L’«Ickabog» di J.K. Rowling

Di Marina Lenti
01/11/2020
L’«Ickabog» di J.K. Rowling

È dal 2007 che J.K. Rowling dice di essere al lavoro su un libro per bambini di età un po’ inferiore rispetto al pubblico di Harry Potter. All’epoca l’aveva definito una «fiaba politica», rifiutandosi di aggiungere altri dettagli. Aveva anche detto di non avere una fretta pazzesca di pubblicarla e in effetti, come sappiamo, nel frattempo ha pubblicato Il seggio vacante e tre libri della serie giallistica di Cormoran Strike.

Due anni più tardi aveva menzionato di nuovo questo libro in un’intervista a MTV, mentre in un’intervista al Telegraph dell’ottobre 2012, aveva dichiarato di essere al lavoro addirittura su due libri per bambini. L’ultima volta che ne ha accennato, un paio di anni fa, era stato per dire che la fiaba politica era accantonata.

Covid & Lockdown

A maggio 2020 la scrittrice ha annunciato che, per rendere meno pesante il lockdown ai ragazzi, avrebbe offerto gratuitamente on-line una fiaba intitolata The Ickabog, che sarebbe stata pubblicata, un po’ per volta nel corso delle successive sette settimane, sul sito www.theickabog.com. Ogni giorno l’autrice avrebbe inoltre fornito suggerimenti per illustrare il mostro antagonista della storia, partecipando così al concorso indetto dai suoi editori, che avrebbe incluso il disegno vincitore nella versione cartacea. La Rowling non sarebbe stata il giudice, ma ha invitato comunque a condividere il proprio disegno su Twitter usando l’hashtag #TheIckabog.

Finalmente ci è stato fornito anche qualche dettaglio sulla genesi del libro: l’idea, che la scrittrice ha ribadito esserle giunta tanto tempo fa, era di creare una storia da leggere ogni sera ai suoi due bambini più piccoli, David e Mckenzie, man mano che ci lavorava sopra. Con il passare degli anni, benché ne amasse la trama, era giunta alla conclusione che fosse qualcosa da limitare ai suoi figli e che quindi non fosse il caso di renderla pubblica.

Il lockdown è stato invece l’occasione di rispolverarla, rileggerla per la prima volta dopo tanti anni con occhio fresco, riscriverne dei pezzi e renderla disponibile a tutti i bambini del mondo.

Racconto fantastico

Il libro, uscito in Italia il 10 novembre (L’Ickabog, Salani, Milano 2020, pp. 320, euro 18), inizia effettivamente come una tipica fiaba attraverso il classico modulo del «C’era una volta». Proseguendo nella lettura, se ne ritrovano anche tutti gli altri canoni di genere. Alla sua seconda prova con il racconto fantastico, la Rowling sceglie non più un singolo protagonista, bensì una coppia di piccoli amici: Bertie Beamish e Daisy Dovetail.

La vicenda ha luogo in un regno chiamato Cornucopia che è comandato dal gaudente e poco intelligente re Fred Senza Paura e, indirettamente, dai suoi due ambiziosi e cinici amici-consiglieri Lord Spittleworth e Lord Flapoon, i quali lo pilotano come una marionetta.

In accordo con il proprio nome, una parte geografica del regno è caratterizzata da rigogliosità, ricchezza, abbondanza di cibo e divertimenti; da un’altra, però, ci sono solo paludi, scarsità di cibo e vita grama. Proprio quest’ultima regione è quella dove ha origine la leggenda dell’Ickabog, che la Rowling ci descrive nel secondo capitolo.

Si tratta di un mostro che divorerebbe principalmente bambini e pecore (ma a volte anche adulti avventati), capace di apparire sotto molteplici forme: serpente, drago, lupo... L’Ickabog sarebbe in grado di volare, sputare fuoco e veleno, imitare la voce umana per ingannare i viaggiatori. Impossibile ucciderlo: si riparerebbe magicamente oppure si dividerebbe in altri due esemplari.

