«Dicono che è risorto!»

Torna un classico di spiritualità
01/04/2021
«Dicono che è risorto!»
La Risurrezione di Cristo è un fatto storico: Vittorio Messori, giornalista e professore onorario di Storia del cristianesimo nell'Università spagnola di Acalà de Henares, riporta in libreria Dicono che è risorto (pp. 416, euro 19,90), l'indagine sul sepolcro vuoto di Gesù fondata nelle prove documentali di ciò che avvenne nella Pasqua dell'anno 33. Questo volume, di cui di seguito anticipiamo il capitolo introduttivo, forma con Ipotesi su Gesù (pp. 496, euro 19,90) la trilogia sulla storicità di Cristo e del suo messaggio, di nuovo disponibile nella collana «I Classici» delle edizioni Ares.

La prima edizione di Patì sotto Ponzio Pilato? - l'indagine sulla passione e morte di Gesù - uscì nell'autunno del 1992. Sia nel capitolo introduttivo, sia nell'ultima pagina (e, qui, addirittura in latino: Stationis primae finis sed non itineris nec investigationis) promettevo la doverosa pubblicazione in volume del seguito di quella ricerca. Passarono quasi otto anni, pubblicai altri sette libri, ma fino ad allora non rispetti l'impegno. Meravigliosi e terribili come sono, i miei lettori lo avevano però dimenticato e in quegli anni, mentre si succedevano le ristampe di Patì sotto Ponzio Pilato?, mi richiamavano al dovere.

Non accontentandosi di lettere, di telefonate, di fax o di richieste di informazione durante gli incontri per presentare altri miei volumi, giungevano sino a bussare senza preavviso alla porta di casa. Come per accertarsi che non stessi oziando, o non indulgessi a lavori meno urgenti, invece di occuparmi di quel Gesù che avevo lasciato nel sepolcro la sera del venerdì! A mia discolpa per il ritardo, potevo accampare varie motivazioni: a cominciare dall’imprevista intervista a Giovanni Paolo II, con il ciclone mondiale che ne era seguito e con le ovvie «distrazioni» conseguenti, per quanto abbia cercato in ogni modo di restarne appartato, rifiutando interviste e presentazioni. In quel libro, in effetti, erano importanti le risposte, non certo le mie domande.

Potevo anche appellarmi al fatto che i lettori che protestavano per il ritardo del volume sulla risurrezione, erano spesso gli stessi che avevano premuto perché raccogliessi al più presto gli articoli pubblicati per anni dal quotidiano Avvenire nella rubrica «Vivaio». Cosa che feci tra 1993 e 1995, in tre grossi volumi, per un totale di oltre 1600 pagine. Quanto a Qualche ragione per credere e a Opus Dei: un’indagine, gli altri libri che hanno preceduto questo, la loro uscita fu determinata da un seguito di circostanze che non starò qui a riassumere, ma che mi obbligarono, in qualche modo a dar loro precedenza. Insomma, avevo le mie scuse...

Anche perché, in realtà, il libro sollecitatomi con tanta affettuosa insistenza, già, in gran parte, lo avevo scritto. In effetti, buona parte del materiale che intendevo utilizzare per indagare sulla risurrezione era stato anticipato (come già per la passione e morte) nelle puntate apparse per anni sul mensile Jesus. Ma anche i molti che avevano collezionato quegli articoli non se ne accontentavano, premevano per averli raccolti con tanto di copertina e di indice. Sia per ovvia comodità, sia per consapevolezza che, come già per la prima parte dell’inchiesta, avrei rivisto e ampliato tutto nel passaggio dalle pagine del giornale a quelle del libro.


Il Mistero Pasquale & l'inadeguatezza umana

Comunque sia, potei finalmente rispettare l’impegno, con questi poveri «colpi di sonda», se non impotenti colpi di spillo, considerando lo spessore vertiginoso di questo Mistero per eccellenza: il ritorno glorioso alla vita del Crocifisso.

