Quattro esordi e in vetta resta Kim

I romanzi di Cerami jr, Covelli, Pif e Rossi Stuart - Studi Cattolici ottobre 2020
01/10/2020
Quattro esordi e in vetta resta Kim

Primipari attempati: un ginecologo di vecchia scuola li definirebbe così. Chi sono? Sono quattro debuttanti, quattro scrittori over 40 alla prima prova narrativa. Ho voluto sceglierli a caso, nella marea di titoli nuovi: quattro autori al debutto, nel senso che prima non avevano pubblicato niente di letterario. Così, per tastare il polso alla giovane letteratura. E le sorprese non sono mancate.

Eccoli, i nostri campioni: si somigliano perfino un poco. Sono Kim Rossi Stuart (50 anni), attore e regista assai stimato; Alfredo Covelli (40 anni), produttore e docente di sceneggiatura; Matteo Cerami (38 anni), rampollo di una illustre famiglia letteraria, ma in proprio sceneggiatore e documentarista; infine Pif (nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto, 46 anni), regista attore ed entertainer a tutto tondo: radio, televisione, cinema.

Balzano all’occhio gli aspetti in comune. Sono debuttanti tardivi. Tre su quattro sono nati a Roma, dove comunque vivono tutti. La loro attività ha a che fare con il cinema e la televisione, mestieri romani per eccellenza. E come vedremo sono tutti variamente invischiati in quella mutazione del prodotto letterario, da romanzo a fiction, di cui pochi mesi orsono abbiamo riferito.

Che gigione Pif 

Il titolo di Pif (…Che Dio perdona a tutti, Feltrinelli, Milano 2018, pp. 186, euro 16) ha figurato per molte settimane nelle posizioni alte delle classifiche di vendita, dove tallonava cocciutamente l’opera omnia di Elena Ferrante sull’Amica geniale, rimessa in campo dalla serie televisiva, e gli ultimissimi titoli di Camilleri: segno di indubbio gradimento della novità da parte del pubblico.

Tuttavia, il materiale che Pif ci propone non si scosta troppo dal genere cui ci ha abituato con i suoi fortunati lavori per lo schermo (La mafia uccide solo d’estate, In guerra per amore). La battuta d’obbligo, la risatina liberatoria sono sempre dietro l’angolo. Qui si segue la vicenda di un giovanotto siciliano medioborghese, assediato da tic e idiosincrasie, e costretto a vivere una religione di facciata dagli scrupoli tradizionalisti della ragazza che intende sposare, figlia di un pasticcere. «Lei mi vuole cattolico praticante. Bene, allora praticherò ogni santo giorno la parola del Signore e seguirò gli insegnamenti dei cinque evangelisti! Ed evidenziai sul calendario le prime tre settimane. Solo dopo mi ricordai che gli evangelisti erano quattro».

Leggera e diffusa, signorile ma a volte un po’ molle, la comicità di Pif ricorda una certa indole di Palermo, la città natia che fa da sfondo: il più delle volte si disfa, o svanisce in una bolla, prima di cogliere il bersaglio. Sta qui l’attrattiva, ma anche il limite, di questa bizzarra prova del regista. Che a me pare delusiva per eccesso di morbidezza, sempre animata di garbato gigionismo, come appunto è lui, il Pif uomo di spettacolo. Se sia un pregio o un difetto, decida ognuno per sé.


I Parioli di Covelli 

E veniamo a Il libro nero dei Parioli (Castelvecchi, Roma 2019, pp. 174, euro 18,50) di Alfredo Covelli. Uno scartafaccio che avrebbe dovuto subire una radicale revisione prima di diventare libro. Qualche intervento dell’editor, in effetti, si avverte qua e là, ma solo nei pochi capitoli decentemente costruiti: làtita del tutto in gran parte del testo. L’autore (o il suo io narrante) sembrano investiti di una missione ispirata a una lettura del Giovane Holden di Salinger, fatta, è il caso di dire, assai fuori tempo massimo.

Ecco dunque un puntuto e smanioso adolescente di fronte al mondo, o almeno a un quartiere intero della sua città. Una montagna di ritagli di giornale e pamphlet maldigeriti aiuta il protagonista a descriversi come vuole: cioè come un giovane titano, uno sfidante nato. Il quartiere ha, come tutti, i suoi privilegi e le sue storie segrete, i suoi scandali più o meno occulti, le sue ricchezze e miserie. Si chiama Parioli (Covelli deriva l’etimologia dai peraioli, i contadini che vi abitavano prima delle lottizzazioni). Abbraccia – tra viale Buozzi, piazza Euclide e corso Francia – il meglio e il peggio di Roma Nord, con l’inevitabile carico di rispettabilità e colpe nascoste.

