Il magico cantiere di Hyperversum - colloquio con Cecilia Randall

di Marina Lenti
01/05/2020
Il magico cantiere di Hyperversum - colloquio con Cecilia Randall

Cecilia Randall è lo pseudonimo della scrittrice italiana di fantasy Cecilia Randazzo. È attiva dal 2006, quando esordì per Giunti con il primo volume della futura esalogia di Hyperversum. Si tratta di un ciclo che collega gli USA del nostro XX secolo alla Francia del XIII, in cui i protagonisti moderni andranno a interagire donando alla vicenda le coloriture fantascientifiche dei salti temporali e le interessanti conseguenze psicologiche e sociologiche che esse comportano. Oltre a Hyperversum, che resta la sua opera composita più famosa, ha scritto due romanzi per la serie ucronica Millennio di Fuoco (Mondadori) e i romanzi Gens Arcana (Mondadori) e Magister Aetheris (Giunti), ambientati in una Venezia rinascimentale dove è di casa l’alchimia. È inoltre autrice del romanzo fantastico per bambini intitolato Lucas dalle Ali Rosse (DeA) e di alcuni racconti comparsi in antologie multiautore. In questa intervista la Randall racconta le tappe della sua carriera, il suo profondo amore della scrittura e anche una po’ della sua vita, rivelando così, oltre alla sua personalità di scrittrice, anche la donna che si cela dietro la sua affascinante penna incantata.

Com’è iniziata la tua passione per la scrittura?
I miei genitori mi hanno trasmesso la passione per la lettura, il cinema e il teatro: in pratica la passione per le storie raccontate con qualsiasi mezzo espressivo. Così, nel momento in cui ho imparato a tenere in mano penna e matita, mi è venuto spontaneo buttare giù storie tutte mie, con risultati ovviamente adeguati di volta in volta alla mia età. Conservo ancora i quaderni delle elementari sui quali ho scritto i miei primi racconti, ma anche i fogli da disegno sui quali ho tratteggiato i miei primi fumetti. Nel corso degli anni ho sempre alternato la scrittura al disegno, che è un altro modo per mettere sulla carta le storie che si affollano nella mia testa. Non ho mai buttato via un’idea, nemmeno quelle che sono rimaste incompiute. Uno dei miei fumetti degli anni dell’università è diventato poi il mio romanzo Gens Arcana.

Sei un’autrice molto metodica, tipo una di quegli autori che usano schede per i personaggi, linee del tempo, griglie per gestire i sotto-intrecci, oppure hai una gestione più libera dei tuoi romanzi?
Da quando scrivere è diventato un lavoro, ho sviluppato un approccio misto. Adesso, scrivo a ruota libera solo nella prima parte del lavoro, quando devo prendere confidenza con i personaggi di una storia nuova, e non inizio mai dal capitolo uno, ma dalla scena in cui si innesca il meccanismo che dà la spinta alla trama. In parole povere: inizio dalla scena in cui cominciano i guai e osservo il modo in cui si comportano i personaggi messi sotto pressione. Per un po’ di tempo proseguo scrivendo scene anche scollegate tra loro, fino a quando non sono sicura che la storia che ho per le mani mi appassioni abbastanza da convincermi a portarla fino in fondo. A quel punto, divento rigorosa: mi fermo e scrivo una sinossi completa e dettagliata che poi sarà la mia guida per la stesura del romanzo. Poi ricomincio a scrivere dal capitolo uno, metto in fila le pagine già scritte e vado avanti in progressione fino alla fine. Non faccio mai schede dei personaggi, perché sono chiarissimi nella mia testa e non ho bisogno di promemoria per ricordarmi le loro caratteristiche. Disegno invece le mappe dei luoghi e le piante degli edifici principali, creo un calendario della vicenda e una griglia in cui tengo traccia delle azioni dei singoli personaggi che si spostano o agiscono in contemporanea in luoghi diversi. Nei miei romanzi ho sempre due o tre punti di vista narranti differenti, perciò devo stare molto attenta nel far combaciare i tempi dell’azione di tutti.

