Collane
  • Attualità e Storia
  • Famiglia
  • Psicologia
  • Spiritualità
  • Teologia
  • Narrativa
  • Altri Libri

Oscar: Joker, Jojo Rabbit, Parasite

di Armando Fumagalli
01/03/2020
Oscar: Joker, Jojo Rabbit, Parasite

La cerimonia degli Oscar del febbraio 2020 è entrata nella storia del cinema di tutto il mondo perché, come noto, per la prima volta da quando il Premio è iniziato, cioè dal 1929, il premio al miglior film è andato a un’opera non in lingua inglese, ma al film coreano Parasite, del talentuoso regista Bong Joon-Ho (Bong è il cognome, e come si usa anche in Giappone e in Cina, in Corea viene indicato prima il cognome e poi il nome). C’era molta attesa su Parasite, un film spiazzante, forte e sorprendente, che colpisce fortemente gli spettatori, e molti lo davano favoritissimo all’Oscar come miglior film straniero, ma ben pochi avrebbero pronosticato i quattro premi molto «pesanti» che ha conquistato: oltre a miglior film e miglior film in lingua straniera, anche miglior sceneggiatura originale e miglior regista. Che forse i tempi fossero maturi si poteva intuire dal fatto che sempre di più, negli ultimi dieci/quindici anni, l’Academy ha premiato film d’autore piuttosto che i film di grande incasso.

Dopo i Forrest Gump, Braveheart e Titanic degli anni ’90, abbiamo avuto un primo decennio del 2000 con film anche più piccoli (Crash, 2006, e Non è un Paese per vecchi, 2008), ma è a partire dal secondo decennio che i votanti dell’Academy – probabilmente la rappresentanza di filmmaker e professionisti di formazione non hollywoodiana comincia a pesare significativamente – si sono orientati sempre di più su film con caratteristiche «autoriali»: se è paradigmatico in questo senso il caso di Moonlight nel 2017 (il film alla fine ha incassato solo 65 milioni di dollari in tutto il mondo), pur coprodotto dalla Plan B di Brad Pitt, questo decennio ha visto premiato anche The Hurt Locker, il muto The Artist, lo «strano» Birdman, e anche un film non certamente in stile blockbuster come La forma dell’acqua. Parasite, dicevamo poc’anzi, è un film forte e spiazzante, girato con grandissima efficacia e maestria (eccellenti il montaggio, il ritmo, la fotografia, il production design): tocca temi importanti, come la differenza di classe fra ricchi e poveri, la giustizia sociale ecc. È sicuramente un film che tiene la tensione fino alla fine, ricco di colpi di scena, ma a nostro parere non è un capolavoro: il finale è, secondo noi, un po’ pasticciato e non compie in modo pienamente coerente la parabola narrativa tracciata. In altre parole, alla fine lo spettatore rischia di rimanere perplesso e di chiedersi, forse un po’ invano, che cosa volesse dire davvero il regista con questo film.

Gli altri concorrenti alla categoria di Best Picture erano senz’altro degli ottimi film, ma nessuno davvero eccezionale: forse, a parere di chi scrive, quello che avrebbe meritato di più è Jojo Rabbit (Oscar alla miglior sceneggiatura non originale): storia giocata con toni perfetti, sul filo del rasoio, di un bambino di dieci anni cresciuto con il mito di Adolf Hitler. Siamo nella Germania del 1945 e lui sogna il suo amico Adolf che gli parla e gli fa da mentore e padre. Le cose cambieranno poco a poco quando scopre che in casa la madre nasconde una ragazzina ebrea. Il regista e sceneggiatore Taika Waititi (che interpreta Hitler), conosciuto internazionalmente per il blockbuster Thor (2017), è neozelandese e maori per parte di padre, ma ebreo per parte di madre. Riesce a costruire un film delizioso e intenso, leggero e profondo, come vent’anni fa aveva fatto il nostro Benigni con La vita è bella.

Altri film in lizza per la statuetta principale erano senz’altro interessanti: Joker (Oscar al miglior attore per Joaquin Phoenix), però, rischia di essere un’apologia della vendetta; The Irishman, prodotto distribuito da Netflix, è un film malinconico e dolente, con una sua profondità che emerge soprattutto nel finale, ma forse troppo poco drammatico e troppo lungo (quasi quattro ore in questo caso, ma è un difetto frequente negli ultimi film di Scorsese) per poter avere la forza di convincere i votanti. La stessa cosa, anche se in stile diverso, più scanzonato, si può dire per Once Upon a Time... in Hollywood, la più recente fatica di Quentin Tarantino: una chicca per i cinefili appassionati, che ha consentito a Brad Pitt di vincere il suo primo Oscar come attore. Erano fra i favoriti anche Renée Zellweger per Judy e Toy Story 4, che ha avuto l’Oscar come miglior film d’animazione e ha confermato – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – la solidità del marchio Pixar.

Sundance Film Festival

Una settimana prima degli Oscar si era svolto nello Utah, a Park City, il Sundance Film Festival, che è invece la celebrazione dei film indipendenti: anche qui ha vinto un coreano, ma questa volta americanizzato, Lee Isaac Chung (i suoi genitori erano emigrati in USA dalla Corea). Il film, dal titolo Minari (il nome di una pianta molto resistente) ha vinto i due premi principali, Grand Jury Prize e Premio del pubblico; è un dramma famigliare intenso e commovente, delicato e pieno di humour. Il regista nel film trasfigura la storia della sua famiglia, ambientandola negli anni ’80 nello Stato rurale dell’Arkansas, dove Chung è cresciuto. 

Un padre idealista insegue il «sogno americano»: non si accontenta dell’umile lavoro che ha (dividere i pulcini secondo il sesso) e vuole investire le sue poche risorse per creare la propria fattoria. La moglie è assai perplessa, anche perché il figlio di sei anni ha problemi al cuore. L’arrivo della nonna crea un elemento in più di confronto in questa famiglia: l’anziana donna porta con sé disincanto, humour e saggezza... Personale e universale, molto ben recitato, intriso di una chiara, ma mai predicatoria apertura al trascendente (molto belli i dialoghi fra nonna e nipote sul paradiso), Minari ha ricevuto al Sundance consensi notevoli sia dal pubblico sia dalla critica. Chissà se Parasite lo aiuterà a essere distribuito a livello internazionale... glielo auguriamo.

Armando Fumagalli

paginazione