Il filo mitografico del racconto sarebbe dunque la simbolica uccisione del padre, pezzo grosso della tv di Stato, attuata dal figlio Gianburrasca attraverso lo sbandieramento dei molti affari sporchi di lui. Per giungere a tanto, Covelli non trova di meglio che intasare per 174 pagine un viscido blob di smascheramenti e finte delazioni, accuse cervellotiche e gossip di basso profilo su tutto e tutti, dai personaggi di fantasia a quelli di cronaca, fino a lambire una parrocchia che è in realtà tra i gangli vitali del quartiere, con i suoi preti e la gioventù che la frequenta.

Sono pagine goliardicamente accusatorie, che provocano sdegno e ilarità alle persone pensanti. Libero ciascuno di dichiararsi non credente. Ma dalla visuale di un esordiente siffatto (leggo in copertina che Covelli è docente di sceneggiatura «in India, Scozia e Italia»: forse lavora in streaming o via cellulare) davvero non si pensava potesse uscire anche di questo.


I soliloqui di Cerami 

Perplessi, ma per altro motivo, ci lasciano anche le pagine di Matteo Cerami (Le cause innocenti, Garzanti, Milano 2019, pp. 126, euro 18). Soliloquio di un figlio di famiglia privilegiata – della razza di quelli a cui tutto pare dovuto – che si rivolge, in forma di lettera, al commercialista factotum che cura gli interessi di casa. Occorre subito spiegare che l’autore è figlio del poeta e sceneggiatore Vincenzo Cerami, tra i più noti e amati del Novecento, e di Graziella Chiercossi, cugina coltissima ed erede di Pier Paolo Pasolini. Non è difficile immaginare come tali circostanze abbiano segnato la formazione del ragazzo.

La confidenza torrentizia di Cerami jr, che nella finzione sembra preludere a un gesto irreparabile, richiede orecchio e pazienza da psicanalista, più che da lettori comuni. Come lettori di questo lungo sfogo – che fa a pezzi l’educazione ricevuta, i vantaggi e gli studi, le aspettative e i tentativi di autonomia – possiamo solo dirci ammirati dalla maestria con cui il «regolamento di conti con la Storia » è portato avanti.

La prosa ha un respiro tranquillo, anche quando sfiora la veemenza. Ha la regolarità di un maglio demolitore, anche nell’economia dei mezzi. E tuttavia, la qualità tecnica della prosa non rende per sé credibili la materia e i termini della confessione. Che in varia misura si ritrovano in ogni gap generazionale, figurarsi nel rapinoso cambio di secolo che abbiamo attraversato.


Kim come Landolfi

Le guarigioni di Kim Rossi Stuart (La Nave di Teseo, Milano 2019, pp. 206, euro 16) fa planare sul terreno del vago, del magico, dell’indistinto la nostra veloce rassegna di over 40 al debutto. Intanto una nota di apprezzamento va alla casa editrice che, nello sforzo di onnipresenza che la distingue, ha dato spazio alla prova letteraria di un attore-regista tra i più talentuosi del nostro cinema. Bastano infatti i due film che ha diretto – Anche libero va bene e Tommaso – per confermare le doti del Rossi Stuart narratore di storie anche dietro la cinepresa.

Un padre dal carattere volubile e un bambino silenzioso lasciano la città per aprire un maneggio tra il fango e la solitudine della campagna. Uno scrittore cerca ripetutamente di innamorarsi davvero, per capire ogni volta di volere tutt’altro e in altro modo. Un piccolo e morigerato imprenditore viene travolto dall’arrivo di una donna tanto appassionata quanto ingestibile. Una moglie scettica, indipendente e sicura di sé, sospetta di essere stata scelta per una rivelazione mistica. Un prete ribelle combatte contro la quasi totale scomparsa del Male nel mondo.

Un nome viene alla mente, leggendo le cinque novelle che compongono il libro: ed è il nome di uno scrittore singolare e appartato, Tommaso Landolfi. Uno scrittore che fa storia a sé, come appunto ambirebbe Rossi Stuart. Invenzione libera, ampiezza di spunti fantastici, narrazione tra il favolistico-memoriale e il «narrato da», scrittura quasi sempre fascinosa, chiusure secche come tagli di montaggio. Stranamente, il più cinematografico dei quattro risulta anche il più letterario. Segno che, autofiction o no, l’unicità della letteratura sta sempre in quel che la frase scritta riesce a consegnarti o a seminare, si tratti di sentimenti reali o di mondi d’invenzione.


Claudio Barbati
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