Confesso che, mentre rivedevo un’ultima volta il materiale prima della consegna all’editore, cresceva un senso di disagio, quasi di imbarazzo un po’ vergognoso: «Tutto qui quel che sei riuscito a raccogliere? Tutte qui le riflessioni che sei stato capace di fare?». È una sensazione di inadeguatezza e di incompletezza che, naturalmente, avevo avvertito altre volte, per altri libri. Ma che stavolta mi accompagnava in modo costante e particolarmente acuto. Non a caso, qui ci si confronta con il centro stesso della fede. Un motivo in più per contare sull’indulgenza, ancor più benevola del solito, da parte dei lettori. Ai quali, se non altro, avevo dato qualche frammento, qualche scheggia, magari qualche balbettio. Assieme, mi auguro, a qualche esempio di un metodo (non certamente l’unico né, tantomeno, esaustivo) per tentare di definire almeno i contorni dell’Enigma. Chiunque, col suo lavoro di «scriba», si accosti a quanto attiene al Cristo, deve unirsi – fatte, ovviamente, le più che doverose differenze e riconosciuta l’incongruità del confronto – alla constatazione con cui conclude il suo racconto l’ultimo evangelista: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21, 25).

In ogni caso, poiché queste pagine non sono che continuazione e completamento di quelle del volume precedente, per un discorso introduttivo generale e per un inquadramento a tutto campo dei problemi della ricerca sul Nuovo Testamento rinvio ai primi due capitoli di Patì sotto Ponzio Pilato?. Lì – sotto i titoli di «Ragionando sui Vangeli» e «Ipotesi su (certa) critica biblica » – ho raccolto avvertenze e considerazioni che conservano validità anche per questo seguito della ricerca. Quindi, non le ripeto, rinviando a esse il lettore. In effetti, questo non è che il secondo volume di un’opera che è necessariamente unitaria. Deve essere ben chiaro – è essenziale ricordarlo – che il «Mistero Pasquale», come è chiamato dalla tradizione cristiana, è un blocco solo, seppure composto di tre «tappe»: la passione, la morte, la risurrezione (con le conseguenze di ascensione al Cielo e discesa dello Spirito Santo, a Pentecoste: questa fu spesso sottovalutata e, per fortuna, è oggi riscoperta, anche sotto la spinta dei movimenti di «rinnovamento nello Spirito» o, come sono detti, «carismatici»).

Questa compattezza sia del racconto sia del mistero che quei racconti esprimono, è cosa ovvia, eppure è necessario ribadirla subito con fermezza. Le conseguenze della continuità dei racconti evangelici – dove non c’è un prima della tomba e un dopo la tomba – sono ben individuate da Giuseppe Ricciotti, la cui classica Vita di Gesù Cristo ho, tra l’altro, prefato io stesso, in un’ennesima ristampa nelle edizioni tascabili del maggiore editore italiano, a riprova della popolarità e della vitalità di quest’opera. Scrive, dunque, lo studioso romano all’inizio dei capitoli da lui dedicati alla «seconda vita», quella da Risorto, del Protagonista dei Vangeli: «Gli stessi documenti, le stesse testimonianze storiche che hanno narrato la passione e la morte non si fermano qui. Ma, con la stessa autorevolezza e con il medesimo grado di informazione di prima, proseguono a narrare una risurrezione e un’altra vita di lui».

Continua Ricciotti: «Ciò è più che sufficiente perché coloro che non ammettono la possibilità del soprannaturale respingano senz’altro tutta intera questa seconda parte del racconto evangelico. Facendo ciò, questi negatori si mostrano logici, dati i principii filosofici da cui partono. Ma è importante mettere bene in rilievo che essi sono determinati alla totale negazione della storicità di questa parte solo e unicamente da quegli stessi principii filosofici, non già da deficienze o da dubbiezze di documenti. I documenti, in realtà, esistono e provengono dagli stessi informatori di prima: ma poiché qui, più che mai, contraddicono a quei principii ideologici, i documenti dovranno essere “interpretati” alla luce dei principii. Ossia, subordinati a essi».


Racconti evangelici pre & post-pasquali

Prosegue, con il consueto rigore, il nostro biblista: «Del resto, il lavorio praticato da certa critica sulla seconda vita di Gesù non è che un prolungamento, e in senso più radicale, di quello praticato sulla prima vita. Riguardo alla prima vita, il compito era di fare una selezione dei fatti, accettando una predica di Gesù o un suo viaggio in barca come cose naturali; ma respingendo subito la guarigione di un cieco o la risurrezione di un morto come cose soprannaturali e, perciò, assolutamente inaccettabili, perché dichiarate impossibili. Riguardo invece alla seconda vita, non ci sarebbe proprio nulla da selezionare, perché tutto, qui, è soprannaturale e, perciò, tutto è impossibile. Quindi, il compito del critico sarebbe soltanto quello di spiegare, in base a categorie razionaliste, come sia sorta nei discepoli di Gesù la credenza in una sua presunta risurrezione».

