Collane
  • Attualità e Storia
  • Famiglia
  • Psicologia
  • Spiritualità
  • Teologia
  • Narrativa
  • Altri Libri

«Fermi tutti! C'è Sanremo»

L'Editoriale di Cesare Cavalleri
02/02/2020
«Fermi tutti! C'è Sanremo»

Dal 4 all’8 febbraio scorso, l’Italia si è fermata. C’era il Festival di Sanremo. La legge sulla prescrizione? Se ne parlerà un’altra volta. Le primarie USA nello Iowa premiano i repubblicani di Trump? Non importa. Il presidente che probabilmente verrà rieletto, continua a piacere agli americani, ma non ai giornalisti, tanto meno ai giornalisti italiani, nonostante che i democratici non riescano neppure a esprimere un candidato attendibile da contrapporre all’uscente.

Non importa, dal 4 all’8 febbraio c’è Sanremo. Perfino il virus cinese in quei cinque giorni ha perso interesse, e se deve scoppiare un’epidemia è meglio non pensarci nei giorni del Festival. Calcio e canzoni, e l’Italia è questa qua, come teorizzava una canzone di Elio e le Storie Tese a Sanremo 1996: «Italia sì, Italia no, c’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’. / Commando sì, commando no, / commando omicida / ma se c’è la partita / il commando non ci sta e allo stadio se ne va / sventolando il bandierone non più sangue scorrerà… e l’Italia è questa qua». Il calcio perfino come misura antiterrorismo, figuriamoci il Festival. Ma di Sanremo ci saranno articoli e interviste nel prossimo numero. Qui ricordo soltanto l’apparizione di Ornella Vanoni, che ha accettato di duettare con Alberto Urso – una specie di Andrea Bocelli tremendamente acerbo – e si è persino permessa qualche incertezza negli attacchi, ma è bastata l’apparizione di Ornella, che sta vivendo una terza giovinezza, per mostrare tutta l’immaturità e il dilettantismo dei cosiddetti big in gara.

E poi c’è stato Roberto Benigni, con il lungo monologo sul Cantico dei cantici. Non è il caso di discutere sulla traduzione: le traduzioni del Cantico sono moltissime, e Benigni ha scelto un po’ qua e un po’ là, più dalla carnalità di Ceronetti che dalla teologia del card. Ravasi. Ci può anche stare. Meno giustificabile l’espressione che la poesia del Cantico è talmente bella che è «diventata» sacra e inclusa nella Bibbia: ma tutta la Bibbia, Cantico compreso, è parola di Dio, ispirata. Certo, alla platea di Sanremo non si può fare un discorso teologico, ma allora perché presentare a Sanremo il Cantico che è, come tutta la Bibbia, un libro teologico benché parli di amore anche fisico fra uomo e donna? Inaccettabile, inoltre, la generalizzazione benignana a ogni forma di amore, non solo fra uomo e donna, ma anche tra uomo e uomo o tra donna e donna: questo non c’è nel Cantico, poema eterosessuale quant’altri mai. Benigni si è dunque sentito in dovere di pagare, sul palco dell’Ariston, il suo piccolo tributo al politicamente corretto. Qualcuno ha ammirato il «coraggio» di affrontare a Sanremo la tematica del Cantico: ma se lo si fa scorrettamente si finisce per vendere un’idea falsata agli 11 milioni e 476mila spettatori del Festival. Vittorio Sermonti che, a suo tempo, aveva introdotto Benigni alla lettura e declamazione della Divina commedia, aveva concluso: «Credo che il pubblico di Benigni esca dallo spettacolo uguale a quando ci è entrato e pensando che Dante sia attualissimo e un po’ fessacchiotto». Dopo Dante, Benigni ha banalizzato anche il Cantico, ma il pubblico del Festival sarà uscito non come era entrato, ma con le idee più confuse.
E il «servizio pubblico»? I dirigenti RAI, presenti in massa all’Ariston (pare che siano stati 600), gongolano per il successo pubblicitario: quest’anno il Festival ha fruttato 37 milioni 7mila euro in pubblicità, mentre nel 2017 e 2018 i ricavi furono di 27,7 milioni e l’anno scorso di 31 milioni 347mila euro. Questi sono i milioni che stanno a cuore alla RAI, ancor più dei milioni di spettatori.

Passiamo a un argomento più serio. Cresce la preoccupazione per il calo demografico dell’Italia. L’ISTAT ha calcolato, nel 2019, 116mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. L’anno scorso, ogni 100 morti ci sono stati solo 67 nati, insufficienti per il ricambio generazionale. I dati più recenti contenuti nella relazione del ministro della Sanità sull’attuazione della legge 194/78, si riferiscono al 2016: da essi risulta che, in quell’anno, gli aborti sono stati 84.926. Perché ci si ostina a non considerare la diffusione degli aborti tra le cause del calo demografico? Si ammazzano i bambini e poi ci si lamenta che ce ne siano pochi. È un problema innanzitutto culturale, di educazione al rispetto della vita. Ma occorre anche rimuovere almeno le cause economiche che possono indurre le donne ad abortire. Infatti, nelle regioni più sviluppate, quelle del Nordest, il tasso di abortività è di gran lunga inferiore a quello delle regioni meridionali. Vogliamo renderci conto di tutto questo, e cominciare a risalire dagli effetti alle cause? Il tragico paradosso è che la legge che ha legalizzato l’aborto è stata votata, come dice il nome della 194/78, «per la tutela sociale della maternità». Sublime ipocrisia parlamentare.

Cesare Cavalleri

paginazione