La Rowling non sceglie mai nomi a caso e quindi, provando a fare un’ipotetica analisi semantica, posso ipotizzare che il nome del mostro derivi dall’aggettivo icky, che significa «rivoltante», ma anche «inquietante», e bog che significa palude, l’ambiente dove appunto esso risiederebbe abitualmente.

A un certo punto, la tranquillità sarà scossa da un’escalation di eventi che porterà i due consiglieri del re a stringere il regno in una morsa sempre più dittatoriale e a impoverirne drasticamente le risorse. La scusa per mettere in atto misure politiche ed economiche di tal fatta è offerta proprio dall’Ickabog: i due felloni, infatti, architettano un piano sempre più intricato – dove ogni menzogna è costruita sulla precedente, in un castello di carte che alla fine rovinerà loro addosso – per convincere la popolazione di come il mostro non sia una semplice leggenda, bensì una realtà intenzionata a distruggere il Paese. Alla fine, la creatura si paleserà davvero, dimostrando però che i dettagli delle leggende non sono sempre veritieri e dunque, come in ogni fiaba che si rispetti, il «vissero tutti felici e contenti» è ancora una volta assicurato.

Confronto con Harry

Impossibile non notare che, come già in Harry Potter, la morte dei genitori – il terrore più profondo di ogni bimbo – irrompe ancora una volta sulla scena, mentre il figlio sopravvissuto cerca di trovare faticosamente un equilibrio, in questo nuovo scenario, cercando la via che lo traghetti nell’età adulta. Come noto, la Rowling ha perso sua madre all’età di 25 anni a seguito di una lunga malattia e il lutto l’ha colpita profondamente, riverberandosi abbondantemente nella storia del suo famoso mago con la cicatrice a forma di saetta, al punto che lei stessa ha dichiarato che la serie sarebbe stata molto diversa se questa disgrazia non le fosse accaduta.

Un’altra similarità con la celebre saga è rappresentata dal fatto che l’autrice mostra nuovamente la sua spiccata predilezione per l’uso del cibo come efficace strumento per le ambientazioni. Del resto, nel racconto fantastico, il cibo è uno degli elementi utili a creare, fra le altre cose, quell’idea di «Paese della Cuccagna» che, nell’epoca in cui nacquero le fiabe classiche e l’epica (progenitori del moderno fantasy), per la maggioranza della popolazione era solo un sogno vagheggiato e dunque ben rendeva il senso di un Altrove in cui tutto è possibile. Sotto questo aspetto, l’accuratezza della Rowling si riverbera anche nei nomi scelti per le varie città del regno di Cornucopia: Chouxville, che produce dolci squisiti, è una crasi fra ville, il vocabolo francese per definire un paesino, e la pasta choux, realizzata con acqua, burro, farina, zucchero e uova e utilizzata in pasticceria per confezionare beignet, éclair e profiterole; Baronstown, potrebbe invece alludere alla lombata di manzo (in inglese baron of beef) che, accompagnandosi alla parola town, descriverebbe la piccola cittadina del regno celebre per la lavorazione delle carni; ancora, Jeroboam, famosa per le vigne cariche di succosi e dolcissimi chicchi grossi come uova e i vini che grazie a esse è in grado di produrre, in inglese è un vocabolo che designa una bottiglia di vino gigante.

La scrittrice però, come già fece in Harry Potter, è in grado anche di descrivere attraverso il cibo la socialità e persino alcuni colpi di scena di questo delizioso racconto, sfruttandone straordinariamente il potenziale.

Curioso notare infine come la fiaba dell’Ickabog, sia straordinariamente attuale in questi tempi in cui, nel nostro mondo reale, la minaccia di un virus sicuramente contagioso ma di bassa letalità e ormai curabile, viene strumentalizzata per aggirare la nostra Carta Costituzionale e per imporre scelte sociali ed economico-finanziarie disastrose. Forse la Rowling, pubblicandolo proprio ora, ci ha voluto mettere in guardia?

Marina Lenti

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