Bene comune & profili di filosofi

di Matteo Andolfo
01/07/2020
Bene comune & profili di filosofi

In un momento storico in cui la pandemia del coronavirus ha riportato in primo piano il concetto di «bene comune» può essere proficua la lettura del numero di gennaio- aprile 2019 della rivista Divus Thomas curato da Damiano Simoncelli, la cui prima parte (pp. 15-282) è dedicata proprio a tale concetto, affrontato attraverso la trattazione della legge morale naturale, inquadrata all’interno di una concezione della natura umana metastorica, ma non astorica, come afferma Paolo Pagani, alla luce del fatto che questa stessa nozione negli ultimi decenni è stata ritenuta superata e non più riproponibile. Pagani rileva come ogni valutazione sulla vita degli esseri umani riconosca, anche solo implicitamente, una qualche concezione di che cosa sia la struttura essenziale dell’umano.

La stessa multiculturalità presenta nella sua varietà alcune costanti, quelle che rendono confrontabili le culture, scaturenti dalla specie umana che tutte le accomuna. In quest’ottica, natura e cultura non si oppongono come il naturale e il convenzionale, poiché la seconda è il normale sviluppo della prima, nel senso che ogni cultura nasce dall’incrocio del perseguimento dei bisogni umani con la tensione al bene illimitato che fa da tema al desiderio; quest’ultimo e i bisogni sono le coordinate proprie della natura umana. Persino il transumanesimo rientra in tali coordinate, poiché identifica il compimento del desiderio trascendentale con il soddisfacimento dei bisogni strutturali dell’uomo secondo un’intimità potenziale, ma è aporetico in quanto ritiene di conseguire un infinito di perfezione come trasformazione (impossibile) del finito. Altre due monografie sono incentrate sulla regola aurea: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».

Francesco Totaro sostiene che, fermi restando i princìpi della dignità della persona e del rispetto della regola aurea, la legge naturale, in quanto non perfettamente coincidente con la legge eterna, non può attribuirsi formulazioni incondizionate e questo le permette di fungere da paradigma della massima convergenza possibile verso il «luogo buono» del convivere. Nella regola aurea Carmelo Vigna vede la formulazione sapienziale non naturalistica della legge naturale, poiché in tale regola si concentrano le linee di forza dell’eticità in virtù dell’orizzonte intersoggettivo (che ricomprende il politico e il privato) dell’etica, dove il riconoscimento reciproco vale quale forma generale dei rapporti conformi a verità. Le monografie di Damiano Simoncelli, di Giacomo Samek Lodovici e di Antonio Petagine trattano la questione della legge naturale in Tommaso d’Aquino: il primo la interpreta nel quadro antropologico in cui è inserita; il secondo ne enuclea i princìpi morali più importanti: l’amore a Dio, a sé stessi e al prossimo; poi tematizza le inclinationes umane e l’ordo ad Deum come condizione essenziale per le azioni virtuose promosse dalla legge naturale; il terzo rapporta l’Aquinate con gli autori della teoria neoclassica novecentesca (Germain Grisez e John Finnis) sul tema dell’individuazione dei beni umani.

Alberto Peratoner mette in evidenza come i due opposti orientamenti della cultura moderna, il razionalismo volontaristico di Cartesio e lo scetticismo conseguente alla Riforma protestante espresso da Montaigne, convergano nel negare la deducibilità di una qualche forma di universalità in àmbito morale. A entrambi si oppone Pascal, che, infrangendo il soli - psismo che li accomuna, ammette la possibilità della legge naturale quale espressione dell’universale etico attestato dalla struttura relazionale intersoggettiva della persona. In polemica con l’idea di Grozio, secondo cui il diritto naturale non ritiene un fondamento divino, Francesco Fanti Rovetta mostra come per Vico le tre forme rituali riscontrabili in ogni società (funerale, matrimonio e preghiera) siano le condizioni del darsi della società e siano inscindibilmente in relazione con la Provvidenza divina. Infine, Emanuele Lepore connette il tema della natura umana all’antropologia filosofica di Jules Lequier.

Pensiero classico & neoclassico

Su alcune riviste sono stati pubblicati profili di pensatori meritevoli di attenzione. Conclude il numero di Divus Thomas il saggio di Laurence Wuidar (pp. 383-407), che esamina la raccolta delle visioni di Hadewijch, beghina di Anvers del XIII secolo, evidenziando la ripresa della tradizione della mistica affettiva di Bernardo di Chiaravalle inscindibilmente unita alla conoscenza razionale di Dio che si ricollega ai Padri della Chiesa e alla loro dottrina della generazione del Figlio nell’anima del mistico, nonché alla tradizione dionisiana riguardo alla conoscenza di Dio mediante la sua nescienza, essendo Egli incomprensibile. La prospettiva mistica o anagogica assunta dalla beghina, risultato della grazia, permette di guardare ogni realtà contingente, sofferenze comprese, in modo nuovo, nell’ottica della Gloria divina. Nel trentennale dalla morte (12 aprile 1990) il numero di gennaiofebbraio 2020 del periodico Vita e Pensiero ricorda la figura di Gustavo Bontadini, a lungo docente di filosofia nell’Università Cattolica di Milano e teoreta sostenitore di una metafisica «neoclassica» che è basata sul cosiddetto «principio di Parmenide» (l’essere è e non può non essere), ossia il principio di non-contraddizione assunto con valenza logica e ontologica, e che partendo dall’esperienza e valorizzandola inferisce una sfera dell’essere che la trascende e la fonda.

