Mensile di studi e attualità · dal 1957
Studi
di Riccardo Caniato
Numero 744 · febbraio 2023 · Quaderno: Per Cesare Cavalleri

L’importante è che la morte ci trovi vivi». Lo scrisse Marcello Marchesi, brillante paroliere del Novecento, perché vale la pena vivere in pienezza ogni istante, fino all’ultimo. Questo suo augurio calza a pennello in questo saluto a Cesare Cavalleri, storico direttore delle Edizioni Ares e del mensile Studi cattolici, per inciso «il mio caro direttore» dal 16 febbraio 1996 fino al pomeriggio di mercoledì 28 dicembre che ha segnato il suo passaggio al Cielo. Alcune settimane prima di morire ha inviato una lettera ad Avvenire, di cui era stato cofondatore e su cui teneva tuttora una rubrica settimanale: il verdetto dei medici gli imponeva il commiato dai lettori. «Carissimo Direttore», ha scritto, «non immaginavo simile conclusione, ma prendo volentieri atto e mi tuffo nella preparazione immediata al grande salto…». E il 23 dicembre, intervistato da Francesco Ognibene ha aggiunto: «Il Signore ci vuole bene da sempre. E quindi non c’è da temere nulla, perché ha in serbo per noi le cose più belle che si possono desiderare». Così, con serenità, senza paura, guardando in faccia il Destino ci ha dato appuntamento nel futuro che ci riunirà insieme. Il suo saluto, in un’epoca che esorcizza la morte prima di tutto non parlandone, ha fatto curiosamente il giro del Web. Parrebbe una contraddizione ma in realtà è una dimostrazione della grande sete di speranza che attanaglia i cuori.
Di contraddizioni, perlomeno apparenti, lo stesso Cesare era un campione. Nonostante fosse editore, vivesse delle pubblicazioni, nel suo ufficio campeggiava questo cartello: «Se davvero volete aiutarmi vogliate passare i vostri consigli agli editori concorrenti». Se gli chiedevi “Come stai?”… ed era in forma, ti rispondeva con un ghigno: “Malissimo!”; ma se stava male per davvero, come sempre più spesso da qui a tre anni, era capace di dirti: “Benissimo”, un po’ per non farti preoccupare, per non pesare su di te, ma soprattutto per quell’irresistibile vis ironica a cui non ha saputo né voluto rinunciare, una marca fondativa del suo carattere. Giocando sul suo nome, non senza una voluta punta di civetteria, festeggiava l’onomastico alle Idi di marzo. Apparentemente schivo, impermeabile alle relazioni, aveva cura dei compleanni, degli onomastici, non mancava mai di aggiornarsi sullo stato di salute, non solo fisica, di mogli e figli.
Al tempo in cui è mancato mio padre, mentre percorreva dal letto il suo ultimo scivolo, Cesare, che non lo conosceva più di tanto, più volte è venuto al capezzale per portargli compagnia e conforto; e dopo la morte di papà, nei tre giorni di attesa del funerale, benché abitasse dall’altra parte della città, ci ha fatto visita ogni giorno per vegliare e pregare il Rosario con la mamma, ricordandoci che nella preghiera permane la comunione con chi non è più fisicamente tra noi. Nell’ultima cena in famiglia gli ho appoggiato sulle gambe Byron, il nostro cucciolo: lo ha stretto fra le mani per l’intera serata e nel commiato una lacrima gli ha segnato la guancia. Si commuoveva spesso Cesare, quando gli raccontavi un atto d’amore o episodi di arguta ingenuità dei bambini, quando Marta lo ha chiamato “zio” al Meeting di Rimini, quando nel mondo accadeva qualcosa di brutto, quando ascoltava la musica, specialmente se a cantare era Maria Callas, la sua preferita, ma amava da impazzire anche la Vanoni, Patty Pravo e Nilla Pizzi, che aveva conosciuto come inviato al Festival di San Remo per Famiglia cristiana.
Studi cattolici · n. 744 · febbraio 2023
Edizioni Ares · Milano
https://www.edizioniares.it/blogs/studi-cattolici/una-casa-e-un-padre-una-vita-alle-edizioni-ares