2021 «Anno di San Giuseppe»

L'editoriale di Cesare Cavalleri - Studi Cattolici dicembre 2020
02/12/2020
2021 «Anno di San Giuseppe»

Centocinquant’anni fa, il beato Pio IX proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa universale. Nella ricorrenza, Papa Francesco, l’8 dicembre 2020, solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ha firmato la Lettera apostolica Patris corde, annunciando che il 2021 sarà «Anno di san Giuseppe», arricchito di speciali indulgenze. Lo so bene, i problemi sono tanti, e tutti li conosciamo da vicino: il Covid-19, il pressapochismo dei politici, la scuola/ non scuola a distanza, la congiuntura economica negativa, lo spettro della disoccupazione, la semichiusura di bar e ristoranti… non è enumerando che i problemi si risolvono, tanto più se sono ben al di sopra della nostra portata. Seguiamo, dunque, l’esempio di san Giuseppe come è proposto dal Papa nella Lettera che fa affidamento sul suo «Cuore di Padre». Stralcio dalla Lettera apostolica alcune frasi per ciascuno dei titoli che il Papa assegna a san Giuseppe, come invito alla lettura integrale della Patris corde, da meditare e da tradurre nella vita di ciascuno.

«1. Padre amato. San Paolo VI osserva che la sua paternità si è espressa concretamente “nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro”. Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano. Come discendente di Davide, dalla cui radice doveva germogliare Gesù, e come sposo di Maria di Nazaret, san Giuseppe è la cerniera che unisce l’Antico e il Nuovo Testamento».

«2. Padre nella tenerezza. Giuseppe ha insegnato a Gesù a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare (cfr Os 11,3-4). È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza».

«3. Padre nell’obbedienza. Giuseppe, nel suo ruolo di capo famiglia, insegnò a Gesù a essere sottomesso ai genitori, secondo il comandamento di Dio. Nel nascondimento di Nazaret, alla scuola di Giuseppe, Gesù imparò a fare la volontà del Padre. Tale volontà divenne suo cibo quotidiano. Anche nel momento più difficile della sua vita, vissuto nel Getsemani, preferì fare la volontà del Padre e non la propria e si fece “obbediente fino alla morte di croce”».

«4. Padre nell’accoglienza. Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida delle parole dell’Angelo. Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. La venuta di Gesù in mezzo a noi è un dono del Padre, affinché ciascuno si riconcili con la carne della propria storia anche quando non la comprende fino in fondo. Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in san Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “a occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità».

«5. Padre del coraggio creativo. Il coraggio creativo emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere. Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare».

«6. Padre lavoratore. In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono. La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. Il lavoro di san Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. Imploriamo san Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!»

«7. Padre nell’ombra. Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. Concludiamo ancora con Papa Francesco: «Tutti possono trovare in san Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine».

Buon Natale, buon 2021, «Anno di san Giuseppe».

Cesare Cavalleri

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