Evandro Agazzi ne ricorda «la figura umana di vero maestro ammirato e amato», lo «stile di rigore razionale, di incessante problematizzazione e ricerca del fondamento » (p. 77), e si sofferma su tre pensatori che considera in senso stretto eredi della sua speculazione: Italo Mancini, che è partito dall’ontologia influenzato da Bontadini, ma la cui successiva riflessione si è sviluppata nella direzione della filosofia della religione e della teologia; Emanuele Severino, da poco scomparso, che ha sì proseguito il bontadiniano «ritorno a Parmenide», ma negando l’autenticità della testimonianza dell’esperienza e il divenire per affermare la permanenza assoluta dell’essere in ogni sua forma. Infine, Agazzi cita sé stesso come continuatore del pensiero di Bontadini, che ha applicato alla matematica, alla fisica, alle scienze umane, all’etica e all’antropologia filosofica. Del resto, lo stesso Bontadini sosteneva che fosse necessario estendere la sua riflessione sulla metafisica ad altri campi del sapere.

Filosofi moderni & postmoderni

La seconda parte (pp. 283-380) del numero di Divus Thomas suddetto consta di cinque contributi che vogliono riprendere le critiche di Derrida come punti di partenza per altre interazioni del pensiero. Il saggio di Alberto Anelli pone in rilievo come le intuizioni peculiari di Derrida, relative all’écriture, alla trace e alla différance, e le opzioni teoretiche della sua più matura teoria del testo siano già coglibili nella sua prima opera (il mémoire del 1953-54) e nel suo confronto iniziale con la fenomenologia di Husserl e di Fink. L’articolo di Jérôme de Gramont analizza la conferenza di Derrida intitolata D’un ton apocalyptique adopté naguère en philosophie, che tratta di un tema poco sondato dalla filosofia: il tono della voce. Attraverso l’interpretazione del racconto di Maurice Blanchot La folie du jour e del commento di Derrida, Domenico Cambria intende mostrare come nel racconto sia presente una struttura di rinvio a cui si possono applicare le analisi filosofiche. Philippe Nouzille argomenta che la presenza del medesimo concetto di khôra/chōra in Derrida e Agamben nasconde una divergenza di discorso tra i due autori. Infatti, la comprensione del linguaggio conduce Agamben a un’esperienza dello stesso in cui appare la verità del soggetto e perciò a una critica della grammatologia derridiana e della sua «logica della differenza» intesa come «differimento »: la realtà è sempre a-venire, mentre al centro c’è il vuoto; ne segue il dissolvimento postmoderno della realtà e della verità a favore di meri scambi nominalistici formalistici.

Infine, Sergio Ubbiali evidenzia come sia centrale nella produzione derridiana la questione escatologica. Se la visione postmoderna di Derrida si dichiara in discontinuità con il pensiero precedente, Elisabeth Anscombe (1919-2001), docente all’Università di Cambridge, ha profondamente assimilato la filosofia del suo maestro, Ludwig Wittgenstein, incentrata sul linguaggio – e infatti Anscombe sottolinea la capacità della parola per conseguire una comunicazione veritiera –, ma l’ha coniugata con le tematiche del pensiero classico. In occasione del centenario della nascita, il numero di novembre 2019 della rivista spagnola Palabra ha dedicato un articolo che tratteggia un profilo di quella che definisce come una delle figure più importanti della filosofia del secolo XX e un esempio per quella del secolo XXI. Anscombe, convertitasi al cattolicesimo a 21 anni, sin dalla giovinezza ha voluto orientare tutta la vita, non solo la speculazione, alla verità. Jaime Nubiola sottolinea come Anscombe abbia spesso affrontato in modo schietto, brillante e originale i temi della sessualità, della natalità, della tutela dei non-ancora- nati e altre delicate questioni di attualità senza temere di scandalizzare molti colleghi più accomodanti nei confronti del pensiero dominante. Quando ricevette la laurea honoris causa dall’Università di Navarra, disse di sentirsi parte di quell’istituzione culturale in quanto si dedica alla ricerca della verità al servizio di Dio.

Matteo Andolfo

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