammira dall’alto i sontuosi Jardin de la Magalone, un parco d’ispirazione neoclassica (voluto nel Settecento dai fratelli Magalon, ricchi mercanti e armatori locali) e oggi divenuto proprietà della città di Marsiglia, insieme alla sua elegante «bastide» un edificio in pieno contrasto con il grigio dell’edilizia popolare circostante.

Ed è proprio l’incredibile contrasto tra la Versailles richiamata dalla Bastide de la Magalone e la periferia russa (tipo Kaliningrad) suggerita dagli innumerevoli maxi-condomini in cemento armato, a regalare un’emozione nuova, ancora sconosciuta all’esperienza. Fino ad accorgersi che l’unità abitativa in cui ci si trova è quell’unica costruzione in cui il forte contrasto tra benessere e povertà (ben sottolineato dal paesaggio circostante) paradossalmente non esiste. Ed è proprio in quel momento che ci si rende conto della grandezza di Le Corbusier, di quest’uomo schivo e severo che sognava di regalare il diritto al lusso e al benessere anche alle famiglie meno abbienti. Peccato che, in una società sempre più bieca ed egoista, i suoi insegnamenti non abbiano trovato il seguito che meritavano.

Nicola Lecca
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