Antipolitica e «bene comune»

Di Lodovico Festa
01/11/2020
Antipolitica e «bene comune»

Il voto del 20 settembre per il referendum confermativo del taglio di un terzo dei parlamentari merita una riflessione articolata. In questa occasione si è assistito a un’improvvisa crescita dell’opposizione a questa riforma, una opposizione alimentata innanzitutto dalla Repubblica di Maurizio Molinari e dai social, mentre le principali forze politiche non grilline (di fatto vincolate dai voti che avevano dato di approvazione del «taglio» alla Camera e al Senato negli anni precedenti) si sono espresse a favore (spesso molto freddamente) del «taglio» o si sono sottratte dall’intervenire con qualche eccezione (peraltro non molto decisa) da parte per esempio di Forza Italia.

Per aver raggiunto in tali condizioni il 30 per cento della metà dell’elettorato attivo che ha partecipato al voto, la prestazione del fronte del «No» è stata assai significativa e particolarmente lodevole per quanto ha testimoniato fedeltà a rilevanti valori: la necessità di serietà nei processi di riforma della Costituzione, la difesa del ruolo fondamentale del Parlamento contro le ondate qualunquistiche, la resistenza alle scemenze sull’abolizione della rappresentatività popolare in favore della democrazia diretta avanzate da Beppe Grillo.

Non c'è stato plebiscito

Il «No», comunque, è riuscito a impedire un effetto plebiscitario nell’approvazione del taglio dei parlamentari che avrebbe incrementato la disgregazione della già sbalestrata democrazia italiana. Detto questo, restano evidenti i difetti dello schieramento per il «No». Così le contraddizioni dell’area che ha voluto la formazione del governo PD-Cinquestelle rendendo inevitabile l’abborracciata riforma di ridimensionamento del Parlamento e che poi si è mobilitata contro il «taglio della democrazia»: i Veltroni, i Prodi, i Renzi e gli esponenti della sinistra comunista, ma anche quelli come Rino Formica oggi preoccupati per come si procede alla leggera nelle riforme costituzionali, ma ieri indifferenti alle forzature destabilizzanti il funzionamento delle istituzioni che la Carta prevedeva. Appare, infatti, veramente spericolato difendere la centralità della Costituzione a corrente alternata. E in questo senso l’attuale disorientamento dell’opinione pubblica nazionale è figlio anche di chi si è dimostrato pronto a tutto per evitare il suffragio popolare quando non ne gradiva i possibili risultati.

È difficile, inoltre, una difesa a oltranza di un’istituzione quando – come ha fatto la grande maggioranza della nostra stampa – si è sottolineato con soddisfazione come la parte prevalente dei parlamentari grillini abbia appoggiato questa o l’opposta maggioranza perché temeva di perdere il proprio seggio. Quando tanti opinionisti lodano con cinismo questo comportamento, non è semplice poi contrastare la propaganda contro «i fannulloni», «gli approfittatori».

La situazione infine è stata aggravata dal fatto che l’elettorato avesse assaggiato il potere di scegliere direttamente la guida degli esecutivi, in modo netto (e con molto apprezzamento) per Comuni e Regioni, in modo spesso pasticciato, nelle scelte nazionali: prima con l’indicazione del premier nelle coalizioni che si presentavano al voto poi con lo scrivere il nome del candidato premier nel simbolo. E dopo aver permesso la crescita di questo sentimento («scelgo non solo il partito ma anche l’esecutivo») in tutta la fase seguente la drammatica cesura della politica italiana avvenuta nel 1992, si sono improvvisati con vari mezzi (a iniziare con Carlo Azeglio Ciampi nel ’93, proseguendo con Lamberto Dini nel ‘95, poi con Giuliano Amato nel 2001, Mario Monti nel 2011, Matteo Renzi nel 2016 e infine con Giuseppe Conte I nel 2018 e II nel 2019) premier che non erano neanche stati «eletti» alla Camera o al Senato. Questo andazzo ha occupato più o meno un terzo degli anni della cosiddetta Seconda repubblica, tra il 1993 e il 2020, ed è una delle basi più evidenti dell’attuale onda antipolitica.

E i 5 Stelle superarono il 30%

D’altra parte, mentre non si può non applaudire alla limpidezza delle riflessioni del già citato direttore Molinari, va ricordato come una decisiva svolta antiparlamentarista dell’opinione pubblica nazionale sia stata prodotta proprio negli ambienti torinesi che oggi controllano La Repubblica.

L’ondata antipolitica ha diverse basi, alcune sono state ricondotte con qualche argomento da Giuliano Ferrara, persino a una forza che dalla sua ha sempre cercato di rivitalizzare la Costituzione come il Partito radicale di Marco Panella, ma che nella campagna degli anni Settanta contro il finanziamento pubblico dei partiti ha seminato un bel po’ di cultura antipolitica.

