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La lezione del Covit-19

L'Editoriale di Cesare Cavalleri
02/03/2020
La lezione del Covit-19
Parafrasando un celebre slogan di James Carville, lo stratega della campagna elettorale che nel 1992 portò Bill Clinton alla Casa Bianca («It’s the economy, stupid»), potremmo rispondere: «È la globalizzazione, sciocco!» a chi si meravigliasse del rapido passaggio da epidemia a pandemia nella diffusione del Covit-19. Molto si è scritto e sperimentato sui pro e i contro della globalizzazione, ma che essa diventasse veicolo di infezione sembrava finora un’ipotesi astratta, da fantascienza.

E, invece, eccoci in quarantena reale o virtuale. Un virus che si è manifestato a Wuhan ha fatto il giro del mondo viaggiando in aereo con ignari passeggeri che erano stati in Cina per lavoro o per turismo. Che cosa dobbiamo concludere? Dobbiamo rinunciare a viaggiare o addirittura sopprimere le compagnie aeree? I vantaggi della globalizzazione, anche per combattere la fame nel mondo, finora superano largamente le controindicazioni e, del resto, non possiamo tornare indietro. Senza cellulari, senza computer, senza internet, senza viaggi in aereo, la nostra vita sarebbe impensabile.

Eppure, la severa lezione che il Covit-19 ci sta dando ci obbliga a riflettere sulla nostra vulnerabilità e sull’illusione di un progresso irreversibile. Una prima presa di coscienza è che, con buona pace degli ecologisti di prima o ultima generazione, la natura non è «buona»: il peccato dei progenitori ha avuto ripercussioni cosmiche, da allora la terra produce «triboli e spine», geme per i dolori del parto finché non sarà anch’essa ricapitolata in Cristo.
Tocca all’uomo corredimerla col suo ingegno e col suo lavoro. Il Covit-19, fra l’altro, ci sta facendo riscoprire la necessità delle competenze, non solo in campo scientifico, ma anche politico e sociale. Basta chiacchiere, basta promesse impossibili da mantenere, basta considerare l’incompetenza come requisito di buon governo, come purtroppo da un paio d’anni sta avvenendo in Italia. La chiusura delle chiese decisa dal governo nonostante gli impegni concordatari e il rispetto delle culture (non è il momento di discuterne qui, ma l’argomento non va lasciato cadere), ha avuto impensati risvolti «positivi»: chi era abituato alla Messa quotidiana ne ha sofferto, ma ha potuto assaporare l’importanza dell’Eucaristia nella propria vita; chi non era frequentatore abituale della Messa domenicale, forse ne ha provato nostalgia proprio mentre era impossibilitato a compiere il precetto.

E nel silenzio delle nostre città deserte, rotto di tanto in tanto dal sibilo delle ambulanze, si è anche riscoperto il gusto della solidarietà. Gli applausi dai balconi, convocati in flash mob, ai medici e al personale sanitario in prima linea per contrastare senza risparmio la pandemia, ci ha fatto sentire più grati, responsabili e, diciamolo pure, più italiani. Gli slogan «Ce la faremo», «Tutto andrà bene», scritti sui cartelli e sui lenzuoli appesi ai balconi, sono segni di speranza che, se tradotti in pratica, possono davvero facilitare in modo nuovo, più civile, il senso di appartenenza alla comunità.

Cesare Cavalleri

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