«Il mio Anti-Covid-19»

L'editoriale di Cesare Cavalleri - Studi Cattolici marzo 2021
02/03/2021
«Il mio Anti-Covid-19»

Caro cittadino nato il 13/11/1936 Regione Lombardia la invita il 04/03/2021 ore 11:42 a presentarsi al centro vaccinale di piazza principessa clotilde, 3 – Milano, per la vaccinazione anti-COVID-19 con il numero di richiesta adesione 48368922583969 – la aspettiamo». Quel cittadino sono io. Avevo fatto richiesta il 16 febbraio ricevendo conferma col suddetto numero di 14 cifre, e quel messaggino – con tutte le sue lettere minuscole – era datato martedì, ore 21:17. Accidenti, mi son detto con un moto di gratitudine, quelli della Regione lavorano fino a tardi. Tra la richiesta e la risposta, solo due settimane. Efficienza lombarda, grazie.

Al mattino di giovedì 4 marzo, mentre mi appresto a recarmi al Centro vaccinale, leggo un altro messaggino, partito a notte fonda (ore 2:18): «Cara cittadina caro cittadino, siamo consapevoli che il tuo appuntamento per la vaccinazione anti-covid, a causa delle consegne ridotte, sta subendo dei ritardi. Faremo il possibile per assicurarti quanto prima la convocazione, intanto scusaci per l’inconveniente, sappi che la tua salute è la nostra priorità». Grazie. Veramente io sono già stato convocato, e il messaggino di scuse, che confidenzialmente mi dà del tu, non revoca la convocazione. Quindi mi dirigo impavido verso Piazza Principessa Clotilde.

Strada facendo, cerco di ricordare chi fosse la Principessa Clotilde, ma non mi viene in mente niente. Bisognerà controllare sul dizionario Hoepli Le vie di Milano dalla A alla Z. Il Centro vaccinale è, com’era prevedibile, l’Ospedale Fatebenefratelli, e gentilmente vengo indirizzato in fondo al secondo cortile, a destra. La segnaletica è a prova di scemo. Lì giunto, un inserviente in tuta rossa mi invita ad accomodarmi su una sedia come la decina di persone già sedute nel cortile, perché al Centro vaccinale (quarto piano) c’è già troppa gente in attesa. Approfitto della sosta per compilare l’ampia modulistica per il consenso informato.

Dopo una quarantina di minuti, accedo al quarto piano, dove ci sono almeno una ventina di persone in attesa. Mi armo di pazienza perché so bene che in questi casi la coda è inevitabile. Ci sono alcune anziane signore che si lamentano per la disorganizzazione («E siamo a Milano, poi!»); l’operatrice sanitaria che smista i pazienti spiega che la Regione ha mandato tre elenchi diversi di persone da vaccinare calendarizzate agli stessi orari, da qui l’ingorgo. Non partecipo alla discussione perché non parlo con persone che non mi sono state presentate. Leggo la posta elettronica, rispondo o inoltro le richieste ai collaboratori di competenza. Poi mi metto gli auricolari e attingo all’ampio repertorio musicale registrato nel mio cellulare: la Callas nella scena della pazzia della Lucia di Lammermoor; «Rendetemi la speme o lasciatemi morir» dei Puritani. Anche molta Ornella Vanoni, naturalmente, compresa la birichina Che barba, amore mio, e la Patty Pravo di Se perdo te.

Il tempo passa in fretta e alle 13:30, un infermiere avvisa che i vaccinatori fanno una pausa per il pranzo. Giustissimo, conveniamo noi superstiti, ormai rimasti in pochi. Poco dopo le 14, tocca a me. Il dottore, davanti al suo computer, sta spiegando la procedura a una collega che evidentemente deve subentrargli: «Fai clic qui, poi riassetti, riapri, eccetera». La collega prende appunti a matita su un quaderno. Non sembra molto convinta, chissà se si raccapezzerà.

Dopo un quarto d’ora, il medico mi fa qualche domanda sul mio stato di salute e sui farmaci che sto prendendo, e finalmente un giovane infermiere infila l’ago nel mio scarno bicipite sinistro. Mi raccomanda di stare in sala d’aspetto per quindici minuti, per intervenire qualora si manifestassero reazioni immediate. Saluto e ringrazio. Ritornerò il 25 marzo alle 11:48 (mi piace moltissimo il minutaggio così dettagliato) per la seconda dose.

Certo, dalle 11:42 del mio appuntamento sono passate più di tre ore, ma bisogna essere comprensivi. Vaccinare tutti i lombardi non è una cosa semplice, e i sanitari fanno tutto quello che possono. La gratitudine resta il sentimento più appropriato.

Cesare Cavalleri

P.S. La Principessa Clotilde (Torino 1843-Moncalieri 1911) era figlia di Vittorio Emanuele II. Sposata per ragioni di Stato al vecchio principe Girolamo Napoleone Bonaparte, cugino di Napoleone III (1859), visse a Parigi dedicandosi all’educazione dei figli. Al crollo dell’impero napoleonico (1870) si ritirò a Moncalieri, dove trascorse il resto dei suoi giorni dedicandosi a opere di carità.

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