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«Si accettano scommesse»

L'Editoriale di Cesare Cavalleri
02/09/2019
«Si accettano scommesse»

Si accettano scommesse

Johan Huizinga (1872-1945), analista severo della situazione politica e culturale del suo tempo, così simile al nostro, dopo averne tracciato un quadro disperante (La Crisi della Civiltà, 1937) non rinunciava a dichiararsi «ottimista». A chi gli faceva notare la contraddizione, rispondeva: «Io non definisco ottimista l’uomo che sottovaluta i pericoli gravi, sostenendo: tutto finirà per il meglio, bensì colui il quale, pur valutando in tutta la sua portata la minaccia dell’imminente tracollo, tiene nondimeno alta la speranza, anche qualora non si scorga all’orizzonte una via d’uscita. La speranza può essere fondata unicamente sull’improbabile. Quella che si fonda sull’osservazione rigorosa di fatti evidenti non è speranza, bensì calcolo». È una risposta apotropaica, un rifugiarsi nella magia dell’improbabile. «Un colpo di dadi non abolirà mai il caso», sosteneva Mallarmé, convinto della pervasiva casualità dell’esistenza; eppure, almeno un colpo di dadi è il contributo che la libertà umana può offrire al flusso degli eventi.

L’abbiamo messa un po’ sullo scherzo, ma ci sembra l’unico modo per affrontare la bonaccia sul nuovo governo dopo le convulsioni, gli insulti, le ripicche degli ultimi mesi dell’esperienza giallo-verde. Al confronto, il governo giallorosso Conte2 apre a una speranza pur improbabile. Se non altro, tutti dovremmo imparare la lezione che viene dal suicidio politico di Matteo Salvini. Neppure l’autocrazia di Matteo Renzi ha insegnato qualcosa. Si dovrebbe capire che non si può governare solo battendo i pugni sul tavolo; che i nostri problemi non sono solo nostri, e dunque se ci allontaniamo dall’Europa – sede appropriata per far sentire la nostra voce – ci ritroviamo nell’angolo con la faccia al muro.

Quanto allo «scendere in piazza» (e questo vale anche per Giorgia Meloni), non è una soluzione, è sterile e isterica demagogia: occorrono strategie politiche, rigorose scelte economiche, percorsi istituzionali, perché la democrazia funziona appunto attraverso le sue istituzioni, non consultando piattaforme digitali e neppure puntando su obsoleti cortei scanditi da fischietti ritmati da coperchi battuti sulle pentole. Ancora su Salvini, che resta pur sempre una risorsa. Colpisce, nel tratto discendente della sua parabola, la mancanza di «senso dello Stato» (l’espressione fa quasi sorridere), con continue invasioni nelle competenze di altri ministri, e con toni urlati da tifoseria calcistica. E, già che ci siamo, benissimo esibire il rosario e baciare il Crocifisso, se uno ci crede; ma allora è indispensabile un minimo di coerenza: non si può ostentare devozione e cambiare amante ogni mese. Se non c’è virtù, ci sia almeno un po’ di ipocrisia. Nel passaggio dal giallo-verde al giallo-rosso è emersa la figura di Giuseppe Conte, ed è stata una sorpresa positiva. Impeccabile il ruolo del Presidente della Repubblica: benché l’articolo 90 della Costituzione stabilisca l’irresponsabilità degli atti del Presidente nell’esercizio delle sue funzioni, il suo peso politico resta determinante; infatti, le forze politiche già stanno tessendo i giochi per designare il successore di Sergio Mattarella.

Certo che Luigi Di Maio ministro degli Esteri non l’avremmo mai immaginato: ma forse rientra nella speranza dell’improbabile di cui parlava Huizinga. Al momento, e siamo ai primissimi giorni, c’è più calma, i toni sono più educati. Naturalmente, i problemi sono intatti: si prenderanno decisioni governative per il bene del Paese, o si resterà in campagna elettorale permanente? Quando si metterà mano alla riforma della giustizia, la più importante e urgente di tutte? E davvero il criterio della competenza continuerà a essere escluso nell’assegnazione degli incarichi ministeriali? Arriverà il nuovo governo fino alla fine della legislatura, o andremo a votare in tempi ravvicinati? Si accettano scommesse.

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