Rinasce la musica scritta nei Lager

Francesco Lotoro & la Cittadella della Musica Concentrazionaria
01/01/2021
Rinasce la musica scritta nei Lager

«La musica è l’attività più sacra dell’essere umano», dice Alma Rosé, la direttrice dell’orchestra musicale di sole donne nel lager di Auschwitz. Scena tratta dal film Fania, scritto da Arthur Miller, protagonista Vanessa Redgrave (1980). Un gruppo di musiciste ebree venne risparmiato dalla camera a gas, in cambio della musica per i carcerieri nazisti. Garante della clemenza il dottor Mengele, «angelo della morte» e raffinato musicologo. Secondo le ultime ricerche, il numero dei musicisti, compositori e arrangiatori, deportati nei campi di concentramento nazisti supera i centomila. Se si aggiungono i deportati nei gulag dei Paesi comunisti, il numero sfiora la cifra di centocinquantamila. Si parla del periodo 1933-1953.

Sede prescelta, Barletta

Francesco Lotoro, docente di pianoforte al Conservatorio di Foggia, da anni si è dedicato al recupero della Musica Concentrazionaria. La sua ricerca caparbia ha raccolto fino a oggi ottomila partiture e numerosi strumenti rintracciati in mezzo mondo. Lotoro ha percorso in lungo e in largo, fra gli altri Paesi, gli Stati Uniti, la Polonia, la Bielorussia, la Germania, l’Austria, la Francia. Lunga è la lista dei giornali che hanno raccontato la sua impresa, il suo girovagare missionario, la sua passione, il suo ardimento un po’ folle. New York Times, Le Monde, la BBS, The Telegraph, Washington Post, La Presse Montreal, ABC Espana, Channel 1 Russia, O Globo, The Indu, Frankenpost, Il Foglio, solo per citarne alcuni. Vale la pena aggiungere che il maestro ricercatore ha viaggiato a sue spese e con i pochi introiti della sua Fondazione che organizza concerti, stampa libri, e ogni anno il 27 gennaio onora il Giorno della Memoria a Barletta, la sua città, dove vive e lavora. Attività, soprattutto i concerti, penalizzati nell’anno del CoViD-19.

A Barletta, e grazie al suo impegno e alla sua determinazione, nascerà la Cittadella della Musica concentrazionaria. L’opera sarà finanziata dallo Stato, dalla Regione Puglia e dal comune di Barletta, e costerà 37 milioni di euro, già stanziati. La cifra servirà a costruire le opere murarie. La Fondazione dovrà poi autofinanziarsi con le attività concertistiche, museali, di ricerca. La Cittadella sarà un’impresa collettiva, aperta alle donazioni anche minime, bastano 50 euro per essere fra i benemeriti. Una «pietra» ricorderà il nome del donatore o potrà essere dedicata alla memoria di altri. Le «pietre» incideranno le mura, le fontane, le panchine, le tre strade interne che confluiscono nella Piazza grande. Qui sventoleranno le bandiere di tutte le Nazioni.

Recuperati oltre 8mila spartiti

L’edificio su due piani occuperà gli spazi della vecchia Distilleria, non distante dalla stazione ferroviaria. Nata come opificio nel 1882 per iniziativa della Consonni e Pirelli di Milano, la fabbrica fu ceduta nel 1897 alla Società italiana dell’alcool, che la trasformò in distilleria, ampliandola fino a novemila metri quadrati. Agli inizi degli anni ’70 del Novecento cominciava il declino: la fabbrica avrebbe chiuso dopo quasi un secolo di attività. Nei novemila metri quadrati torneranno a vivere gli ebrei con la loro musica, gli ottomila spartiti, gli strumenti, i dodicimila documenti recuperati nei campi di sterminio, i milletrecento volumi di letteratura sulla musica scritta dai condannati alle camere a gas.

L’idea originaria di un locale-museo e poco altro è cresciuta nel tempo in dimensioni e ambizioni, fino a diventare un progetto maestoso nelle mani dell’architetto Nicolangelo Dibitonto. Un auditorium, un campus di studi musicali composto da aula magna, aula studio, polo nazionale di musica ebraica, ristorante, caffè, tre sale grandi, un ufficio di servizi. Al primo piano, ricercatori e staff editoriale, Museo, teche, strumenti, manoscritti. L’opera delle opere, già a buon punto, sarà l’Enciclopedia della Musica Concentrazionaria in 12 volumi di 800 pagine, per complessive 9.600 pagine. Storia, tavole, ottomila partiture e ottomila biografie, dvd, testi di altri ricercatori. Un immenso patrimonio realizzato in anni di lavoro, e destinato a tornare vivo e consultabile per chiunque sia interessato.