Altra fonte formidabile nella formazione di correnti antipolitiche è stato l’inasprimento, per tagliare l’erba sotto i piedi al PSI di Bettino Craxi, dell’aggressività televisiva sia negli spazi dominati dai comunisti (la Terza rete, per esempio, con i suoi vari Santoro) sia in quelli democristiani (si consideri l’asse Ciriaco De Mita, Pippo Baudo, Beppe Grillo). Però il punto centrale nella formazione della vasta area antipolitica italiana che si è espressa nel 2018 con il voto ai Cinquestelle oltre al 30 per cento, è stata la campagna contro «la casta politica» del 2008 svolta parallelamente dalla Confindustria guidata dall’allora presidente della FIAT Luca Cordero di Montezemolo e dal Corriere della Sera, quotidiano che aveva nella FIAT il socio di riferimento fondamentale della proprietà. Sentimenti antipolitici sono abbastanza naturali in diversi ambienti popolari, spesso portati da buone ragioni a una protesta che se non elaborata in efficaci partiti può sfociare in posizioni irrazionali. Quando però questi sentimenti vengono solleticati dai più forti poteri economici l’effetto è deflagrante. In Italia è questo un fenomeno osservato in diverse occasioni ed è stato anche definito «sovversivismo delle classi dirigenti».

Trovarsi, quindi, Montezemolo (e il fido Carlo Calenda) e diversi ambienti legati in qualche modo alla FIAT che si indignano contro l’antipolitica e l’antiparlamentarismo, non può non sollevare insuperabili perplessità.

È rischioso «cavalcare le tigri»

Naturalmente le falle logiche nello schieramento del «No» non giustificano le molte degradate e degradanti pulsioni presenti nello schieramento del «Sì» con tanti suoi propagandisti capaci solo di chiamare ladroni i parlamentari, di considerare i costi della democrazia un furto e così via, con un atteggiamento di fondo che ricorda chi definiva il Parlamento aula sordida e grigia.

Però anche nel fronte del «Sì» – a parte la mediocrità di un Nicola Zingaretti, tutto teso a rafforzare un suo grigio potere direttamente tutorato da Berlino e Parigi –, non sono mancate le voci ragionevoli, dagli Ainis ai Polito a Gaetano Quagliariello, che nella sostanza invitavano a interloquire con i prevalenti sentimenti popolari per indirizzarli verso riforme costituzionali veramente serie, non incompatibili con un ridimensionamento del numero degli eletti dal popolo. Insomma, il pasticcio del taglio organizzato dai 5 Stelle era un terribile pasticcio ma proprio per la sua inconsistenza culturale non impediva (e non impedisce) a chi avesse invece consistenza culturale, di assumere iniziative seriamente riformatrici.

La storia insegna i rischi che si corrono a «cavalcare le tigri». Però, per quanto disgregata, l’Italia del 2020 non è quella che emargina Giovanni Giolitti nel 1915 e corre verso la tragica Prima guerra mondiale, né quella che apre la via al fascismo nel 1919, immersa nell’Europa della lunga guerra ci- vile che sia pure in forme virtuali durerà fino alla fine dell’Unione sovietica. Non è neanche quella degli anni Settanta, appunto condizionati dalla citata Guerra civile continentale, che vede 36 mila imputati di banda armata, 230 gruppi «armati» e dal ’77 all ’80, 36 mila attentati a cose e persone. La situazione è grave, la subalternità nazionale verso gli Stati e le economie egemoni in Europa evidente, ma non si sono poste (ancora?) le basi per una fuoriuscita dalla democrazia.

Il problema, stando alla larga da un’altra sciocchezza emersa in questi giorni (la costruzione di un partito di quelli che hanno votato «No»: magari mettendo insieme sinceri liberali antidemagogici e bolscevichi innamorati del proporzionale), è quello di favorire un dialogo tra coloro che con il «Sì» o con il «No» hanno cercato il «male minore» possibile. A costoro va chiesto di riflettere non solo sul «male minore» che hanno perseguito ma anche su un «bene comune» realistico che poi consenta anche quei conflitti indispensabili alla salute di un’ordinata Repubblica.

Come perseguire il «bene comune»?

La situazione politica nazionale è allo sbando, pilotata da un asse franco tedesco che in un quadro internazionale traballante improvvisa mosse e soluzioni contingenti per reggere l’istante, sperando poi nel formarsi di una visione che conduca ad assetti stabili, persino magari democraticamente legittimati. Lo spazio di Roma dentro questo quadro è limitatissimo. Credo che chi è sollecitato – come gentilmente fa la direzione di Studi cattolici nei miei confronti – a dire la sua, abbia il dovere di contribuire a cercare le vie per individuare un «bene comune» perseguibile, per quanto minimo possa essere di questi tempi.

La mia opinione è che considerati il fallimento di tutte le commissioni bicamerali, i limiti dei risultati raggiunti con i referendum, il minimalismo opportunistico di un PD che cerca solo leggi elettorali sulla misura dei suoi interessi immediati, sarebbe particolarmente utile lanciare una proposta di assemblea costituente che parli ai cultori del «male minore» del «Sì» e del «No» per sollecitarli ad aprire la via a un più solido «bene comune».

Ci sarebbero poi almeno tre nodi (presidenzialismo o parlamentarismo; centralismo o federalismo; corporazione unitaria della magistratura o separazione di carriere e autogoverno tra giudici e pubblici ministeri) che hanno ormai raggiunto la stessa inestricabilità che ebbe la scelta tra assetto repubblicano o monarchico nel 1946, e che dunque sarebbe indispensabile che fossero sciolti da un apposito referendum dirimente.

È realistica questa proposta? Mah, così a occhio, non molto. D’altra parte, non si uscirà mai da un pantano se non s’inizia ad alzare almeno un po’ la testa.

Lodovico Festa

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