Scrivere è come cucire. Conversazione con Bianca Pitzorno

di Erica Gallesi
01/03/2020
Scrivere è come cucire. Conversazione con Bianca Pitzorno

Lei è una delle autrici italiane più conosciute e apprezzate, ma non solo: è anche un’abile sarta, come la protagonista del suo ultimo romanzo, Il sogno della macchina da cucire. Come sono nate queste due passioni, solo apparentemente così diverse, della scrittura e del cucito?
Sono cresciuta nel primissimo Dopoguerra, quando tutte le famiglie non si potevano permettere abiti nuovi ed era necessario adattare, rivoltare, ridurre per i bambini, i vestiti di prima della guerra. A casa mia tutte le donne sapevano cucire, ma a ogni stagione veniva a lavorare da noi per una quindicina di giorni una «sartina a giornata», Giuseppina, che si occupava di riadattare abiti e biancheria, soprattutto per noi tre bambini che crescevamo e c’era quindi bisogno di allargare, allungare, rammendare... È da questa povera e modesta persona che ho imparato, verso i cinque anni, stando seduta per terra ai suoi piedi, affascinata da come trasformava i tessuti. Lei mi passava i ritagli che non le servivano, io la imitavo, lei mi correggeva gli errori... 

Ho sempre avuto facilità e passione per i lavori manuali di ogni tipo, dalla falegnameria al modellare la creta, al riparare lampade e rubinetti. Cucire era una delle attività tra le altre che mi dava – e mi dà ancora – la grande soddisfazione di cambiare forma alla materia. È inoltre un’attività che non richiede il silenzio. Un gruppo di persone che cuciono insieme in una stanza conversano, raccontano, si ascoltano a vicenda. La nostra sartina era una grande affabulatrice e io ho imparato da lei tante cose «da adulti», e anche che i poveri come lei vivevano in un modo molto diverso da noi, che eravamo borghesi benestanti. Le sue storie non erano meno interessanti di quelle che trovavo nei libri appena imparai a leggere. E molto presto scoprii la somiglianza tra i tessuti e la lingua, materiali originariamente informi ai quali il sarto e lo scrittore danno forma e significato. D’altronde la parola «trama» si usa sia per una stoffa che per un una storia. Avevamo in casa una vecchia macchina da cucire a manovella. Ma appena andai a vivere da sola me ne comprai una più moderna. Da sempre, ogni volta che trasloco o metto su casa, controllo che ci siano, prima delle stoviglie o la biancheria, un trapano e una macchina da cucire.

Le eroine del sogno

La sua letteratura è da sempre caratterizzata da un’attenzione particolare per le protagoniste femminili: eroine anticonformiste, coraggiose e fiere, e tutte con una loro specifica e unica personalità. E anche la sartina a giornata protagonista de Il sogno della macchina da cucire non è da meno. Quali sono state le fonti che l’hanno ispirata nella creazione di quest’ultima?
La sartina senza nome della mia storia esisteva davvero. Io l’ho conosciuta e ne ho ammirato la dignità. Era coetanea di mia nonna. Quella che racconto, anche nei diversi episodi, è una storia vera, ovviamente rimaneggiata sia per rispetto per le singole persone cui mi sono ispirata sia per esigenze «letterarie». Nel personaggio della protagonista sono anche confluite altre sarte che ho conosciuto nel corso della mia vita adulta e a cui ho dedicato il libro.

La giovane sartina ha un rapporto complicato con l’amore: se da una parte ne è affascinata, dall’altra ne è molto spaventata. E Lei cosa ne pensa? Qual è la sua visione dell’amore?
La sartina, come tutte le donne del suo tempo, a meno che non avessero il desiderio e la possibilità di sposarsi e mettere su famiglia, era terrorizzata dalle possibili conseguenze dell’amore. Un figlio da nubile a quei tempi era una vera tragedia, sia per le ricche sia per le povere. Io... ho settantasette anni e ne ho visto di tutti i colori. Penso che l’amore, se non è unito a un profondo rispetto reciproco, al riconoscimento della dignità e parità del partner, è quasi sempre un pretesto per la sopraffazione dell’elemento più debole.

Il sogno della macchina da cucire è anche un romanzo di denuncia nei confronti di un’epoca, parliamo della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, in cui essere donna non era affatto facile. Come vede la situazione femminile oggi?
Indubbiamente qui in Europa la situazione è migliorata, principalmente per l’accesso delle donne allo studio e ai lavori qualificati, quindi a una sempre maggiore indipendenza economica. Ma non dobbiamo illuderci. Ogni volta che in una società c’è, come oggi, una crisi economica, la prime a fare un passo indietro sono le donne.

E, a proposito di XX secolo, qual è la sua eroina letteraria preferita nel ’900?
Non ci avevo mai pensato, ma tutte le mie preferite appartengono alla letteratura dell’Ottocento che è ricchissima di straordinari personaggi femminili. Per il Novecento ne segnalerei tre, senza dare la preferenza a una sola: Teresa Batista stanca di Guerra di Jorge Amado, Vita di Melania Mazzucco e Idina della Storia di Elsa Morante.

Che consiglio darebbe a tutte le aspiranti scrittrici?
Uno: leggere moltissimo. Due: non smaniare per pubblicare a tutti i costi. Importante è scrivere qualcosa che ci preme e di cui siamo soddisfatte. Pubblicare e avere successo dipende unicamente dal caso, non dalla bravura.

Erica Gallesi

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