«L'inazione della diffidenza»

L'Editoriale di Cesare Cavalleri
02/09/2020
«L'inazione della diffidenza»

L’epidemia Covid-19, da cui non siamo ancora usciti, ha prodotto tremende conseguenze sanitarie. Quarantene, tamponi, ricoveri, terapie intensive e, soprattutto e prima di tutto, decine di migliaia di decessi che in Italia, al 6 settembre, ammontavano a 35.541 unità. La statistica parla di «unità», ma ciascuna di queste «unità» era – è – una persona, uomo, donna, anziano, giovane, ciascuno con la propria famiglia, il proprio lavoro o la propria mancanza di lavoro, i propri sogni, i propri progetti… tutto spazzato via dal Covid. L’onda del lutto ristagna sulla società. In una paginetta come questa non possiamo entrare nel merito delle pesantissime conseguenze economiche della pandemia, che molti lettori soffrono in prima persona: PIL in caduta libera come non si era mai visto, crisi generale della produzione, con settori particolarmente colpiti come l’editoria (che ci riguarda da vicino), il turismo, la ristorazione.

Ci limitiamo a una considerazione sull’incidenza dell’epidemia sull’immaginario collettivo e sullo stile delle relazioni. Tale incidenza si può riassumere in una parola: diffidenza. La diffidenza è la mancanza abituale di fiducia negli altri, o anche nella vita o in sé stessi, che nasce dal temere o dal sospettare l’inganno o la delusione. Da qualche mese, «l’altro», «gli altri» – il vicino di casa, il collega d’ufficio, il passeggero che sta a un metro di distanza da noi sui mezzi pubblici, perfino i propri famigliari – sono guardati come possibili untori e le pur doverose misure protettive – mascherine, guanti usa e getta, disinfettanti, lavaggi delle mani –, possono indurre a comportamenti fobici. Si diffida dei dati statistici: qual è la relazione fra i numeri dei contagi e il numero dei tamponi? I dati delle regioni sono in sintonia cronologica? In che misura le variazioni dipendono dagli accertamenti effettivi o dalla mancata sincronizzazione statistica?

Si diffida dei virologi che espongono analisi e opinioni contrastanti e non perdono occasione di visibilità televisiva. Si diffida della maggioranza di governo formata da partiti politici che diffidano fra loro; si diffida delle forze di opposizione che non sanno elaborare strategie alternative. Si diffida del governo che non ha saputo predisporre misure preventive per contenere la pandemia, e interviene con provvedimenti improvvisati come è documentato dal caos della ripresa scolastica. Si diffida della magistratura per le collusioni o i contrasti con la politica. Si diffida del Parlamento che non esercita alcuna iniziativa legislativa, abdicando alle prerogative proprie. Eccetera. In generale, la diffidenza si alimenta del sospetto di tutti verso tutti, cittadini e istituzioni. Cadute le ideologie, si registra la vittoria dei «maestri del sospetto», come Paul Ricoeur ha definito Marx, Nietzsche e Freud, che oggi non sono visti in quanto portatori di elaborazioni filosofiche con pretese di coerenza, ma se ne strumentalizzano cascami di pensiero in forma di aforismi passe-par-tout. Il risultato della diffidenza è l’inazione. La diffidenza impedisce di decidere, di fare, di affrontare il rischio che ogni decisione comporta, come si vede dall’(in)azione del nostro governo, paralizzato da veti e sospetti incrociati. I poeti arrivano sempre prima e meglio dei filosofi, dei politici, degli analisti.

Nel supremo Canto LXXXI, Ezra Pound ha concluso:

Ma avere fatto piuttosto che non fare
questo non è vanità
(…)
L’errore sta tutto nel non fatto,
sta nella diffidenza che tentenna…

Cesare Cavalleri

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