La Puglia & gli ebrei, un legame antico

Non sembri troppo «mistica» l’origine di questa storia. Per arrivare al nostro Francesco Lotoro, 56 anni, bisogna partire da un altro Francesco Lotoro, nato all’inizio del 1800, di religione ebraica poi convertitosi al Cristianesimo. Era il trisnonno. Ci vorranno altri due Francesco Lotoro, il bisnonno e il nonno. Il maestro è tornato alle origini, oltre due secoli dopo, da cristiano si è convertito all’ebraismo. Israele è la sua seconda casa. Grazie alla sua intuizione e alla sua idea, accompagnati dalla musica scritta nei lager, tornano in Puglia gli ebrei, espulsi nel 1541 da Carlo V, re di Spagna e delle due Sicilie. Ferdinando I il Cattolico li aveva cacciati nel 1501 dalla Spagna. Per la storia, erano tornati nel 1946, diretti in Palestina, gruppi di scampati alle persecuzioni di Hitler prima e di Stalin dopo. Ancora in fuga, avevano preso il mare dalle coste dalmate diretti verso i porti pugliesi, i più vicini alla loro Terra promessa. Una ricerca minuziosa e puntuale del professor Michelangelo Filannino ha documentato condizioni drammatiche e fortunose. Uomini e donne sbarcati erano conosciuti come «polacchi», perché la gran parte arrivava dalla Polonia, ma c’erano cecoslovacchi, romeni, ungheresi, lituani, russi, bulgari, austriaci, tedeschi. in una gara di generosità, quasi ventimila ebrei erano accolti a Barletta, Trani, Bari, Palese, Santa Maria di Leuca, Santa Maria al bagno, Tricase, Santa Cesarea. Barletta ne ospitava quasi duemila, nel campo dove oggi sorge la Caserma Stella, in via Andria. La Puglia era il ponte naturale verso la Palestina, allora protettorato inglese. «L’anno prossimo a Gerusalemme» era la promessa a dieci ore di nave.

Stanislaw Hillebrand & Saul Dedier

L’erigenda Cittadella raccoglierà pezzi di vita, reliquie preziose. Lotoro, viaggiatore d’altri tempi, non torna mai a casa a mani vuote. Nella sua valigia è arrivato dagli Stati Uniti il «Violino di Auschwitz», lo strumento appartenuto a Jon Stanislaw Hillebrand. Deportato a 17 anni, aveva fatto parte della Lagerkappelle, l’orchestra dei deportati che suonava nel campo. Lotoro incontra negli Stati Uniti la vedova di Hillebrand che gli dona il prezioso violino. Ma il viaggio gli riserva un’altra sorpresa. Saul Dedier, ebreo polacco, percussionista di talento universalmente riconosciuto che ha fondato la Holocaust Survivor Band. Ha 95 anni e promette di tornare a Barletta, dove era stato rifugiato dopo la guerra. Nato a Cracovia, deportato a Mauthausen e a Linz, liberato dai soldati americani, finito in Puglia a Santa Maria al bagno e poi a Barletta. Un anno a Barletta, poi a Bari con la stessa missione: organizzare le partenze per la Palestina degli ebrei scampati alla mattanza dei nazisti. Quindi Napoli e la scelta degli Stati Uniti come ultima patria. Saul Dedier affida a Lotoro, parole del maestro, «un immenso tesoretto musicale», che si aggiunge al patrimonio che sarà conservato presso la Cittadella della Musica Concentrazionaria.

