Leopardi Inedito

di Silvia Stucchi
01/03/2021
Leopardi Inedito

Vittorio Capuzza con Un nuovo autografo leopardiano. «Sopra la riputazione di Q. Orazio Flacco presso gli antichi» con ignote notizie autobiografiche (Aracne, Roma 2020, 62 pp., 10 euro), realizza il sogno di tutti gli italianisti: scoprire, dare alle stampe e commentare un inedito di uno dei giganti della letteratura italiana. Il testo Sopra la riputazione di Q. Orazio Flacco presso gli antichi è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, nella sezione Manoscritti e Rari, sezione Leopardiana, con schedatura C. L. XV. 38.c: si tratta di un documento scritto interamente sul recto di un foglio e per quattro righe sul verso; il testo non è completo, e la sua redazione è databile, secondo Capuzza, al 1816. Va precisato che questo testo che ora viene alla luce risulta dall’elenco dei manoscritti napoletani stilato da M. Fava all’inizio del secolo scorso (Gli autografi di Giacomo Leopardi conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli, in «Bollettino del bibliofilo », a. 1, n. 6-7, 1919).

La fama degli antichi

In particolare, tra le carte della Biblioteca Nazionale, il documento compare dopo i seguenti autografi: a) L’ombra di Dante, Visione del Sig. Giuliano Anniballi; b) Psalmus 152 (frammento di versione poetica). Una prima collocazione del testo nell’anno 1816 viene da Capuzza motivata con osservazioni relative alla grafia di Sopra la riputazione di Q. Orazio Flacco presso gli antichi: si tratta di una grafia tondeggiante, che, per le sue caratteristiche formali, ricorda molto da vicino quella dell’Indice delle Opere stilato da Leopardi nel novembre 1816. Leopardi, nel testo, prende le mosse dalle dispute sul valore degli scrittori classici che animarono la Querelle des Anciens et des Modernes in Francia. Il giovane Giacomo, con quella che oggi chiameremmo una grande sagacia psicologica, afferma che gli «spiriti grandi», quando sono ancora «giovinetti» non ammirano «perché non sanno ammirare, ma adorano ciecamente gli antich». Ma dopo tale primo stadio di adorazione acritica, frutto dell’entusiasmo, ma, potremmo pensare, anche dell’adesione irriflessa ai modelli scolastici proposti, una volta cresciuti, questi giovanili adoratori della classicità «si ribellano, gettano Orazio e Virgilio», e, animati da un senso di rivolta contro tutto ciò che ai loro occhi sa di vecchio, pedante e stantio, si sentono infinitamente superiori al «volgo dei Letterati», e anzi si reputano spregiudicati nel loro rifiuto dei classici. Tuttavia, da questo secondo stato, nella maturità essi passano a più miti consigli e si riconciliano con gli Antichi, li ammirano, li adorano anche, ma, dice Leopardi, «non più ciecamente», ovvero ne riconoscono l’eccellenza sulla base di un giudizio ponderato, frutto, diremmo, di letture, educazione, buon gusto, e anche di esperienze di vita. Gli spiriti mediocri, quelli che mondanamente vengono chiamati «Begli spiriti», si fermano al secondo stadio, mentre, afferma Leopardi con riferimento a sé stesso, egli è passato attraverso queste tre fasi, lui che pure annota di essere «tutt’altro che uomo grande» (e qui ci viene da sorridere, perché sta parlando Leopardi, e, fra l’altro, un Leopardi appena diciottenne). Quando attraversava la seconda fase, quella della ribellione giovanile, per esempio, egli aborriva Omero «non come poeta, ma come tiranno delle Lettere».

Mistero irrisolto

Al di là del titolo, il contenuto delle riflessioni di questo inedito non riguarda affatto il tema annunciato, e nemmeno presenta espressioni sovrapponibili al Discorso «Della fama di Orazio presso gli antichi» pubblicato nella rivista di Antonio Fortunato Stella, lo «Spettatore», fascicolo 66, il 15 dicembre 1816. Le ipotesi in campo sono varie: il manoscritto della Nazionale di Napoli potrebbe essere un abbozzo di preambolo al Discorso dello «Spettatore», preambolo che poi non venne utilizzato perché prese una direzione troppo ampia rispetto all’originario tema oraziano; oppure, potremmo trovarci di fronte all’avantesto di un altro lavoro, che prendeva le mosse dalla dialettica degli autori francesi nei confronti dei classici, e trattava il rapporto, in continua evoluzione, dei lettori nel corso della loro vita con i grandi autori latini e greci. In contemporanea con l’autografo napoletano, inoltre, Leopardi aveva scritto anche il suo intervento della Disputa nata a partire dalle tesi di Madame De Staël, riallacciandosi all’opera di P. Giordani Sul discorso di Madama Di Staël (...) Lettera di un italiano ai compilatori della Biblioteca. Nella sua Lettera, infatti, Giordani parla di un «abuso noiosissimo» degli autori greci e latini, compiuto da una «turba di meschini verseggiatori», che corrisponderebbero, nell’inedito napoletano di Leopardi, ai «pedanti» e agli «infimi». Giordani, contro la «pestilenza» dei pessimi versi che ammorba il panorama culturale italiano, esalta il privilegio di pochi, grandi spiriti, a proposito dei quali egli chiama in causa la sententia di Orazio «Ingenium cui sit/ cui mens divinior atque os/ magna sonaturum» che Leopardi riecheggerà non solo nella sua Lettera ai compilatori del luglio successivo («O noi sentiamo l’ardore di quella divina scintilla, e la forza di quel vivissimo impulso, o non lo sentiamo»), ma anche in due lettere a Giordani, rispettivamente datate 30 aprile e 30 maggio 1817. Nel Discorso di Giordani a Madame de Staël sono enumerati i tre gradi del possibile successo nelle lettere (pedanti e piccoli, mediocri, grandi poeti), gradi che Leopardi riferisce invece alla disposizione di spirito dei moderni in rapporto allo studio dei poeti antichi; tuttavia, va osservato che sembra anche che Leopardi qui stia lottando per affrancarsi – già nel 1816 – da una concezione della letteratura intesa solo come un bell’ornamento, per spingersi verso una conversione letteraria dai contenuti forti, ispirata, appunto, da una «divina scintilla». Alla luce di queste osservazioni, Capuzza ipotizza che l’inedito napoletano non sia tanto una prova, poi abbandonata, di avantesto per il Discorso su Orazio, ma un appunto, stilato a ridosso della lettura di Giordani, delle argomentazioni da elaborare per il proprio intervento nella disputa suscitata da Madame de Staël.

Silvia Stucchi

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