Hai scritto molti libri, ma Hyperversum resta la tua serie più famosa. Ci racconti quanto tempo ci hai messo per scriverla e come hai selezionato gli editori quando hai iniziato a inviare il manoscritto?
Il primo Hyperversum è l’unico dei miei romanzi pubblicati che è anche stato scritto totalmente a ruota libera, perché all’epoca scrivevo ancora solo per me e perciò non mi ponevo troppi problemi; mettevo sulla carta quello che mi piaceva leggere e lavoravo spensierata. Per la stesura completa ho impiegato sei mesi, che è il tempo medio che ho poi mantenuto anche in seguito per tutti i miei romanzi successivi. Inizialmente non avevo intenzione di sottoporre il testo a un editore, sono stati i miei amici più stretti a spingermi a farlo. Allora ho fatto qualche ricerca, in libreria e durante la Bologna Children’s Bookfair, e ho compilato una lista dei maggiori editori che pubblicavano libri fantasy con lo stesso potenziale target di pubblico del mio romanzo. Ho reperito gli indirizzi web e ho seguìto le indicazioni che ciascun editore dava sul proprio sito per l’invio dei manoscritti. Quindici anni fa, si usavano ancora le raccomandate.

Qual è stata la prima accoglienza dei lettori?
È stata incredibile, almeno per me che all’epoca ero un’esordiente sconosciuta e ne sapevo ben poco del mercato dei libri. Il romanzo uscì all’inizio di dicembre e vendette quasi ventimila copie soltanto nelle prime tre settimane. Un risultato che non avrei mai creduto possibile.

Come mai hai scelto un nome d’arte e perché un nome anglofono? E quanto tempo è durata la «copertura», prima che il pubblico capisse che sei italianissima?
In realtà, lo pseudonimo non è mai stato un segreto, perché fin da subito su tutti i siti che annunciavano l’uscita del mio romanzo d’esordio, a partire da quello di Giunti, si poteva leggere una mia biografia breve con le testuali parole: «Cecilia Randall, pseudonimo di Cecilia Randazzo, nata a Modena...». Poi, appena il libro è arrivato sugli scaffali, ho iniziato a fare presentazioni in giro per l’Italia e il mio accento emiliano non poteva certo dare adito a dubbi. Ciononostante, la notizia è passata in sordina e anche a distanza di anni c’è ancora chi pensa che io sia straniera. La scelta dello pseudonimo è stata fatta insieme all’editore. Come dicevo, sono cresciuta in una famiglia di appassionati di cinema, letteratura e musica, gli artisti italiani che piacevano ai miei genitori e nonni avevano per la maggior parte un nome d’arte, quasi sempre anglofono, perciò mi è sembrato divertente anzi quasi naturale sceglierne uno anch’io. È diventato una specie di gioco di ruolo, che mi ha anche aiutato a tenere separato il mio lavoro di grafico da quello dei libri.

La scoperta ha influito sull’accoglienza dei libri successivi?
No, assolutamente. Anzi, in molti mi hanno scritto di essere rimasti piacevolmente sorpresi e anche orgogliosi del fatto che io fossi italiana.

Che cosa ti ispira, di solito, una storia? Per esempio, Neil Gaiman ha dichiarato di partire dalla cruciale domanda «what if»; J.K. Rowling afferma che Harry Potter è realtà con un pizzico di distorsione magica... Tu hai una domanda o una prospettiva- chiave che fa «scattare la molla» creativa, oppure vai più «a ruota libera»? E qual è stata l’ispirazione per la serie di Hyperversum?
Decisamente mi accodo a Neil Gaiman (con la massima umiltà, perché lui un vero maestro!). Anche per me una storia parte sempre dalla domanda chiave «cosa succederebbe se...» e poi si sviluppa seguendo i vari «e se...» successivi. Nel caso di Hyperversum, l’idea è nata dalla mia passione per i giochi di ruolo, in particolare per quelli con uno sfondo medievale. Tutti i giocatori di ruolo prima o poi si chiedono: «Che cosa succederebbe se l’avventura a cui sto giocando diventasse vera? Se mi capitasse davvero quello che sto simulando nel gioco, riuscirei a sopravvivere? Se sì, come?».