Storie di solidarietà fra cristiani & ebrei

Il maestro, che da quattro anni non conosce tregua, ne parla con l’ottimismo della volontà e la determinazione del fare ogni giorno, ogni ora. È abituato a fare un piccolo passo ogni momento. La strada è lunga, ma lui pensa al Mar Rosso. «La Cittadella vuole ricostruire una civiltà che ci siamo persi nel secolo scorso. Una cultura degenerata ha relegato la musica a una sovrastruttura. È stato come deturpare la Pietà di Michelangelo. Noi vogliamo riportare la vita a Pompei, ad Alessandria d’Egitto. Andiamo avanti con le nostre forze, abbiamo il sostegno dei volontari e di chi si innamorato del progetto. Lo Stato e gli enti locali si sono caricati del costo della struttura, dobbiamo ringraziarli. Contiamo su un’adesione molecolare, offerte piccole, anche di 50 euro sono un regalo di speranza. Non ci aspettiamo molto dai grandi gruppi. Dai famosi magnati ebrei non abbiamo, fino a oggi, ricevuto una lira». La fatica non spaventa il nostro maestro, che parla con la schiettezza di chi ci crede, nonostante l’immenso mare di difficoltà. Chiedergli che cosa muove la sua titanica impresa a mani nude, è un invito a parlare col cuore, considerato lo scopo della sua missione. La risposta è sorprendente, note sopra le righe, per restare in tema. «Ci vuole cervello, non cuore». Ma c’è un particolare aspetto della vicenda che scalda il viso barbuto e il cervello del maestro, fino a chiamare in causa il cuore, questa volta. «Mi stupisce la scarsa attenzione del mondo cristiano ai suoi martiri della Shoah. Tutti sanno del francescano polacco Massimiliano Kolbe, alcuni conoscono anche il carmelitano Titus Brandsma. Ma furono decine di migliaia i martiri del nazismo. Benedettini, francescani, vescovi, ecclesiastici, ortodossi, serbo-ortodossi. A Dachau entrarono almeno duemilacinquecento fra sacerdoti, vescovi e membri degli ordini monastici, prevalentemente francescani e benedettini, seminaristi e diaconi cattolici, ma anche pastori evangelici, prelati greco-ortodossi, e pastori della Chiesa riformata. I comandanti del campo furono costretti ad allestire una piccola cappella per le attività religiose e per la Messa della domenica». Tra le personalità ecclesiastiche uccise a Dachau, Lotoro ricorda, oltre a Kolbe e Brandsma, il fondatore della Chiesa Unitariana cecoslovacca Norbert Čapek, i sacerdoti Gerhard Hirschfelder e Stefan Grelewski, il pastore della Chiesa riformata olandese Nanne Zwiep, questi ultimi due morti di inedia. Tra i religiosi musicisti a Dachau c’erano maestri del calibro di Gregor Schwake, Joseph Moosbauer, Anton Kraehenheide, Karl Schrammel, Johann Lenz, Dyonisius Zoehren. Lotoro racconta questi martiri ancora vivi. «Impegnati nel ricreare in cattività un clima di migliore sopportazione del regime concentrazionario, sacerdoti e monaci con alle spalle un brillante curriculum di diedero vita a una ricca produzione musicale concertistica a carattere religioso comprendente Messe, alcune delle quali con nutrito impianto strumentale o alla maniera tedesca, con organo e quartetto d’ottoni, corali, inni, brani strumentali per le festività cristiane, favole musicali o fiabe natalizie. Nonostante l’intervento delle autorità ecclesiastiche, ai religiosi non furono risparmiati lavori forzati o processi-farsa per presunti atti di sabotaggio o spionaggio; processi che spesso si conclusero con la condanna a morte. Come gli ebrei, furono vittime delle atrocità del nazismo, con un di più di oltraggio, avendo fomentato fin da subito l’opposizione al Nazionalsocialismo, che aveva trasformato i seminari in caserme delle SS».

«L’attività più sacra dell’essere umano»

La voce del maestro Lotoro è pacata e amara. «Torturati con sistemi atroci, mandati ai lavori forzati; crocifissi a testa in giù e impiccati fuori dal campo per tenere lontana la vista degli altri deportati. È un mondo ancora poco conosciuto. Sarebbe il momento di alzare il velo, di unire le forze di ebrei e cristiani per svegliare le coscienze e i cervelli un po’ assopiti. Ho scritto agli ultimi papi, Bergoglio mi ha fatto ringraziare per i libri che gli abbiamo mandato». Nei campi di concentramento, ci furono storie esemplari di collaborazione fra ebrei e cristiani. William Hilsley, quacchero inglese, scrisse una Messa per i cattolici. Trovate coraggiose e geniali, come quella di un violinista ebreo che consentì l’ordinazione a prete del diacono Karl Leisner. Deportato a Dachau e gravemente malato, Leisner era in attesa di essere ordinato, ma nei lager era una funzione proibita. il rito prevedeva preghiere e canti che avrebbero attirato l’attenzione dei carcerieri. L’ebreo, fuori dalla porta, coprì con la musica del suo violino le voci dei cristiani dentro la cappella, beffando la vigilanza dei nazisti. Leisner morì prete, come aveva desiderato. «La musica è l’attività più sacra dell’essere umano». E non c’è altro da aggiungere alle parole di Arthur Miller.

Antonio Del Giudice

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