La disciplina di Carofiglio

di Claudio Barbati
01/03/2021
La disciplina di Carofiglio

Per la prima volta fuori della sua Bari, l’io narrante di Gianrico Carofiglio muta di genere nel suo ultimo libro, dismettendo i classici alter ego dell’avvocato Guerrieri e del commissario Fenoglio per assumere l’identità di una ex-Pm, Penelope Spada, coinvolta nell’indagine su un delitto milanese già archiviato, che lei saprà ricondurre abilmente in porto. E tuttavia rilevo con disappunto che La disciplina di Penelope (Mondadori 2021) non è tra le cose migliori di Carofiglio, anzi. Gli nuoce la secchezza dell’esposizione, la prevedibilità del percorso, l’assenza di vere sottotrame, l’inconsistenza dello sfondo (Milano si riconosce appena dalle fermate della metro). Scorre veloce. Ma è un giallo Mondadori, appunto. Non l’ultima prova del maestro italiano del legal thriller.

Nel segno del «giallo»

Già magistrato e poi senatore Pd per alcuni anni, Carofiglio – oggi sessantenne – è tra i nostri scrittori quello che ci ha procurato nei trascorsi vent’anni le letture di svago sicuramente più pregiate. Basti ricordare gli esordi, fra 2002 e 2006, con titoli come Testimone inconsapevole (Sellerio), Ad occhi chiusi (Sellerio), Il passato è una terra straniera (Rizzoli), Ragionevoli dubbi (Sellerio). Il calore e la forza dello scrittore si fondevano, in quei romanzi, con una consumata conoscenza di leggi e procedure penali e con una sincerissima passione per la giustizia, la coerenza dell’indagine, l’argomentare esatto e forbito. Poi, dopo aver reso un attestato d’amore alla propria città in forma di racconto (Né qui né altrove. Una notte a Bari, Laterza 2008), quasi per scaricare la piena dei suoi ricordi di magistrato, ma anche per saziare la richiesta di un pubblico non solo italiano cresciuto a dismisura, Carofiglio cominciò a produrre storie sempre più complesse e avvincenti e ad allineare titoli di grande successo. Che sono stati, nel filone dell’avvocato Guerrieri: Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio, La misura del tempo (Sellerio 2010; Einaudi 2014, 2019); in quello del commissario Fenoglio: Una mutevole verità, L’estate fredda, La versione di Fenoglio (Einaudi 2014, 2019). E qui, fin nella suggestiva invenzione dei titoli, cominciava ad affacciarsi lo stigma della serialità. Due o tre efficaci personaggi secondari per ogni storia, la camminata scacciapensieri verso una zona poco nota della città, qualche divagazione messa lì per allentare la tensione o ricaricarla, un principio di ritratto o il racconto fiorito da un incontro casuale, qualche bevitore di bocca fine o da single buongustaio (con ricetta da replicare all’occorrenza), una citazione mozzafiato, la corsetta in tuta o la scarica di colpi al punching ball, un paio di versi eleganti venuti a mente o le parole di una cover angloamericana di successo: questi per lo più gli ingredienti accessori che insaporiscono le storie di Carofiglio. Attenuandone qua e là la pressione, o meglio a scandirne l’assillo di verità, la fame di giustizia. Un modus operandi, questo, che si riconosce anche nei libri di saggi o nei racconti in forma di saggio, come Passeggeri notturni (Einaudi 2016) e Non esiste saggezza (Einaudi 2020); oppure nell’emozionante romanzo Le tre del mattino, storia di un padre e di un figlio e della reciproca conoscenza che entrambi li fa crescere a un tornante angoscioso della vita (Einaudi 2017).

«Oltre il legal thriller»

Ammiro da decenni il lavoro e lo stile di Carofiglio e ho sempre seguito con interesse i libri in cui ha indagato i dilemmi ideali e i problemi tecnici del suo primo mestiere (L’arte del dubbio, La manomissione delle parole; Sellerio 2007, Rizzoli 2010), ma altresì le proprie convinzioni di magistrato-scrittore innamorato dell’esattezza, dell’ordine mentale, della scrittura come campo faticoso della chiarezza anche politica e ideale: Con i piedi nel fango, Della gentilezza e del coraggio (Gruppo Abele 2018, Feltrinelli 2020). Non a caso, i sottotitoli di questi ultimi lavori suonano «Conversazioni su politica e verità» e «Breviario di politica e altre cose». Ed è certo, ad esempio, che la sua intervista di Con i piedi nel fango potrebbe figurare a giusto merito fra i testi di riflessione e dibattito per le classi superiori. L’occasione di considerare nel suo insieme il lavoro di Gianrico Carofiglio è stata offerta di recente da una iniziativa del Corriere della Sera, che ha deciso di ripubblicare in una collana per le edicole l’intera produzione dello scrittore. Privilegio riservato a pochi: qualche mese dopo è toccato all’opera di Italo Calvino, e in queste settimane è il turno di un altro maestro del Novecento, Leonardo Sciascia, proposto da Repubblica. Queste iniziative parrebbero semplici esche al collezionismo, e invece spesso si traducono – se la frequenza con lo scrittore era stata saltuaria o lacunosa – in un’occasione di studio e aggiustamenti di giudizio.

Il «giallo»: quale futuro?

Nel lavoro di Carofiglio, se qualche sapore di replica si può riconoscere qua e là in certi avvii o svolte della fase d’invenzione, restano però sempre ammirevoli la tenuta e la freschezza del flusso narrativo, il lessico impeccabile, il confronto assiduo con la coscienza dell’io narrante, che agevolmente si partecipa al senso morale del lettore e alla sua coscienza, a onta del groviglio incombente di atti e procedure forensi con cui i protagonisti devono confrontarsi, capace in sé di tacitare ogni assillo. Perchè ciò che differenzia Carofiglio dai nostri giallisti di oggi, nipotini di Scerbanenco o emuli di Camilleri, è la saldezza culturale, un senso alto della moralità, la tensione per la verità e la trasparenza, che rendono in molti casi esemplari le scelte e i comportamenti dei protagonisti delle sue storie. A conferma, proverò a riportare qualche estratto significativo da Con i piedi nel fango. «La politica è un impegno qui e ora, oltre le chiacchiere e i proclami. È fare i conti con le cose per come sono davvero. E spesso non sono belle, lineari e pulite come le vorremmo. Ci si può inzaccherare, sì. Ma come si sporcano di fango gli stivali dei volontari che intervengono nelle alluvioni. Bisogna stare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne (..) Oggi fare politica nel nostro Paese vuol dire molto spesso avere i piedi nel fango, in contesti difficili, dove la realtà sfugge a schemi ideologici troppo rigidi: può non piacere, ma se si vuole incidere davvero sulle cose per migliorarle, bisogna averne piena consapevolezza. Da sola l’alternativa della “testa fra le nuvole” non funziona (…) Occorre essere radicali nei valori e nei principi, realisti al momento di confrontarsi con la prassi e con le condizioni concrete (…) L’azione politica efficace è fatta di approssimazioni successive, non di “tutto e subito”. Le rivoluzioni che durano sono quelle fatte di spostamenti di tasselli, di cambiamenti piccoli all’apparenza ma che mettono in moto benefici smottamenti». A uno scrittore che professa queste convinzioni, credo si debba un’attenzione anche superiore al successo che i romanzi gli hanno meritato

Claudio Barbati

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