«Libertà di bestemmia?»

L'editoriale di Cesare Cavalleri - Studi Cattolici novembre 2020
02/11/2020
«Libertà di bestemmia?»

Alla vigilia del processo contro i presunti responsabili dell’attentato che nel 2015 ha provocato l’uccisione di dodici persone fra giornalisti del settimanale Charlie Hebdo e guardie del corpo che proteggevano i redattori e la sede della rivista, il 1° settembre scorso il presidente Emmanuel Macron si è sentito in dovere di proclamare la «libertà di bestemmia» come espressione della libertà di coscienza. Strana libertà. Nessuna attenuante per il crimine degli attentatori, ma una presa di distanza dal comportamento dei redattori che avevano pubblicato le famigerate caricature di Maometto, e che le hanno ripubblicate ora in occasione del processo, mi sembra appropriata.

Qui si rischia di ripetere ovvietà, ma pare proprio che Macron ne abbia bisogno, essendosi collocato al di sotto dell’ovvio. Mai sentito che la libertà dell’uomo non è illimitata? Mai sentito che la mia libertà finisce quando comincia la libertà degli altri? E la libertà di coscienza dei musulmani, dove la mettiamo?

Qui non facciamo discorsi giuridici per soppesare fin dove la legge consentirebbe di spingersi nella libertà di espressione; ci atteniamo al principio di precauzione e al buon gusto. Bisogna prevedere le conseguenze delle proprie libere scelte, come ha insegnato san Paolo quando fervevano discussioni sulla possibilità di cibarsi di carni immolate agli idoli: l’Apostolo era sicuro nella risposta affermativa, dato che Cristo ha dichiarato puri tutti i cibi e, del resto, gli idoli non sono nulla. Tuttavia, se qualcuno meno formato si fosse scandalizzato vedendolo mangiare cibi che per lui erano «impuri», si sarebbe astenuto dall’esercitare il suo diritto di mangiare qualunque cibo: «Tutto è lecito, ma non tutto è utile! Tutto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di coscienza. Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: “È carne immolata al sacrificio”, astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua ma dell’altro» (cfr. 1 Cor, 10, 23-29).

Ai redattori di Charlie Hebdo è certamente nota la sensibilità dei musulmani per tutto ciò che concerne il fondatore della loro religione, ma perché provocarli proprio sul punto più sensibile, sapendo anche che la loro reazione può anche essere molto violenta? Con questo, non sottintendo, come qualcuno ha fatto, che i provocatori di Charlie Hebdo, «se la sono andati a cercare»: resta l’incolmabile sproporzione tra la pur discutibile provocazione, e la strage di dodici persone e undici feriti. E la recidiva ripubblicazione delle vignette può avere conseguenze che sarebbe incauto sottovalutare.

Insomma, libertà di bestemmia, verso qualunque religione, no. In Italia, il governo D’Alema ha abolito, nel 1999, il reato di bestemmia, prevedendo però una sanzione amministrativa di trecento euro per chi bestemmia in pubblico. Ma qui non è questione di reati o di sanzioni, è innanzitutto una questione di civiltà, di rispetto e di buon gusto. Come sarebbe di pessimo gusto (Charlie Hebdo l’ha fatto) ironizzare sui 24 anni d’età che separano Macron da sua moglie che è stata sua insegnante al liceo e ha tre figli dal precedente matrimonio, il maggiore dei quali ha due anni di più del marito presidente.

Cesare Cavalleri



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