Dunque: prima di iniziare la nostra indagine, occorre essere consapevoli che i racconti evangelici prepasquali e quelli post-pasquali (la cronaca, cioè, delle apparizioni del Risorto, sino al finale dell’ascesa al Cielo), sono un blocco unico. Il quale, narrato com’è dai medesimi testimoni e conservatoci nei medesimi documenti, ha il medesimo grado di attendibilità (o inattendibilità) storica e va vagliato senza instaurare differenze tra le parti. Solo il pregiudizio «filosofico», solo la negazione previa di ogni possibilità di soprannaturale può guardare ai racconti della risurrezione come fossero tutt’altra cosa rispetto a quelli di passione, morte, sepoltura. Se, dunque, si accetta almeno in parte la storicità di quanto precede la risurrezione, non è lecito rifiutare in modo previo quanto la segue. Le due «parti» evangeliche (la prima e la seconda vita di Gesù) non sono in alcun modo separate; anzi, di «parti» ne costituiscono una sola: il blocco unitario, appunto, che la tradizione cristiana chiama «Mistero Pasquale». I resoconti della vita, morte e risurrezione di Gesù, insomma, simul stabunt aut simul cadent: o insieme stanno in piedi o insieme crollano. Gli stessi Vangeli, che ci narrano dell’imputato al tribunale ebraico e romano e del suppliziato e infine crocifisso, sono anche quelli che ci parlano del Risorto. Per cui, per dirla col Ricciotti, chi (pur con sofisticati distinguo e sospettose cautele) accetta almeno la verosimiglianza dell’esecuzione capitale sul Golgota e poi nega a priori quella del sepolcro vuoto e, soprattutto, delle apparizioni che si sono succedute dopo quella scoperta, «sembra uomo di logica e di ragione ma, in realtà non lo è abbastanza. Infatti, si ferma a metà strada e non tira le ultime e più decisive conseguenze dai suoi principii filosofici. A voler essere davvero conseguenti, bisognerebbe negare non soltanto la seconda vita di Gesù, ma anche la prima e affermare che, sulla Terra, non è mai esistito un personaggio di quel nome».

Anche su questo aspetto essenziale della ricerca avremo modo di tornare altre volte. Qui, ciò che importava era avvertire subito che non è lecito dare del visionario (o del perditempo, visto che si occuperebbe di cose manifestamente incredibili) a chi, dopo avere indagato con i metodi della storia sull’attendibilità della vita di Gesù raccontata dai Vangeli, applica gli stessi metodi a quegli stessi documenti quando narrano del suo ritorno in vita. E lo narrano con lo stesso tono pacato e informato di prima (quel forte segnale di verità dei Vangeli che è la loro «impassibilità »!) dichiarando di volere restare cronisti di ciò che hanno visto, sentito, sperimentato. Ho scritto queste righe nella primavera dell’anno in cui i cristiani celebravano il duemillesimo «compleanno » di colui che, per essi, è il Vivo per definizione, fiduciosi nelle parole dei «due uomini in bianche vesti» che si presentarono davanti ad apostoli e discepoli proprio quando, con l’ascensione, terminano i racconti post-pasquali, in attesa della Pentecoste. Dissero, dunque, quei due: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1, 11). Deve essere ben chiaro che, per il credente, il Protagonista di quanto esamineremo nelle pagine che seguono è colui le cui ultime parole nel primo Vangelo – se stiamo all’ordine di edizione – così dicono: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). La storia su cui ci interroghiamo è del tutto anomala anche per questo: a differenza di ogni altra su cui lo storico può indagare, questa vicenda non è affatto chiusa ma, anzi, continuerà per l’eternità tutta intera. Questo è il solo libro dove non c’è – né potrà mai esserci – l’ultimo capitolo.


Vittorio Messori
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