Leggendo delle gesta dei quattro personaggi principali di Hyperversum, viene da ripensare al quartetto dei fratelli Pevensie delle Cronache di Narnia, anche se le dinamiche interpersonali del tuo gruppetto sono parzialmente diverse. È solo una mia impressione o c’è qualcosa di effettivamente oggettivo?
No, l’ispirazione di base è molto meno letteraria delle Cronache di Narnia e molto più vicina al mio cuore. Viene dalla mia grande passione per i cartoni animati giapponesi. Sono cresciuta con le serie animate in cui c’era quasi sempre un gruppo di personaggi formato dall’eroe, dal suo amico fraterno, dalla sua ragazza e da un bambino. Ho voluto rendere omaggio a quelle serie prendendo lo stesso modello per il gruppo dei miei protagonisti: Daniel, Ian, Jodie e il piccolo Martin.

Il personaggio di Ian, specialmente nel terzo libro della serie, è una figura in cui risuona forte il tema della Fede. È qualcosa di funzionale all’allineamento di quel dato personaggio al sentire profondamente cattolico dell’epoca, oppure rispecchia qualcosa del tuo sentire personale?
Entrambe le cose. Da un lato, conoscevo fin dall’inizio il percorso che Ian avrebbe dovuto seguire all’interno della trama, quindi già nel primo libro ho dato al personaggio le caratteristiche necessarie a farlo evolvere nella direzione che mi serviva. Caratteristiche come appunto la fede e un profondo sentimento religioso, che l’avrebbero reso maggiormente affine alla cultura e alla società medievale. Dall’altro lato, la sua fede ha finito per rispecchiare la mia e questo ha fatto sì che io sentissi Ian più vicino a me rispetto a Daniel, che nell’idea iniziale avrebbe dovuto essere il protagonista della saga (e invece è stato in parte scavalcato dall’amico). Inoltre, il secondo e il terzo libro della saga di Hyperversum fanno parte di un periodo molto particolare e doloroso della mia vita. Ho scritto Il Falco e il Leone durante gli ultimi mesi di vita di mia madre, che purtroppo mi ha lasciato prima che io potessi farle leggere Il Cavaliere del Tempo. In quel periodo mi sono interrogata molto sulla mia fede e i miei romanzi di allora ne portano le tracce.

In quante lingue sei stata tradotta finora e quale Paese ancora inesplorato ti piacerebbe conquistare, letterariamente parlando?
Finora sono stata tradotta in spagnolo, polacco, ungherese e ceco. Credo che l’ambizione di tutti gli scrittori non anglofoni sia quello di essere tradotti in inglese e anch’io non faccio eccezione. A dirla tutta, sogno di essere tradotta almeno in una delle tre lingue che conosco, inglese, francese o tedesco, perché muoio dalla voglia di rileggermi in un idioma diverso dal mio e di assaporare le sfumature della traduzione. Con una laurea in Lingue e Letterature Straniere è praticamente una deformazione professionale.

La serie meriterebbe davvero la trasposizione in immagini... Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte? O almeno televisivi?
No, per il momento, non c’è niente di concreto. Sarebbe un progetto davvero impegnativo in termini di budget, perché comprende location extra italiane, scene di battaglia campale, costumi storici ed effetti speciali, quindi non ho molte speranze di vederlo concretizzarsi sullo schermo. Però, sognare non costa nulla e quindi ogni tanto ci penso e mi faccio mentalmente un cast, così per gioco. Devo dire, poi, che impazzirei davvero se ne facessero una serie animata.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Con il volume Hyperversum Unknown ho appena concluso la seconda trilogia ambientata nel mondo di Hyperversum e adesso ho di nuovo voglia di esplorare mondi diversi, come ho già fatto in passato con i dittici del Millennio di Fuoco (Mondadori) e delle Istorie Arcane (Giunti). Ho in mano due progetti, uno fantasy e uno con tematiche contemporanee, ma non so quale tra i due si concretizzerà per primo, perciò non posso ancora parlarne. Nel frattempo, lavoro a un altro libro per i piccoli lettori. Mi sono divertita tantissimo a scrivere Lucas dalle ali rosse (DeAgostini) per i lettori della scuola primaria e vorrei ripetere l’esperienza.

Marina Lenti

 

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