«Il messaggio del Rabbino»

L'editoriale di Cesare Cavalleri - Studi Cattolici ottobre 2020
02/10/2020
«Il messaggio del Rabbino»

E siamo ancora qui impensieriti a ragionare sul Covid, perché la pandemia non smette, ne siamo tuttora immersi e non si prevede fino a quando.
Nel messaggio del 28 settembre per la solennità ebraica del Kippùr, «il giorno dell’espiazione», il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Shemuel Di Segni, ha ricordato che quest’anno, per le giuste prescrizioni sanitarie, non ci sarebbe stata la consueta moltitudine festosa, con tanti bambini che cantano e si rincorrono, simpaticamente difficili da ricondurre al silenzio. E ha raccontato: «Al Faraone che provava a dire a Moshè che il permesso di uscire dall’Egitto riguardava solo gli adulti maschi, Moshè rispondeva che “andremo via con i nostri giovani e con i nostri anziani, con i nostri figli e le nostre figlie, perché per noi è la festa del Signore”».
«Con i nostri giovani e con i nostri anziani»: due categorie a rischio di contagio, che qualcuno ha cercato di emarginare, ma che sono componenti essenziali di ogni società veramente umana. Il rabbino non ha nascosto le pesanti ricadute economiche della pandemia, soprattutto «in una comunità come la nostra, in cui il sostentamento prevalente deriva da attività commerciali; prima il blocco totale, poi il rallentamento della circolazione hanno prodotto effetti disastrosi».
Il problema c’è ed è grave, ma Di Segni ha volato più alto. «Ognuno ha reagito a modo suo», ha osservato, «ma è forte la richiesta di dare un senso a tutto questo, la necessità di trovare equilibrio, serenità, di non sprofondare nella depressione».
«La verità è che tutta questa storia», ha continuato il rabbino, «serve a mettere in dubbio le nostre certezze: dal punto di vista sanitario, l’illusione che il progresso della scienza salvi da ogni malattia a cominciare da quelle contagiose; e, dal punto di vista economico, che le normali e abituali attività possano garantire sicurezza, anche se si mettono in conto le crisi del mercato. La verità che la crisi ci sbatte in faccia è quella dei nostri limiti». Ma non dobbiamo fermarci qui: «L’insegnamento della nostra tradizione è molto più complesso e proprio il Kippùr ce lo spiega. Perché se è vero che l’uomo non è onnipotente e se lo deve ricordare sempre, è anche vero che le sue potenzialità sono enormi. E quanto riguarda economia e mercato ricordiamoci quello che hanno detto i Maestri: “Il Signore benedetto passa il suo tempo a costruire scale, per far scendere uno e far salire l’altro”; o, in termini circolari, “è una ruota che gira nel mondo”. Chi sta in alto nella scala o nella ruota deve sapere che da là può solo scendere, chi sta in basso può solo risalire. “La discesa serve per la salita”. A Kippùr sappiamo che se siamo scesi in basso con un comportamento sbagliato possiamo e dobbiamo risalire. Nella vita, dicono i Maestri, ci sono alti e bassi ma fanno parte del gioco, l’importante è non perdere la fiducia che dal basso si risale. E se alcune cose che ci davano gratificazione le abbiamo perdute, il momento è buono per capire se erano veramente necessarie, se il loro prezzo corrispondeva al loro reale valore, se sono queste le cose che dobbiamo cercare di avere quando staremo meglio. “Quando”, non “se”. A Kippùr non c’è il “se”, ma il “quando”, ed è proprio in questi momenti che si realizza la salita. Si provi a vedere le cose in una prospettiva differente, rimettendosi in discussione, e tutto avrà un significato diverso e positivo».
Ma il rabbino Di Segni, con l’autorità religiosa che gli compete, ha fatto presente in primo luogo che «nei giorni di inizio dell’anno ebraico, a Rosh haShanà e Kippùr finiamo l’arvìt [la preghiera della sera] con la recitazione solenne della tefillà al haparnasà, la preghiera per il sostentamento, che verrebbe deciso ora per tutto l’anno a venire. Si vede che l’altr’anno non l’abbiamo recitata con la dovuta attenzione, o che era stato deciso che l’anno dovesse rivoltarsi in questo modo». Ecco: forse anche noi l’altr’anno non abbiamo pregato «con la dovuta attenzione» o meglio, da cristiani, con vera convinzione di fede. Non che si debba interpretare la pandemia come punizione divina, ma stiamo pregando abbastanza per venirne fuori? Nella liturgia cattolica c’è anche una Messa votiva «In tempo di pandemia». Questa è l’orazione che il celebrante recita prima della liturgia della Parola: «Dio onnipotente ed eterno, provvido rifugio in ogni pericolo, rivolgi propizio il tuo sguardo verso di noi che con fede ti supplichiamo nella tribolazione e concedi l’eterno riposo ai defunti, sollievo a chi piange, salute agli ammalati, pace a chi muore, forza agli operatori sanitari, spirito di sapienza ai governanti, e l’animo di accostarsi a tutti con amore per glorificare insieme il tuo santo nome».

Cesare Cavalleri 

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