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«Il Presepio, Admirabile Signum»

L'Editoriale di Cesare Cavalleri
02/12/2019
«Il Presepio, Admirabile Signum»

Quest’anno, in piazza del Duomo, a Milano, è spuntato un albero di Natale molto tecnologico, sponsorizzato da una «lunga» catena di supermercati. Di giorno, si vede soltanto la struttura metallica, alta 37 metri (la base ha un diametro di 14 metri) e fa l’impressione di una dama del Settecento alla quale sia stata sottratta la crinolina, lasciandola soltanto con la gabbia di filo di ferro, bambù e crine di cavallo che sorreggeva le pesanti gonne di tessuti raffinati. Qualche piccione disorientato entra nella struttura dell’albero come fosse una voliera da cui non riesce a uscire. Di notte, però, gli ottantamila led che ricoprono il gigantesco cono sprigionano effetti di luce avvolgente e cangiante davvero spettacolari. Negli anni scorsi, anche del gigantesco abete natalizio si vedeva la struttura, perché era stato trasportato col tronco quasi spoglio e i rami venivano attaccati sul posto, utilizzando le lunghe scale articolate che ci hanno abituati ai traslochi. Ma quello di quest’anno è davvero un albero di Natale? L’altr’anno, a Roma, l’albero stenterello che avevano collocato in piazza Venezia venne subito ribattezzato dai romani come «spelacchio» e l’epiteto è già entrato nell’immaginario collettivo. I milanesi, normalmente a corto di fantasia, sapranno trovare un termine altrettanto efficace per designare l’albero tecnologico 2019? Personalmente, non ho mai amato l’albero di Natale, che appartiene alla tradizione celtica e vichinga, anche se ormai la globalizzazione l’ha diffuso nei Paesi mediterranei e ovunque. È la sua nativa artificiosità a lasciarmi dubbioso, con quei palloncini di vetro colorato (ormai di plastica) e quei ninnoli stereotipati.

La nostra tradizione è per il presepio, e siamo grati a Papa Francesco per aver voluto ricordarlo nella Lettera apostolica Admirabile signum, del 1° dicembre scorso. Assaporiamone qualche passaggio: «Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79). «Il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di san Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli».

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